martedì 7 ottobre 2014

Mistiche nuziali e “famiglie allargate”: quali mediazioni possiamo ancora permetterci?

(Andrea Grillo) Nel corso della sua lunga storia, il matrimonio ha suscitato le più diverse forme di “discorso ecclesiale”. Da un lato, fin dalle fonti bibliche della tradizione giudaico-cristiana, l’esperienza matrimoniale ha fornito gran parte dell’immaginario di base per strutturare e articolare il rapporto tra Dio e il suo popolo, tra Cristo e la sua Chiesa.
Tutte le figure del rapporto con lo Sposo – la fedeltà e la infedeltà, la comprensione a la incomprensione, la vicinanza e la lontananza, l’onore e il disonore, l’attesa e l’oblio, la veglia e il sonno – hanno segnato la raffigurazione “nuziale” del Signore e della sua “assemblea”, della sua “sinagoga” e della sua “chiesa”. Questo immaginario biblico, e poi patristico, ha profondamente segnato la tradizione teologica, quella spirituale, quella ministeriale e quella liturgica.
Su un altro versante, gradualmente, si è formato il repertorio di una riflessione dogmatica e disciplinare sul sacramento, che dal medioevo in poi si è specializzato in una preziosa analisi delle condizioni soggettive e delle modalità attuative del sacramento, della sua natura e della sua efficacia, della sua validità e della sua nullità. Questo approccio ha approfondito le logiche del vincolo oggettivo e quelle della coscienza soggettiva, collaborando non solo alla costruzione della cultura morale e canonica della chiesa, ma generando anche una intera cultura europea dei diritti del soggetto e del primato del “foro interno”.
Potremmo quasi dire, con una piccola ma preziosa esagerazione, che il primo filone, caldo e analogico, ha potuto, negli ultimi decenni, giungere facilmente a fenomeni di surriscaldamento, fino alla fusione mistica. Mentre il secondo indirizzo, più freddo e analitico, ha condotto, non di rado, a forme di vero e proprio surgelamento, con annessa paralisi, coazione a ripetere e gravi incomunicabilità.
In particolare dobbiamo osservare come, negli ultimi tempi, si sia venuta a creare una paradossale situazione. E’ capitato, infatti, che una sorta di “santa alleanza” tra il primo e il secondo fronte della riflessione abbia generato un “sapere sul matrimonio” che, nello stesso tempo, si è presentato come troppo caldo e troppo freddo, finendo per risultare anche troppo tiepido. In altri termini, con esso si propone, non senza ragioni, una forte sottolineatura della “mistica nuziale” interna alla complessiva rivelazione cristiana, per poi trarne, però – e spesso surrettiziamente - dirette o disinvolte conseguenze sul piano strettamente giuridico e disciplinare. Come se una lettura “nuziale” della realtà rivelata potesse pretendere, immediatamente, di far sorgere conseguenze normative univoche e assolutamente invariabili. Come se un massimalismo della mistica si sposasse così facilmente con un massimalismo del diritto.
Qui ci troviamo di fronte ad un vero “difetto di tradizione”. Proprio queste accelerazioni - queste esagerate riscaldature mistiche e queste troppo rapide infreddature giuridiche - poggiano su una incomprensione grave dell’oggetto/soggetto della tradizione stessa. E’ il matrimonio come tale che, in questo passaggio, rischia di risultare incompreso, o per eccesso di idealizzazione, o per eccesso di amministrazione. Le parole con cui ne parliamo e le categorie con cui lo pensiamo e lo “sentiamo” non ne rispettano la logica delicata e la trama complessa. E questa tendenza non fa bene alla tradizione, poiché è incapace di rilanciarla e di rinnovarne il linguaggio e lo stile.
Che cosa ci dice, infatti, la lunga tradizione antica, medioevale e primo-moderna? Che il matrimonio, proprio in quanto sacramento, non è soltanto una “ricostruzione” o una “trasfigurazione” dell’antropologia a livello teologico, ma è una piena assunzione sia del livello naturale, sia del livello istituzionale sul livello sacramentale. Ogni “elevazione”, di per sé, presuppone peso e fatica. Sono proprio le differenze tra questi tre livelli (naturale, istituzionale e sacramentale) ad aver permesso di leggere questo sacramento nuziale come “ultimo” e come “primo” rispetto a tutti gli altri. Dal punto di vista del “segno” è stato facile riconoscerlo come primo, ma dal punto di vista della causa è stato altrettanto facile retrocederlo all’“ultimo posto”. E può essere riconosciuto come primo solo se da esso non si rimuove il fardello umano e la struttura complessa.
