martedì 21 ottobre 2014

La frattura del Sinodo

(Gilberto Borghi) Tutti a fare i conti. Con la pretesa di cogliere con chiarezza chi ha vinto e chi ha perso. Come dopo ogni elezione politica in Italia, ad appena due giorni dalla chiusura del sinodo tutti si affannano a proclamarsi vincitori. Cercando nelle pieghe degli scrutini di ogni numero della “Relatio Synodi” la pezza d’appoggio per la loro tesi. C’era da immaginarselo.
Sarà per vizio o per abitudine, ma sono convinto che al di là dei voti, le parole siano più capaci di restituirci la “mens” profonda del Sinodo.
Per questo però non basta leggerle, comprenderle e criticarle. Forse prima di questo si dovrebbe computarle, cosa che di solito non si fa mai con i testi “ecclesiali”. Cioè trasformarle in numeri. E, siccome quando mi è capitato di farlo, ho sempre trovato sorprese che parlavano molto, l’ho fatto anche stavolta.
Leggendo la “Relatiofinale del sinodo ho avuto la sensazione, però, che questo computo fosse da fare tre volte, una per ciascuna delle tre parti che la compongono. Nella prima la “Relatio” cerca di descrivere la realtà effettiva della famiglia nel mondo, così come il sinodo l’ha percepita. Nella seconda si cerca di mostrare l’ideale cristiano della bellezza della famiglia, così come il Sinodo l’ha immaginata. Nella terza si mettono a fuoco indicazioni e problematiche pastorali che vogliono tentare di tradurre l’idealità della seconda parte nella condizione concreta della prima parte. Bene. Il computo su queste tre parti l’ho fatto a partire da ciò che da tempo penso sia il problema di fondo della fede di oggi, in tutti i suoi ambiti: in quale dimensione dell’uomo, un certo modo di vivere e pensare la fede ponga il baricentro su cui stare in piedi da credenti in questo mondo. In altre parole, il sinodo mostra una fede di testa, di cuore, di pancia, di spirito, o di relazione?
I risultati trovati, secondo me, parlano da soli e ci svelano che la vera frattura non è certo quella che ancora oggi i giornali si affannano a sparare in prima pagina. Ma un’altra. La prima parte della “Relatio” mostra come il 19% delle parole in essa utilizzate hanno a che fare con la dimensione umana dello spirito. Il 23% invece attiene alla dimensione razionale volitiva. Il 32% alla dimensione relazionale. Il 16% a quella affettiva e appena l’8% a quella fisico corporea.
Nella seconda parte invece i numeri sono molto diversi. Ben il 54% delle parole utilizzate hanno a che fare con la dimensione spirituale religiosa, mostrando una vera esplosione dell’attenzione alla trascendenza. La dimensione razionale e volitiva è rappresentata dal 15% delle parole, solo di poco in calo. Pure in leggero calo quella relazionale che si attesta la 26%. Mentre per le ultime due dimensioni si assiste ad un vero e proprio tracollo: quella affettiva, si riduce ad un misero 4,5%, e quella corporea sparisce completamente. Va detto, per precisione, che questi numeri sono delle approssimazioni, tenendo conto solo delle 30 parole più utilizzate in una data parte del testo. Le eventuali presenze minori sono però talmente basse da non spostare l’ordine di grandezza di questi dati. Per cui, a cercare bene, qualche parola che afferisce al corpo si trova anche nella seconda parte, ma la sostanza è che questa dimensione è di fatto dimenticata in questo orizzonte.
Ora, già così alcune considerazioni emergono da sole. Tradotte in alcune domande. Possibile che una fede in cui parliamo di resurrezione, incarnazione e cibarsi di un corpo risorto, possa produrre una visione della famiglia in cui la dimensione affettiva è marginale e quella corporea inesistente? Possibile che l’aggettivo sessuale compaia nel testo solo nella prima parte, solo tre volte, di cui due in senso negativo? La parola gioia compare 6 volte, ma solo due sono applicate alla condizione della famiglia, entrambe nell’ultima parte. Non compare mai la parola felicità e nemmeno piacere. Come hanno fatto i padri sinodali a descrivere la bellezza della famiglia cristiana, nella seconda parte, senza parlare di gioia, di felicità o di piacere? Ma soprattutto: Non si sono accorti dell’enorme, abissale, distanza tra la realtà percepita della famiglia e l’immagine ideale che ne hanno mostrata?
A questa ultima domanda, però, prima di analizzare la terza parte, mi sono risposto che sicuramente questa distanza era stata colta. E che nella terza parte i numeri mi avrebbero dimostrato un riequilibrio antropologico che avrebbe permesso di riavvicinare le prime due parti. Bene. I risultati della terza parte sono i seguenti: Spirituale religioso 47%; razionale volitivo 30%; relazionale 21%; affettivo 1,3%; corporeo 0%. Come volevasi dimostrare.

Il mondo reale della famiglia appare sulla scena del sinodo per un piccolo istante, poi svanisce. Le idee teologiche e gli assunti filosofici razionali occupano quasi tutto lo spazio. La vera frattura è qui. Tra una realtà fatta di coniugi e figli che hanno baricentri bassi, a volte bassissimi e a volte inesistenti, che vivono più sentendo che pensando. E un sinodo che ha un baricentro alto, per alcuni padri anche altissimo, che pensa e sembra non sentire abbastanza.  

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