sabato 11 ottobre 2014

La famiglia nel Primo Testamento

(Giampaolo Anderlini, Brunetto Salvarani) Con il Sinodo ormai in pieno svolgimento, vale la pena di rammentare come tratta il tema della famiglia la Bibbia? Noi crediamo di sì... e per ora, ci limitiamo a interrogare il Primo Testamento, che ci mette davanti a non pochi spunti intriganti.
Ammettiamolo subito: la lingua ebraica non possiede una parola specifica per indicare la famiglia così come l’ha intesa la teologia (rapporto coniugale indissolubile) e come l’intendiamo in genere oggi (famiglia nucleare). I testi, di periodi storici diversi e di diversa struttura letteraria, ci offrono un quadro complesso e articolato, obbligandoci a individuare gli elementi di continuità e di discontinuità nel lungo periodo di tempo che ha portato alla loro redazione. Una cosa, infatti, è parlare della famiglia nell'ambito delle saghe dei Patriarchi, un’altra è affrontare gli aspetti normativi contenuti nella Torah, o riflettere sul suo ruolo negli scritti profetici e sapienziali oppure, di nuovo, individuare le varianti diacroniche e, in particolare, gli sviluppi propri del periodo post-esilico.

Qual è, allora, il posto della famiglia nella struttura sociale del popolo d’Israele?

Partiamo da un passo del Libro di Giosuè dal quale si può desumere la struttura sociale, reale e ideale, di Israele: “Giosuè si alzò di buon mattino e fece accostare Israele secondo le sue tribù (shèbet) e fu designata dalla sorte la tribù di Giuda. Fece accostare i clan (mishpachà) della tribù di Giuda e fu designato il clan degli Zerachiti; fece accostare il clan degli Zerachiti per individui e fu designato Zabdi; fece accostare la sua casa (bayt) per individui (gèver) e fu designato dalla sorte Acan, figlio di Carmi, figlio di Zabdi, figlio di Zerach, della tribù di Giuda” (Gs 7,16-18).


Il sistema di legami parentali indicato nel v. 18 indica la seguente struttura sociale corporativa ascendente: Acan è figlio di Carmi, del casato (bayt) di Zavdì, del clan (mishpachà) di Zera, della tribù di Giuda. Il popolo d’Israele, pertanto, è suddiviso in dodici tribù (shèvet/matté), ogni tribù è formata da clan o gruppi estesi di parentela (mishpachà), ogni famiglia/clan è composta da casati (bayt, “casa, casato”, o anche bet ’av, “casa del padre”), ogni casato è costituito dall'ascendente maschio più anziano, da sua moglie, da tutte le famiglie dei discendenti maschi e dall'insieme dei loro beni, a partire dagli schiavi. La famiglia ristretta, diciamo così, di Acan e di suo padre Carmi è inserita nell’ambito del casato (bayt) o famiglia estesa di suo nonno Zera.

Un esempio di struttura famigliare ci è offerto nel racconto del patto tra la prostituta Raab e le spie inviate da Giosuè, riportato nel Libro di Giosuè: “Ora giuratemi per il Signore che, come io ho usato benevolenza, anche voi userete benevolenza alla casa di mio padre (bet ’avì); datemi dunque un segno certo che lascerete vivi mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle e quanto loro appartiene e risparmierete le nostre vite dalla morte” (Gs 2, 12-13).

Un altro esempio è riportato in Genesi nel passo che narra il trasferimento in Egitto di Giacobbe e della sua famiglia, definita da Giuseppe “la casa di mio padre” (Gen 46,31): “Giacobbe si alzò da Bersabea e i figli di Israele fecero salire il loro padre Giacobbe, i loro bambini e le loro donne sui carri che il faraone aveva mandati per trasportarlo. Essi presero il loro bestiame e tutti i beni che avevano acquistati nel paese di Canaan e vennero in Egitto, Giacobbe e con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto” (Gen 46,5-7).

Il termine bet ’av, “casa/casato del padre”, utilizzato nella Bibbia ebraica per indicare la famiglia estesa, è particolarmente significativo perché indica, nei suoi tratti semantici e sociologici, i diversi aspetti che la caratterizzano. La famiglia estesa è patrilineare (vale a dire che la linea della discendenza è tracciata secondo la linea del progenitore maschio), patrilocale (la donna sposata vive nella famiglia del marito) e patriarcale o patricentrica in quanto è il padre/’av a guidare e a determinare la vita della famiglia.

