lunedì 20 ottobre 2014

Dal "motu proprio" al motu "communi"


(Andrea Grillo) A conclusione del Sinodo Straordinario possiamo scorgere una serie di “conseguenze indirette” generate dalle logiche originali di questa Assemblea episcopale.
Per il fatto che il “linguaggio cambia”, per il fatto che non solo si auspica, ma si realizza una “conversione di linguaggio”, cambiano anche i rapporti tra i diversi documenti frutto del lavoro sinodale. Il “messaggio”, che prima introduceva la possibilità di un linguaggio diverso all’interno di una espressione più classica e convenzionale delle proposizioni conclusive, oggi si trova quasi superato dalla “ufficialità ripensata” sia della relatio sia del Discorso papale.


D’altra parte, dopo decenni di assuefazione alle logiche semplici e unilaterali del "motu proprio", passare alle logiche complesse e articolate di un "motu communi" ha un prezzo alto e un tempo lungo da scontare. Questo era chiaro nel disegno originario del "doppio passaggio": dal sinodo straordinario fino al sinodo ordinario, con due anni di lavoro intenso, di confronto e di ascolto reciproco.
È' vero che i numeri più alti del dissenso episcopale sono venuti sui " temi caldi" del divorzio e della omosessualità. Ma bisogna interpretare le resistenze più come opposizioni ad un metodo che come semplici dissensi su contenuti. È in gioco, ultimamente, una coscienza e uno stile ecclesiale che cambia e che mette a dura prova chi si era illuso di potersela cavare col concedere, quasi con “nonchalance”, solo qualche aggiustamento canonico. La pubblicazione dei “voti” – di consenso e di dissenso – numero per numero, in appendice alla “relatio” è, sotto questa angolatura, un colpo di genio. Vi si dice che la Chiesa non è democrazia: non di meno, ma di più!
In terzo luogo, si deve constatare non solo che stiamo andando da un Sinodo straordinario ad uno ordinario, bensì che stiamo muovendo da una condizione di “straordinario confronto” alla registrazione del dialogo come vocazione di “ordinarietà ecclesiale”. Il percorso che ha occupato questo primo anno di preparazione e poi di celebrazione sinodale è solo "inizio di un inizio". Ciò che fu detto del Concilio Vaticano II, mutatis mutandis, deve essere detto oggi, di questa sua solenne “recezione”. Ciò che ci è sembrato, 50 anni fa, qualcosa di straordinario e di irripetibile, oggi, se Dio vuole, può iniziare a diventare “ordinaria amministrazione ecclesiale”. Un sogno, non senza fatiche. Una gioia, non senza dolori. Un presentimento, non senza sorprese.
Il sogno, la gioia e il presentimento che è “immagine” di Chiesa, così come papa Francesco l’ha disegnata, con profezia e con sapienza, a conclusione dei lavori:
“ E questa è la Chiesa, la vigna del Signore, la Madre fertile e la Maestra premurosa, che non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini (cf. Lc 10, 25-37); che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone. Questa è la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e composta da peccatori, bisognosi della Sua misericordia. Questa è la Chiesa, la vera sposa di Cristo, che cerca di essere fedele al suo Sposo e alla sua dottrina. È la Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani (cf. Lc 15). La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti! La Chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l'incontro definitivo, con il suo Sposo, nella Gerusalemme Celeste”.



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