venerdì 24 ottobre 2014

Le cinque vie per il prossimo Sinodo

(Andrea Grillo) Con i diversi interventi, che si sono susseguiti durante il Sinodo straordinario dei vescovi, sono state gradualmente configurate diverse forme di proposta per affrontare il problema forse avvertito come più spinoso, ossia la possibilità di accesso alla comunione da parte dei divorziati risposati.
Non è inutile ricordare che già secondo Familiaris consortio i divorziati risposati vivono in comunione ecclesiale. La questione che si cerca di risolvere oggi, più di 30 anni dopo quel testo, è in quale forma poter garantire loro di accedere anche alla pienezza della comunione sacramentale. La questione deve essere affrontata, ovviamente, senza ledere il primato della unità matrimoniale, che la fede cristiana considera necessariamente prioritario.

Ecco le posizioni che sono emerse, più o meno chiaramente, dal dibattito:

a) vi sono pochi soggetti, piuttosto isolati, che ritengono che l’unico modo per difendere il vincolo del matrimonio sia mantenere del tutto ferma la disciplina ecclesiale, sia quella canonica, sia quella pastorale. Ogni anche piccolo mutamento disciplinare sarebbe percepito come una forma di cedimento e come l’ inizio di un pericoloso "piano inclinato", che porterebbe ad esiti catastrofici proprio per la unità del matrimonio;

B) vi è poi chi ritiene di muoversi in modo assolutamente classico, ma con la libertà di acquisire spazi nuovi in ordine a diversi profili strettamente canonici e procedurali, auspicando 
- un ampliamento dei capi di nullità- uno sveltimento e una snellimento delle pratiche giudiziarie
- una possibile attribuzione al vescovo di una competenza per una procedura amministrativa mediante la quale poter riconoscere - non giudizialmente - la nullità del vincolo matrimoniale;

C) una posizione diversa, anche se molto simile a questa seconda, è quella di coloro che optano per acquisire una differenza più marcata tra matrimonio come contratto e matrimonio come sacramento. L’esito del ragionamento è il medesimo, ossia il riconoscimento di un capo di nullità  per mancanza della fede; ma l'aspetto significativo è che questa proposta, recentemente assunta anche da papa Benedetto XVI, introdurrebbe una novità non solo disciplinare, ma dottrinale, anche se soltanto sul piano della dottrina giuridica, creando una differenza tra contratto e sacramento, cosa che nella canonistica cattolica costituisce una certa novità.

D) una soluzione "pastorale" o penitenziale viene sostenuta da parte di tutti coloro che ritengono che un cammino penitenziale, in determinate condizioni, possa condurre singoli soggetti alla riconciliazione e alla comunione eucaristica. Questa soluzione alla questione dei divorziati risposati acquisisce il possibile riconoscimento nella piena comunione di ciascuno dei singoli, ma non dei due soggetti in quanto (nuova) coppia.

E) vi è, infine la soluzione che propone di considerare lo scioglimento del vincolo per "morte" come estensibile anche alla ipotesi di "morte del vincolo". Nella tradizione orientale questa lettura è resa possibile da una interpretazione delle "eccezioni matteane" intese come vere eccezioni. La possibilità di assumere anche in Occidente questa lettura non è tuttavia del tutto pacifica.

Ognuna di queste posizioni presenta ovviamente i suoi limiti. Nel caso delle prime due vediamo apparire chiaramente il rischio che si consideri a priori la questione dei divorziati risposati come una questione facilmente aggirabile, o mediante negazione, o mediante finzione. 

La terza posizione apre uno spazio di riflessione e di discernimento, rilevando il bisogno di una maggiore distinzione tra matrimonio sacramentale e matrimonio civile. Questo, di per sé, non impedirebbe di configurare la possibilità che la Chiesa possa un domani riconoscere, successivamente ad un matrimonio sacramentale valido, la possibilità di un matrimonio civile, non sacramentale, anche tra due battezzati

La quarta posizione ha il limite di lavorare solo sul piano individuale: assumendo infatti con tutta serietà, il lavoro del lutto per la unione fallita, essa risulta molto vaga circa le conseguenze giuridiche e canoniche della nuova unione, alla quale non dà alcuna autentica visibilità e praticabilità ecclesiale. Ogni singolo può essere pienamente riconciliato, ma l’unica coppia riconosciuta e “visibile” rimane quella che non c’è più.

