martedì 14 ottobre 2014

La forza "filiale" di un dolce stil novo

(Andrea Grillo*) Se volessimo proporre un’analisi del Sinodo «secondo il prima e il poi», e se facessimo esercizio filologico di sinossi tra il testo della Relatio ante e il testo della Relatio post, vedremmo bene quanto diverso sia l’approccio che trapela dal secondo testo rispetto al primo e potremmo valutare fino in fondo la profondità e l’importanza del mutamento che si è verificato in una sola settimana nelle parole del «relatore».
La discussione non è stata invano, il confronto e l’ascolto hanno inciso sulle parole e sui pensieri, la parresìa ha reso ora il 30, ora il 60, ora il 100.
Chi chiedeva che nulla cambiasse avrebbe voluto che il confronto fosse uno «scontro pubblico», in diretta, magari sotto l’occhio delle telecamere. Pretendeva il diritto soggettivo alla democrazia per continuare a godersi la piccola rendita di sovrano assoluto. Chi ha lavorato per il cambiamento, invece, ha accompagnato con rispetto e con pazienza l’emergere graduale di evidenze nuove, lasciando che se ne discutesse con libertà e franchezza.
Effettivamente si tratta di «nuove evidenze». Il secondo testo dice quasi tutto ciò che era già stato detto prima, ma lo fa con un altro approccio, con un altro linguaggio, con un altro stile. E, soprattutto, lo inserisce in uno «sguardo diverso».
Nel quale sguardo non si pone più una distanza/differenza/opposizione tra Gesù Signore e la contingenza del prossimo e della storia. Anzi, si teorizza apertamente che lo «sguardo su Gesù» libera dall’integralismo, libera dal massimalismo, permette alla Chiesa di riscoprire la gradualità e la pazienza, il rispetto e la cordialità, di intraprendere strade nuove e possibilità impensate.
Ecco, proprio su questo crinale delicatissimo dell’identità ecclesiale, tale mutamento di toni e di accenti, questa virata decisa e desiderata – ma impensata e quasi impensabile fino a qualche mese fa – corrisponde al «mutamento di paradigma» che il Concilio Vaticano II aveva già inaugurato, più di 50 anni fa. È lo stesso metodo.
Quel metodo che grandi storici del Concilio riconoscono aver prodotto un «evento di linguaggio» e un «evento di stile». Sì, in questa svolta sinodale è facile riconoscere la stessa impronta e lo stesso tono di voce: quella impronta e quel tono che con piede fermo e con voce emozionata prima Giovanni XXIII e poi Paolo VI – profeticamente e rischiosamente – hanno proposto, già allora con urgenza, a tutta la Chiesa.
D’altra parte è la stessa Relatio post ad autointerpretarsi così. Gli esempi che offre al lettore sono integralmente conciliari e perciò lontani da ogni integralismo! Il rapporto tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese (Lumen gentium e Unitatis redintegratio), tra la fede cristiana e le altre religioni (Nostra aetate), tra la cultura europea e le altre culture (Ad gentes) costituiscono il modello ermeneutico – e la chiave interpretativa – per aver accesso a una valutazione «graduale» e «pacata» della famiglia contemporanea, nella quale si apprezzano piuttosto i valori che vi sono custoditi che non i limiti e le mancanze che vi si manifestano.
Questo può condurre ad affermazioni di grande onestà, come quelle che si leggono tra i nn. 20-23, sulle famiglie sposate civilmente o conviventi. Lo spirito che le anima è quello dell’apertura di credito, della prossimità, senza quella contrapposizione sterile tra giustizia e misericordia che aveva caratterizzato finora molte parole ufficiose e purtroppo anche non poche parole ufficiali.
Per questo si tratta, anzitutto, di «conversione del linguaggio» (29). La quale appare in maniera assai significativa proprio nei numeri successivi, dove le famiglie sposate solo civilmente e le coppie di conviventi sono descritte con linguaggio assai positivo: anzi, si prescrive che la pastorale si rinnovi imparando a iniziare sempre «dal positivo di queste esperienze».
Dal n. 39 ci si avvicina al tema «primario», almeno per il dibattito pubblico, ossia quello dei «divorziati risposati». Per i quali si contesta la possibilità di una soluzione drastica: «O tutto o niente». Non «dottrina da applicare», ma «cammino verso Cristo da percorrere». La regola generale, valida per tutti – pastori, religiosi e laici – dovrà essere l’arte dell’accompagnamento: «Imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro».
Dobbiamo confessarlo: siamo solo all’inizio. Ma, per così dire, il più è fatto. Ci siamo sbloccati. Siamo usciti dalla pretesa di tutto giudicare e di trovare immediatamente una soluzione teorica/dottrinale/metafisica per ogni problema. La dottrina, di per sé, non risolve i problemi. Essa illumina le strade da percorrere per trovare soluzioni realistiche, accompagnando gli uomini e le donne, nelle diverse famiglie che vivono.
Dando alle famiglie felici le parole per leggere la loro gioia nel profondo di una comunione in Cristo, ricevuta in dono; e dando a quelle infelici le parole per leggere i loro dolori nella prospettiva di una comunione in Cristo che rielabora un passato da non rimuovere e che apre a un futuro che può essere anche «nuovo inizio», spazio di promessa e terra di speranza.
A questa «conversione di linguaggio», iniziata così autorevolmente, potrà contribuire un vivace dibattito ecclesiale, una lungimirante prudenza pastorale e una teologia fresca e dotata di spina dorsale, che sappia sempre essere tanto radicale da non perdere mai il pudore e tanto pudica da non fermarsi mai alla superficie.
Non è parso inutile sottolineare che, in tutta questa ampia considerazione delle «crisi familiari», va lasciato uno spazio speciale allo «sguardo» che i figli maturano su tutto questo. È una vera priorità. Come è vero che questa conversione di linguaggio è divenuta possibile solo dal momento in cui il Concilio ha potuto essere letto non più solo dai suoi «padri», ma finalmente anche dai suoi «figli».
È il primo vescovo di Roma «figlio del Concilio» – e non «padre» – ad aver reso possibile la piccola grande pagina di questo documento di svolta, segno ancora incipiente del «dolce stil novo» che potrà nascere – al di qua e al di là del caso serio delle famiglie infelici – nel grande mare di tutta la Chiesa. Di una Chiesa che assuma la storia e la coscienza come spazio di rivelazione, senza aver paura della contingenza e senza doversi proteggere, a tutti i costi, dal dolore.


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