venerdì 10 ottobre 2014

Matrimonio e fede nell'ebraismo


(Piero Stefani) A settembre a Roma si è svolto il Festival internazionale della letteratura e della cultura ebraiche. Il tema di quest'anno era dedicato alla famiglia. Nessuna convergenza esplicita con il Sinodo. Eppure il riferimento è emerso nel corso di un confronto tra la famiglia ebraica e quella cristiana.

Da parte ebraica, come ha confermato il rabbino Roberto Colombo, il solo fatto che un'assemblea di celibatari discuta sulla famiglia suona in maniera piuttosto strana. Per l'ebraismo, infatti, sposarsi è un precetto, applicazione concreta del comando genesiaco secondo il quale l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna per essere una carne sola (Gen 2,24).
Tuttavia, rispetto a quella che, con espressione consueta, si chiama «la trasmissione della fede», occorre porre in luce anche un'altra fondamentale differenza. Secondo la legge ebraica si è ebrei per nascita: è ebreo il figlio di madre ebrea. È vero che ci si può anche convertire all'ebraismo. Pure una convertita mette al mondo figli ebrei. Il che conferma che si tratta di legge e non solo di discendenza etnica.
Per il cattolicesimo il matrimonio è un sacramento. I suoi ministri sono gli sposi. Secondo la lettera agli Efesini (5,25-32) – spesso letta nella liturgia matrimoniale – la dignità del matrimonio è così grande da essere connessa al rapporto tra Cristo e la Chiesa. Eppure è norma di fede che due coniugi consacrati nel vincolo matrimoniale mettano al mondo figli non cristiani. Nessuno è costituito cristiano in virtù della nascita; a rendere tale è solo la fede manifestatasi nel battesimo.
Per l'ebreo l'itinerario che conduce alla sua crescita religiosa (aggettivo invero alquanto inadeguato) può essere riassunto nel motto: divieni quel che sei. Per il cristiano occorrerebbe invece affermare: diventa quel che non sei. Egli deve rinascere da acqua e Spirito (Gv 3,6). Non sono differenze da poco, e si ripercuotono anche sulla visione della famiglia. È, per esempio, proprio in virtù di questa differenza che per molte tradizioni cristiane la scelta celibataria rappresenta un modo per consacrarsi a Dio.

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