Credo che sia stata proprio questa grande complessità di livelli, di cui il matrimonio ha strutturalmente bisogno, a farne il sacramento più grande, ma anche il più piccolo. Grande nel significare come nessun altro la unione tra Cristo e Chiesa, ma piccolo nella sua concreta e fallibile possibilità di realizzarla. Questa è la differenza strutturale che il surriscaldamento mistico e il congelamento giuridico – con argomentazioni opposte, ma ora convergenti - rischiano di rimuovere pericolosamente. Tali logiche riduttive – ma riduttive, si badi, per eccesso - dimenticano, quasi inevitabilmente, la differenza che rimane tra approccio mistico e rapporto operativo rispetto al matrimonio. Se le analogie, belle ed eleganti, diventano principi di determinazione della coscienza altrui, le mistiche si trasformano facilmente in forme di oscurantismo o di negazione dell’altro e del suo diritto. Viceversa, se le logiche dei diritti e dei doveri non riescono più nemmeno a nominare legami degni di questo nome, allora tutto il sistema delle garanzie del soggetto – oggi così accuratamente sviluppata - si trasforma nella quasi certezza della inaccessibilità, per nessun uomo e per nessuna donna, di una autentica sfera della comunione di vita.
Ecco allora, ricondotto al suo punto geometrale, l’imbarazzo che ci troviamo a vivere in questi tempi, comunque opportuni, di avviamento al cammino Sinodale: la pretesa di far valere i principi generali di relazioni teologiche come immediate ed evidenti soluzioni antropologiche o, viceversa, la pretesa, altrettanto rischiosa, che l’umano contemperamento dei diritti, dei doveri e degli interessi possa diventare, come per miracolo, verità rivelata e disegno del Padre.
Una domanda si impone, radicalmente e pudicamente: è più giusto custodire l’unità dell’amore coniugale in una sorta di cassaforte denominata indissolubilità, di cui però a tutti sia nota la combinazione capace di renderla inconsistente; oppure non sarebbe meglio affidare la comunione di vita della coppia ad un tabernacolo trasparente, capace di accogliere anche la storia e le crisi dei soggetti che lo abitano? L’irrigidimento su una nozione medioevale di “indissolubilità” è un modo di assicurare alla Chiesa una autentica fedeltà al “depositum fidei”, oppure soltanto uno schermo, per procurarle la rassicurante apparenza di una tale continuità?
Come ha scritto una volta K. Barth, “la via regia della semplicità divina e la via della più inaudita illusione corrono parallele nella storia della teologia, in tutti i tempi e in tutti gli sviluppi, separate soltanto dallo spessore di un capello”. Sperare che la misericordia di Dio sia già tutta contenuta nella dottrina e nella disciplina che abbiamo saputo costruire negli ultimi 800 anni intorno al matrimonio rischia di essere una presunzione che, facilmente, può capovolgersi in disperazione. Coltivare la speranza significa invece tenersi distanti da questi due eccessi: non presumere di avere già risolto teoricamente un problema che è obiettivamente nuovo e non pensare che il nuovo problema non possa trovare risposta sulla base di una dottrina capace di essere tradotta, fedelmente e creativamente.
Il matrimonio “non si può sciogliere”: la dottrina della indissolubilità è la forma classica con cui questa parola di Gesù è stata tradotta e tramandata. Ma le conseguenze disciplinari di questa forma di traduzione, e la sua stessa adeguatezza alla parola di Gesù, non sono affatto dati irreformabili. In questo spazio realmente aperto alla sollecitudine ecclesiale il prossimo Sinodo potrà muoversi con audace prudenza, e con giustificata lungimiranza. Al servizio di una ecclesia che voglia essere, davvero, ante et retro oculata.



2 commenti:

  1. E' una riflessione veramente bella! Ricca di spunti di riflessione, di speranza, di prospettive nuove...solo un laico sposato può scrivere simili considerazioni! Grazie!

    RispondiElimina
  2. Beh, l'abbiamo capito da mo' che Lei è contrario all'indissolubilità del Matrimonio cristiano, anche se farcisce il concetto con molti giri di belle parole....Ma cosa vuol dire: "eccesso di idealizzazione" del Matrimonio? Sono uno scemo a idealizzare il Matrimonio cristiano? A credere che è questo il disegno di Dio sull'uomo? Ma non si può correggere o "aggiornare" il Vangelo come si vuole.....Ma perché non si parla un po' di più della bellezza del disegno di Dio, portato da Gesù, sul Matrimonio, sulla famiglia, sull'uomo in definitiva? E la "porta stretta"? L'abbiamo allargata coi bulldozer? E il Magistero di San Giovanni Paolo II l'abbiamo buttato nel cesso? Quante famiglie cristiane si sono formate al suo insegnamento, aperte alla vita e alla fedeltà!

    RispondiElimina