Questa forma della famiglia è confermata dalle Dieci parole, i cosiddetti comandamenti, soprattutto nella versione riportata nel Deuteronomio. La quarta parola impone al capofamiglia l’obbligo di fare rispettare il sabato a tutta la sua casa: “Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te” (Dt 5,13-14). La decima, nella versione del Deuteronomio, prescrive di non desiderare per impossessarsene i beni del prossimo a partire da sua moglie e dalla sua casa (Dt 5,21). Secondo la tradizione ebraica questa parola, l’ultima della seconda tavola, corrisponde alla quinta, l’ultima della prima tavola: “Onora tuo padre e tua madre” (Es 20,12; Dt 5,14). Commenta il Talmud: “Hanno insegnato i nostri Maestri: Tre sono coloro che partecipano alla creazione di un essere umano: il Santo benedetto egli sia, il padre e la madre. Quando un uomo onora suo padre e sua madre, il Santo benedetto egli sia dice: E’ come se io abitassi tra di loro ed essi mi onorassero” (bQiddushin 30b). Ne deriva che l’ordine della creazione stessa dipende dall’ordine della famiglia, sia nel rapporto procreativo, sia nei rapporti che legano i membri del gruppo della famiglia estesa.

La prospettiva, con la caduta della monarchia e la frantumazione sociale, cambia durante l’esilio babilonese e nel periodo postesilico: la famiglia perde la sua struttura organicistico-patriarcale e diviene un fatto identitario finalizzato a conservare il popolo d’Israele nella sua unità e nella sua specificità, come raccontano le parole del profeta Geremia: “Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da Gerusalemme a Babilonia: Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie, scegliete mogli per i figli e maritate le figlie; costoro abbiano figlie e figli. Moltiplicatevi lì e non diminuite. Cercate il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende il vostro benessere” (Ger 29,4-7).

Il rientro degli esiliati nella terra d’Israele imporrà la ricostruzione della Casa d’Israele e, di conseguenza, non potranno più essere tollerati matrimoni misti contro i quali si scagliano prima Ezra e poi Nehemia: “Allora il sacerdote Esdra si alzò e disse loro: «Voi avete commesso un atto d'infedeltà, sposando donne straniere: così avete accresciuto la colpevolezza d'Israele. Ma ora rendete lode al Signore, Dio dei vostri padri, e fate la sua volontà, separandovi dalle popolazioni del paese e dalle donne straniere»” (Esd 10, 10-11). Dai testi (Ezra, Nehemia e 1-2 Cronache) emerge una nuova struttura sociale, il bet ’avot, “la casa dei padri”, che ha il compito di determinare l’appartenenza genealogica dei rimpatriati al popolo d’Israele, in quanto alcuni “non potevano dimostrare se il loro casato (bet ’avotam, lett.: la casa dei loro padri) e la loro discendenza fossero d’Israele” (Esd 2,59). Il bet ’avot è certamente determinato, nella sua struttura e nella sua funzione, da legami di sangue e da antenati comuni; probabilmente è anche legato alle terre possedute dal gruppo e, per certi aspetti, sembra quasi una comunità di villaggio o territoriale.

Ciò che maggiormente ha peso in questa nuova impostazione della famiglia è la riflessione teologica, che accompagna la ricostituzione del tessuto sociale nel periodo postesilico, riportata nel primo racconto della creazione dell’uomo (Gen 1,26-28). In particolare: “Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (v. 27). L’uomo/’adam, nella sua unità completa, è creato insieme maschio e femmina e ha il compito di popolare la terra secondo lo statuto creaturale, ergo naturale, fondato sul modello coniugale e famigliare. All’inizio di tutto sta la famiglia (padre/madre-figlio) e tutto ritorna alla famiglia perché l’uomo ha da staccarsi dalla sua famiglia d’origine per costituire con la moglie una famiglia nuova (marito-moglie), per essere una sola carne e per generare figli (padre/madre-figlio). Il tutto in contesto di controllo della sessualità nella linea indicata dai precetti della Torah e secondo lo spirito espresso nelle parole del deuterocanonico Tobia: “Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d'intenzione” (Tb 8,7).

Il modello socio-genealogico (bet ’avot) e il modello teologico convivono fianco a fianco, anche se sarà il modello teologico a definire, nel tempo, il linguaggio della famiglia, perché, come insegna il Talmud: “Un uomo deve avere una donna, una donna deve avere un uomo e entrambi devono avere con loro la Shekinà”, cioè la Presenza divina (jBerakot 9,1). Il passo, pur se riferito all’atto procreativo come capacità di realizzare nel rapporto marito/moglie il farsi dell’uomo “a immagine e a somiglianza di Dio” (Gen 1,26), può essere esteso a tutta la vita coniugale e famigliare da condurre lungo la via della santità tracciata dalla Torah. E all’uomo che cammina in questa via Dio apre le porte dell’amore e della compassione, perché egli è il padre e la madre che non abbandona i sui figli e che tutti accoglie, come è detto nel Salmo: “Anche se mio padre e mia madre mi abbandonano, il Signore mi raccoglie” (Sal 27,10).

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