Infine, la quinta posizione, considerando la "morte del vincolo", non è costretta a duplicare la realtà, ma necessita di un’adeguata traduzione della concezione "oggettiva” del vincolo, per poter attribuire al legame coniugale una storia e, quindi, persino la possibilità di morire.

Forse qui si apre il profilo più interessante della questione: in quale modo ognuna di queste prospettive di soluzione riesca a comporre la dimensione oggettiva con quella soggettiva del matrimonio. A dire il vero, il testo della Relatio Synodi presenta una sensibilità per questo tema, quando citando il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che: “Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (n. 1735).”

Se qui la questione sollevata appartiene a una tradizione “penale”, non bisogna tuttavia dimenticare che la stessa logica, che distingue tra aspetto oggettivo e aspetto soggettivo, di fatto sovraintende a tutta la organizzazione della materia matrimoniale, talora con adeguate distinzioni, talaltra con giustapposizioni o sovrapposizioni poco opportune.

Un nuovo contemperamento di aspetti oggettivi e di dimensioni soggettive, aprendo la Tradizione alla considerazione di quella “intersoggettività” che caratterizza precisamente la vita di relazione familiare, potrebbe essere la strada migliore per uscire dagli imbarazzi della dottrina classica. Infatti, se, restando all’interno delle sue categorie medioevali, carichiamo tutto il peso della “resistenza del vincolo” su una teoria oggettiva, finiamo poi per introdurre la rilevanza del soggetto in una forma solo indiretta, quasi trasversale, ma spesso con un esito paradossale.

Quanto più vogliamo rafforzare il vincolo facendone un “oggetto” tanto più lo facciamo dipendere, a posteriori, dall’arbitrio dei soggetti.

In altri termini, se irrigidito nell’alternativa tra oggettivo e soggettivo, il matrimonio non può avere una “storia”. Possiamo andare incontro alla esperienza dei “matrimoni falliti” solo se accettiamo che possano effettivamente fallire. Finché la accettazione di un matrimonio fallito significherà, per la Chiesa, soltanto il caso di una “nullità” non riconosciuta per tempo, avremo sempre un deficit di esperienza umana e cristiana che resterà irrimediabilmente incompreso.

Per rimediare a questo deficit non basta oggi – e non basterà neppure domani – soltanto un atteggiamento benevolo o una certa gentilezza. Abbiamo bisogno di una diversa teoria del vincolo matrimoniale, alla quale dovremo lavorare nel prossimo futuro.

È' evidente che il lavoro che aspetta la Chiesa nel prossimo anno dovrà essere anche un lavoro di approfondimento di queste cinque vie.

Non è affatto detto che si tratti di vie alternative. Anzi, è probabile che la soluzione possa essere trovata nel contemperamento tra alcune di queste diverse possibilità. È tuttavia altrettanto certo che la Chiesa sente il bisogno di soluzioni reali, non di finzioni o di piccoli atti cosmetici.

Se ne può trarre una semplice conclusione. La questione dei divorziati risposati non si può risolvere senza affrontare, più in generale, la questione di un nuovo e complessivo assetto giuridico e teologico del matrimonio.

Senza un nuovo disegno generale di comprensione e di disciplinamento del matrimonio, ogni soluzione di singole questioni rischierebbe di essere solo una pezza di tessuto nuovo applicata su un tessuto vecchio, che finirebbe presto con lo stracciare ancor di più la veste ormai logora.

Le potenzialità e la vitalità del matrimonio sono ancora una grande speranza per la Chiesa. La disciplina che dovrebbe disciplinarlo e orientarlo risulta, invece, assai inadeguata e spesso di ostacolo ad una reale comprensione delle questioni in gioco. Quando è al meglio di sé - e non è detto che lo sia sempre – tale disciplina riflette una comprensione dei soggetti, delle comunità e della autorità che non ha più riscontro, da almeno un secolo, nel mondo comune.

Abbiamo dunque bisogno di categorie adeguate a mediare il Vangelo della famiglia nel nostro tempo: non per cambiarlo, ma per capirlo meglio. Prima troveremo il coraggio di por mano a questo ripensamento e prima avremo le parole giuste e lo sguardo adeguato con cui interpretare il matrimonio tardo-moderno: tanto per motivare e promuovere le gioie e i successi delle famiglie felici, quanto per accompagnare e rimotivare i dolori e gli scacchi di quelle infelici.

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