martedì 14 ottobre 2014

Il coraggio e la fatica

(Gilberto Borghi*) Qualche riflessione sulla Relatio post disceptationem del relatore generale, Card. Péter Erdő, in cui si fa il punto sulla prima settimana dei lavori. Direi un documento in cui si vedono davvero il coraggio e la fatica di questo Sinodo.

Il coraggio nel riconoscere che anche in questa condizione culturale attuale ci sono tracce dello Spirito di Cristo. «Seguendo lo sguardo ampio di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; cf. Gaudium et spes, n. 22), la Chiesa si volge con rispetto a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto e imperfetto, apprezzando più i valori positivi che custodiscono, anziché i limiti e le mancanze». Che è la ripresa e l’applicazione, sul piano familiare, della dottrina dei semi del Verbo, già presente nel Vaticano II.
E su questa linea, allora, «quando l’unione (solo civile) raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di resistere nelle prove, può essere vista come un germe da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio». E anche: «Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana».
Un coraggio cioè di riconoscere che questo mondo non è senza la presenza di Dio e che il suo Spirito agisce anche fuori dalle condizioni ottimali in cui la dottrina della Chiesa lo ha colto.
La fatica però si presenta quando ci si trova di fronte al nocciolo duro della differenza tra l’antropologia cristiana classica e quella esistenziale attuale. Perché da un lato si coglie, nella prima parte, come quest’ultima metta al centro dell’equilibrio dell’uomo la «tensione alla cura di se stessi», declinata spesso, nell’ambito della famiglia, nella centralità del mondo affettivo sessuale.
Dall’altro però si fatica ancora a pensare come coniugare questa tensione al benessere personale con il «desiderio di famiglia». Già, perché questo documento mostra come i presupposti antropologici con cui i padri sinodali organizzano la fede siano ancora chiaramente ascrivibili all’antropologia classica cristiana, in cui la razionalità e il mondo etico dei valori tengono il centro dell’equilibrio antropologico.
E non si riesce a vedere, e forse se ne ha anche un po’ paura, come questo assunto non sia necessario e strutturale alla fede, ma sia l’esito dell’incarnazione della fede nel mondo greco.
Non si riesce a vedere ad esempio, che la Bibbia ha una centratura antropologica diversa, più legata alla persona nella sua totalità, mettendo il cuore al centro, cioè la dimensione dell’intimità profonda, dove le varie componenti della persona, corpo compreso sono presenti.
Non si riesce ancora a vedere come sia possibile il recupero della dimensione emozionale e corporea nella vita di fede, pur rendendosi conto che questo è richiesto dalla contemporaneità e, prima ancora, dalla Bibbia stessa.
Infatti, la Relatio ammette che la sfida fondamentale è quella educativa, cioè che la comunità cristiana è chiamata a educare alla fede persone che mostrano di vivere con equilibri esistenziali molto distanti da ciò che l’antropologia cristiana classica considera la condizione naturale dell’uomo dopo il peccato originale.
E dice che la Chiesa è chiamata a «elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale». Credo che proprio su questa faccenda si possa misurare il coraggio e insieme la fatica che questo Sinodo sta facendo.


*Insegnante di religione, formatore, pedagogista clinico

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