sabato 18 ottobre 2014

Che cosa significa "l'indissolubilità non è in discussione"?

(Andrea Grillo) Già nel percorso che ha condotto a questo Sinodo straordinario - ma anche durante il dibattito sinodale e presumibilmente anche nell'anno che attende la chiesa in vista del Sinodo ordinario del 2015 - una frase sembra accomunare i diversi fronti del dibattito episcopale. La si trova ripetuta pressoché da tutti. Di recente, in una intervista rilasciata alla stampa, Antonio Spadaro ha affermato: "Quella sui divorziati risposati è una discussione che rientra in una visione complessiva e ciò non mette in discussione l’indissolubilità del matrimonio".

Trovo utile che nel suo modo di esprimersi, che non è affatto casuale, Spadaro usi nella medesima frase il termine "discussione" in due significati molto diversi, che vorrei prendere come base per la mia breve riflessione. Ecco i due sensi di "discutere" che è bene distinguere.
A) discutere come espressione del confronto è dell'approfondimento di una tradizione. Corrisponde alle espressioni: fare una discussione, entrare nella discussione...
B) discutere come contestazione e come negazione di una dottrina. Corrisponde alle espressioni: mettere in discussione, e all'uso di " discutibile" come aggettivo che esprima scarsa valutazione.
Questo mi pare un punto di osservazione decisivo dal quale interpretare il Sinodo che si sta celebrando. Vi è una diffusa sensazione che faccia fatica ad affermarsi un principio dialogico che a me pare del tutto decisivo, e che invece viene continuamente frainteso e capovolto nella convinzione che per non "mettere in discussione" il principio di indissolubilità ci si debba ben guardare dal discuterne.

Questa a me pare una pericolosa forma di cecità. E vorrei spiegare perché.
Non perché si vuole aprire una discussione sulla "indissolubilità" si lavora per un "divorzio cattolico".
Anzi occorre accuratamente distinguere la prassi del divorzio dalla tradizione ecclesiale di attenzione verso i matrimoni falliti. Bisogna riconoscere che la parola evangelica sul divieto per l'uomo di sciogliere quanto Dio ha unito ha bisogno di trovare una traduzione dottrinale che può legittimamente suonare diversa dal concetto classico di "indissolubilità".
Ad esempio nel concetto intersoggettivo di "indisponibilità" si potrebbe individuare il correttivo di una nozione di "indissolubilità" che traduce il Vangelo in un grande monumento oggettivo, ma dotandolo di piedi di argilla del tutto soggettivi.
Infatti, molte proposte di soluzione soltanto "giuridiche", anche presentate al Sinodo, confermano la fragilità di un ragionamento per il quale, a fronte di una difesa assoluta del concetto medioevale di indissolubilità oggettiva, si ampliano a dismisura i "capi di nullità" riguardanti il consenso del soggetto. Questa logica del diritto non pensa fino in fondo le categorie sistematiche che utilizza e per questo rischia di risultare inefficace o di generare mostri. In tal modo, restando in una impostazione culturalmente superata e inadeguata, non si rende un servizio al Vangelo, ma si aumenta a dismisura il quoziente di ipocrisia.
Retrodatando ad un vizio soggettivo del consenso la crisi del matrimonio oggettivo si mantiene la coerenza di un sistema astratto, ma non si affrontano i drammi e le storie dei soggetti concreti, che vengono pregiudicati in un sistema blindato, nel quale non circola la vita.
Né sembra particolarmente illuminante la prospettiva capovolta con cui diversi teologi leggono il testo di Familiaris consortio. Sembrano condividere l'idea per cui quel testo sarebbe il "massimo avanzamento possibile" della disciplina cattolica sul matrimonio fino a oggi.
A me sembra, invece, che le grandi apertura che Familiaris consortio ha acquisito più di 30 anni fa costituiscano oggi solo il punto di partenza - e di non ritorno - per un cammino da proseguire, da ampliare e da purificare.
La indissolubilità ha bisogno di essere compresa non come un principio di mera autorità. Essa riposa su a parola autorevolissima del Signore Gesù, ma con la quale non si identifica. Tra Parola di Dio e concetto di indissolubilità vi è una differenza che merita riflessione, discussione e discernimento.
Se non si ammette questo spazio di discussione e di confronto, si può facilmente configurare un (falso) dilemma tra indissolubilità e divorzio. In qualche modo si può costruire questa comoda antitesi: ogni discussione sulla indissolubilità è, in quanto tale, accettazione del divorzio.
Proprio qui, a mio avviso, si apre invece lo spazio per una seria teologia della indissolubilità, che non rimanga vittima di categorie e di concetti inadeguati e legati ad una tradizione dogmatica e giuridica pensata per un mondo diverso dal nostro e per soggetti diversi da noi.
Il vero dilemma non è quello tra divorzio e indissolubilità, ma quello tra una Chiesa che voglia fare i conti con la realtà e una Chiesa che cerchi di immunizzarsi dal reale, trincerandosi dietro i propri concetti medioevali.

Sono convinto che per non "mettere in discussione la indissolubilità", dovremo avere il coraggio di aprire una ampia discussione sul suo significato, sulla sua natura, sulla sua dottrina e sulla sua disciplina.
Ogni tentativo di aggirare questo scoglio, anche se sul momento potrebbe sembrare giustificato pro bono pacis, non permetterà alla navicella della Chiesa di prendere davvero il mare aperto: in tal caso rischierebbe di rimanere per sempre attraccata nel porto, certo al sicuro, ma con la sicurezza di una crescente autoreferenzialità.

1 commento:

  1. Persa la battaglia i suoi amici, Grillo deve aver scritto questo articolo con un profondo senso di liberazione. Finalmente, ora che non può più far danno perché i Padri del Sinodo hanno nuovamente contenuto l'assalto delle Porte degli Inferi, Grillo può gettare la maschera e confessare che per lui il matrimonio non può essere indissolubile e che la Chiesa non deve far riferimento al Vangelo ma al mondo. Quanta fatica aver dovuto, nei giorni scorsi, mascherare il proprio pensiero ed ammantare la voglia di cambiare la dottrina col pretesto dell'umanismo, di quella filantropia così ben recitata dagli innovatori.

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