venerdì 17 ottobre 2014

Anche il Sinodo è una famiglia...


(Andrea Grillo) Quando i Vescovi sono giunti a Roma, per vivere la bella esperienza sinodale del confronto e della discussione, non sapevano ancora di dover fare una scoperta allo stesso tempo amara e confortante. Essi infatti, giunti con l'intento di esaminare la famiglia, con le sue gioie e le sue ferite, dovevano riconoscere di essere, loro stessi, famiglia gioiosa ma anche famiglia ferita.

Il padre chiede che si esca di casa, che si abiti la strada, che ci si faccia prossimi, che si profumi di popolo; e alcuni dicono: hic manebimus optime, stiamo meglio in casa, è prudente non azzardarsi a uscire; il padre chiede che si aprano i congelatori, che si scaldino le pietanze e che si nutrano tutti con generosità, ma alcuni preferiscono tenere tutto sotto zero, conservarlo in modo sicuro e senza rischi; il padre chiede di cambiare linguaggio, di non aver paura di mescolare le lingue e di esprimere fiduciosamente la fede anche con la fantasia e con i sogni, ma alcuni, in famiglia, non si spostano di un millimetro dal più classico degli idiomi, l'unico che, a loro avviso, possa ancora garantirli.
Le giornate sinodali all'insegna della parresia, fortemente voluta e realizzata in effetti, hanno portato un frutto inatteso, ma benedetto. Non solo la Chiesa si scopre "campo profughi", ma la stessa famiglia episcopale si riconosce famiglia "ferita".

Forse, nel nostro stupore e forse anche nel nostro scandalo, abbiamo pagato cara una troppo lunga disabitudine alla parresia e al confronto, tanto da pensare che queste cose non si addicano ai vescovi.
Io credo invece che questo confronto aperto, anche acceso, sia stato positivo almeno per questo. Ha mostrato anche ai Vescovi, sulla loro pelle, che le "ferite" della comunione non sono semplici "irregolarità", ma sono cammino e prova della comunione.
Serenamente possiamo avviarci a recepire, nei documenti finali di questa prima fase, la traccia di una tensione vitale. Una famiglia ecclesiale ed episcopale, che si apre alla considerazione delle famiglie felici e di quelle infelici, deve poter vivere con apertura e scioltezza la fatica della propria comunione.
Perché nessuno sia lasciato indietro. Perché nessuno possa vantare diritti di veto. Uscire, scongelare e tradurre sono compiti e doni comuni. Di tutte le famiglie.


2 commenti:

  1. Proprio questa consapevolezza di "dimensione familiare" deve essere maggiormente approfondita. Il dibattito non può ignorare la dimensione ecclesiologica che deve essere riletta in chiave "familiare". RIpensare la Chiesa a partire dalla familgia allora, significa continuare sulla strada tracciata dal Concilio Vaticano II per una ecclesiologia di comunione. Allora avranno nuova luce anche i sacramenti, in particolare le ministerialità, i carismi,....

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  2. "Una famiglia ecclesiale ed episcopale, che si apre alla considerazione delle famiglie felici e di quelle infelici, deve poter vivere con apertura e scioltezza la fatica della propria comunione."
    Grazie Andrea!!!

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