sabato 18 ottobre 2014

Lo stile possibile

(Marcello Neri) Il Sinodo ha parlato di condizioni di vita, il cristianesimo si nutre da sempre di vite vissute. Il passaggio attraverso le Chiese particolari, se sarà anche un passaggio attraverso i vissuti cristiani, se ne recepirà la saggezza evangelica che essi hanno accumulato nel tentativo di dare forma a un discepolato qualsiasi sia la condizione di vita, sarà la perla preziosa di cui potrà fare tesoro la sua articolazione in straordinario e ordinario.

Più che testi e documenti, questa prima fase restituisce al cristianesimo vissuto l’abbozzo di uno stile possibile: non solo si può, ma si deve parlare e confrontare persuasioni diverse. Senza la pretesa che l’approdo del dialogo corrisponda esattamente con la propria visione delle cose.
Il cattolicesimo non è avvezzo con questo stile di procedere, regge a fatica la consapevolezza della propria interna complessità. Il merito dell’intenzione di papa Francesco è stato quello di averla messa davanti agli occhi di tutti, senza reticenze; e di creare uno spazio fraterno in cui essa potesse emergere in vista di un discernimento comune.

La fraternità ecclesiale non si crea come d’incanto, ma è un lungo processo di apprendimento. Se le due fasi del Sinodo ne segneranno l’inizio, questo ne rappresenterà l’esito più alto a prescindere da quella che sarà la sua parola conclusiva.
Ma perché qualcosa del genere possa accadere, è necessario il rapido cambiamento di una mentalità profondamente diffusa, e ben poco evangelica, nella Chiesa cattolica: quella della spartizione in vincitori e sconfitti; quella di un cristallino avere ragione e di un torto eclatante. Quando questo accade il cristianesimo ha già perso in partenza; e la Chiesa si fa debole per propria stolta responsabilità.
Non credo che questa spartizione sia una realtà virtuale creata artificiosamente dalla macchina mediatica, ma è un qualcosa che si radica malignamente nel tessuto vitale del cattolicesimo a partire dal suo corpo episcopale. E non mi sembra che l’emergere di questo aspetto nel corso del Sinodo sia il frutto indesiderato di una cura pastorale di Francesco verso quella figura complessa, in rapido mutamento e trasformazione, che è la famiglia.

Parte del compito che egli aveva affidato al Sinodo era proprio quello di consegnare alla consapevolezza dei suoi partecipanti il profilo deprimente di questa logica di cui il cattolicesimo sembra voler continuare a nutrirsi. Una logica che nessuna potestas può eliminare come d’incanto, neanche quella del primato petrino.
Anche Gesù vi andò sbattere contro nel confronto coi suoi: tutto quello che egli ha potuto fare davanti a essa è stato solo di curare la ferita dell’umano causata dalla spada brandita in nome della difesa della verità (e poco importa di dove la verità stia quando colpisce l’umano), ammonendo severamente l’autore di quel gesto.

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