venerdì 17 ottobre 2014

In pubblico, senza tachipirina

(Guido Mocellin*) Mi ci è voluto un po’ di tempo, ma alla fine credo di esserci riuscito. Mi premeva verificare su qualche elemento concreto la febbrile discussione sul Sinodo e su come i media vadano raccontandolo ed eventualmente influenzandolo – e se sì in quale direzione.
E mi pareva che i giorni che sono appena alle nostre spalle, quelli cioè trascorsi tra la pubblicazione della Relatio post disceptationem e la sua discussione nei Circuli minores, fossero particolarmente adatti a misurare questa febbre, avendo rappresentato quel testo e quella pubblicazione una sorta di «fase acuta».
Dunque ho passato la giornata di ieri a classificare, ancora una volta, i link che Il Sismografo ha ripreso in tema di Sinodo tra il tardo pomeriggio di lunedì 13 e la fine della serata di mercoledì 15. Mi fido de Il Sismografo: il nome del blog dice della linea editoriale, che è quella di registrare le scosse, senza lasciarsi influenzare se avvengono a Nord o a Sud, a Est o a Ovest della Chiesa e della fede, in zone notoriamente sismiche, dal punto di vista ecclesiale, o in aree tradizionalmente poco telluriche.
Dunque, ecco cosa segna il termometro. Di 133 voci riprese (64 italiane, 69 straniere), 59 hanno riguardato la discussione seguita alla Relatio post, 44 la Relatio post in quanto tale (che ne aveva meritate già 21 nella giornata di lunedì, vedi mio post precedente) e 21 uno sguardo più generale al Sinodo, più o meno condizionato dagli avvenimenti delle ultime ore. I restanti 9 link avevano altri oggetti, più o meno disparati.
Quanto all’enfasi, che ovviamente ho tratto dai titoli e non dai testi, ho contato 62 titoli volti a descrivere e commentare la dialettica in corso, 33 fortemente fiancheggiatori della linea novatrice espressa dalla Relatio post, presentata come maggioritaria, e 29 fortemente schierati dal lato delle critiche alla stessa che andavano emergendo dai Circuli minores, presentate come maggioritarie.
Certo, non sono mancate le «forzature giornalistiche». Ma noi lavoriamo con le parole: se ne indoviniamo una, facendo per qualche ora la fortuna della nostra testata (un grande sito di un grande quotidiano o un piccolo blog personale), non per questo dovremo sentirci in peccato, neppure veniale.
Ad esempio, la qualifica di «terremoto pastorale» spesa da Thavis per la Relatio post è diventata, in un senso o nell’altro, la pietra di paragone per buona parte dei commentatori statunitensi. Ma ciò segnala molto più l’autorevolezza e la credibilità dell’ottimo Thavis, che fra l’altro è, tecnicamente, «in pensione», piuttosto che una eventuale intenzione manipolatoria.
Stessa cosa per la definizione di «marcia indietro» spesa da chi, come la CNN, ha colto, nel lavoro dei Circoli minori, ciò che poi è apparso da buona parte delle loro relazioni, in particolare sul tema della accoglienza/valorizzazione delle persone omosessuali.
Da metagiornalista religioso, quale provo a essere, credo che ci sia motivo di essere contenti di queste temperature. L’equilibrio che emerge dice che, a dispetto delle preoccupazioni previe avanzate dai settori dell’intransigenza (che in realtà sono apparsi in prima fila nel tentativo di spostare il Sinodo sui media, mentre affermavano di voler contrastare tale rischio), il racconto dell’assemblea è stato prevalentemente aderente a ciò che c’era da raccontare. Insomma, c’era la febbre perché c’era un’infiammazione.
Questo non significa che tale racconto non abbia influenzato i lavori sinodali. Certo che li ha influenzati. Come ha già detto molto bene Luigi Accattoli, «il confronto con l’opinione pubblica non è un gioco». Come non lo è una febbre. E «la dialettica non è indolore». Ma un po’ di dolore, che come la febbre è sintomo, è uno dei prezzi (e forse neppure il più alto) da pagare all’esigenza, ineludibile, che la Chiesa ha di misurarsi con questo tempo. Forse, finora, abbiamo esagerato con la tachipirina.


* Caporedattore de Il Regno, www.ilregno.it

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