martedì 14 ottobre 2014

Consigli di (ri)lettura: il Cantico dei cantici

(Brunetto Salvarani*) Diceva Paul Ricoeur: «Invece di esaltare l’amore, sarebbe meglio occuparsi seriamente della sessualità». Siamo entrati nella seconda settimana del Sinodo, e sempre più vale la pena di non dimenticare che – sui temi in discussione – occorre avere una veduta lunga e una grande disponibilità all’ascolto. Quelle che, sinora, parrebbero non essere mancate durante i lavori sinodali.

La corporeità e la sessualità, infatti, sono da sempre temi affascinanti quanto enigmatici e indecifrabili: un paradosso tra materialità e immaterialità, continuità e cambiamento, individualità e socialità, autonomia e relazionalità, controllo e ribellione. Nemmeno le religioni hanno potuto sottrarsi al fascino di questi temi, cercando nel corso della loro lunga storia di gestire le ambiguità del corporeo attraverso svariati riti, concetti e norme.
Oggi non si ha paura di mettere il proprio corpo in bella mostra, di esporlo agli sguardi altrui, di ottimizzarlo il più possibile – diciamo così... – chirurgicamente. Erotismo e corporeità svolgono un enorme ruolo nella cultura postmoderna: cinema, letteratura, arti visive fanno i conti quotidianamente con questo tema.
Anche le religioni, dunque, sono chiamate a dire la loro in merito, ma pare lo facciano con difficoltà e circospezione, perché il corpo e la sessualità restano dei tabù complessi da affrontare, anche in riferimento al peso della storia. Eppure, guardando le Chiese cristiane, proprio la loro naturale fede nell’incarnazione offrirebbe loro prospettive sorprendenti al riguardo.
Di fatto, negli ultimi vent’anni almeno, lo sguardo sul corpo e la sessualità ha diviso anche al proprio interno le Chiese e le comunità, che hanno risposto in maniera diversificata e spesso contrapposta alle provocazioni provenienti dalla cultura e dalla società, dalla liberazione sessuale alle nuove questioni legate alle identità sessuali in divenire.
Del resto, non dovremmo stupircene, ricordando che spesso il tema della sessualità ha messo in crisi gli uomini religiosi. Basterebbe, per rendercene conto, ripensare alle traversie subite dal libro biblico denominato Cantico dei cantici!
Enorme è stata la sua importanza nella tradizione d’Israele e in quella delle Chiese: anche se nei poemi che lo compongono, in cui emergono i chiaroscuri di un’insistita love story tra un uomo e una donna, non si riflette affatto di Dio, ma piuttosto di esperienze amorose, descritte con realismo e poesia… in modo tale che le sue pagine vanno considerate tra le più suggestive dell’intera Scrittura.
Perché, gli uomini della sinagoga e delle Chiese si sono spessi chiesti, il Cantico dei cantici (Shir ha-shirim in ebraico) si trova nella Bibbia? La domanda – in ogni caso – non è peregrina: nei suoi appena 117 versetti, che non seguono uno schema preciso, non si parla mai di questioni religiose...
Da qui, va storicamente registrato un grandioso tentativo, da parte cristiana ma anche ebraica, di adattarlo al posto che occupa, attribuendolo – come i Proverbi e Qohelet - all’autorevolezza di Salomone, e leggendolo in chiave allegorica e simbolica.
Fra l’altro, mentre Chiese e sinagoghe facevano di tutto per travestirlo e farlo apparire come un'opera pia, un coraggioso protagonista della Riforma, il Castellione, nel Cinquecento trasse l’unica conclusione possibile allora, rifiutando qualsiasi addomesticamento: a suo parere il Cantico è una raccolta di canti profani che, in quanto tale, va tolta dalla Bibbia.
Ma il dibattito nasce ben prima, almeno dal sinodo di Yavne (90 d.C.), quando i rabbini si chiesero per quale ragione il Cantico dovesse essere inserito nel canone delle Scritture. Qui fu rabbi Aqiva, morto martire per opera di Roma verso il 135, a sostenere: «In Israele nessuno ha mai contestato che il Cantico dei cantici sporca le mani, perché il mondo intero non vale il giorno in cui è stato dato a Israele il Cantico».
Perché «è vero che le immagini del Cantico sono sensuali, descrivono colloqui d'amore, esaltano i baci e gli amplessi sessuali, ma nella prospettiva fondamentale dell'Antico Testamento la sessualità, con le sue molteplici manifestazioni, è un beneficio, una cosa buona che va esercitata nell'ambito dell'economia del dono, laddove la Torà autorizza: in questo caso può essere segno di una realtà che la trascende, quella dell'amore di Dio, sposo geloso e amante vigoroso del suo popolo» (E. Bianchi).
Nella Lettera a un giovane cattolico (1961) lo scrittore tedesco Heinrich Böll prendeva spunto dal Cantico dei cantici per sollecitare una teologia della tenerezza, ritenuta assente nel cristianesimo odierno: «Ciò che fino a oggi è mancato ai messaggeri del cristianesimo di ogni provenienza è la tenerezza: tenerezza verbale, erotica, sì, persino teologica», faceva dire al giovane.
Ma Böll gli rispondeva: «Non è vero che i messaggeri del cristianesimo non abbiano mai avuto tenerezza: il Cantico è stato pure letto nella Chiesa e, accanto a Benedetto, a Francesco, a Giovanni della Croce, ci sono state Scolastica, Chiara, Agnese, Teresa».
La partita è aperta...


* Teologo, saggista, critico letterario

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