mercoledì 15 ottobre 2014

Mons. Menichelli: i pastori siano più umili, essere sposi è difficile

Mons. Edoardo Menichelli, padre sinodale.
(Fabio Colagrande*) "E' la prima volta che partecipo a un Sinodo e sono rimasto rallegrato interiormente dalla modalità con cui abbiamo accolto l'invito del papa a parlarci con franchezza e ascoltarci con umiltà. Ho avuto l'impressione che sia cresciuto questo senso di comunione circa un comune interesse pastorale sulla famiglia che tanto ci preoccupa". Mons. Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona-Osimo, tra i partecipanti al Sinodo straordinario sulla famiglia, traccia un bilancio della prima settimana di lavori e commenta la 'relazione dopo la discussione', presentata in aula lunedì 13 ottobre. "In questi giorni ho imparato la cordialità tra noi vescovi, la responsabilità che sentiamo. Ho imparato dal papa la capacità di ascoltare. E poi ho appreso che dovunque la famiglia è riconosciuta e voluta come una bellezza indispensabile per la società, ma che in giro per il mondo le ferite sono ampie e diffuse".
La 'relatio' afferma che la famiglia "va innanzitutto ascoltata nella sua complessità". Mons. Menichelli chiarisce: "Un punto fondamentale, venuto fuori durante le nostre discussioni, e su cui c'è una grande convergenza, è che la famiglia non deve essere tanto un destinatario, un 'oggetto', della pastorale, quanto piuttosto deve essere recuperata come 'soggetto' di pastorale. Ciò significa che noi vescovi dobbiamo tener conto del sacerdozio degli sposi. Sono loro che fanno il matrimonio come sacramento. Il sacerdote benedice, convalida, accoglie, intercede per la grazia di Dio, ma i soggetti del matrimonio sono loro e questo va recuperato". Dalla 'relatio' emerge anche la necessità che la Chiesa cambi il "linguaggio" con cui annuncia il Vangelo della famiglia. Ancora mons. Menichelli: "Questo avverrà solo quando saremo capaci di far dialogare i due sacramenti: il nostro sacerdozio e il loro sacerdozio. Noi vescovi e sacerdoti dobbiamo comprendere le problematiche e le fatiche che la famiglia sopporta a vari livelli".

Ma cosa significa in concreto porsi in una "prospettiva inclusiva" rispetto alle "forme imperfette" della realtà nuziale, come afferma la 'relatio post disceptationem' del Sinodo sulla famiglia? "In definitiva - spiega mons. Menichelli - significa che noi, come Chiesa, dobbiamo veramente ascoltare di più. Viviamo in un mondo così complesso che non possiamo, come Chiesa, incasellare tutto in certi termini o certi concetti precisi che siamo stati abituati a usare. Oggi molta realtà ci sfugge. Dunque noi siamo chiamati a entrare dentro queste nuove dinamiche e accompagnare con intelligenza, amore, passione, e con un pizzico di umiltà - o forse un po' di più di un pizzico - questo impegno tra due sposi. Perché essere sposi è difficile come è difficile essere sacerdoti".

Essenziale, secondo la 'Relatio post disceptationem', è poi una "adeguata preparazione al matrimonio cristiano". "Su questo punto - prosegue Menichelli - credo che la Chiesa tutta intera debba chiedere perdono per una sorta di 'non voluta', ma 'realizzata', disobbedienza. Nella Familiaris consortio di S. Giovanni Paolo II, si parlava infatti di una preparazione matrimoniale remota, prossima e immediata. In realtà, ormai, oggi ci limitiamo solo a quella immediata e i nubendi arrivano all'altare con scarsità di fede e una cultura infettata. Non bastano solo pochi incontri".

Circa la situazione dei separati, divorziati e divorziati risposati, la 'Relatio post disceptationem' sottolinea che "non è saggio pensare a soluzioni uniche o ispirate alla logica del 'tutto o niente' ". "Significa che, in questi casi, noi non possiamo far finta che non sia successo qualcosa, ma, allo stesso tempo, non possiamo far finta che le situazioni non debbano essere valutate. Per me il problema non è 'comunione sì, comunione no'. Ma, 'quel matrimonio c'è stato o non c'è stato?'. 'E' nato o non è nato?' ". "Nel mio intervento al Sinodo - prosegue Menichelli - mi sono soffermato sulla 'durezza del cuore' di cui Gesù parla nel Vangelo di Matteo rivolgendosi ai farisei. Anche oggi quanta 'sclerocardia' c'è nella comprensione di questo grande mistero tra l'uomo e la donna che dovrebbe essere il segno visibile dell'alleanza di Cristo con la Chiesa? Ridurre tutto a 'comunione sì e comunione no' mi sembra troppo poco. Per questi fratelli e sorelle serve un accompagnamento. Io lo faccio in diocesi da tre anni, svolgendo incontri mensili con un gruppo di 80-90 persone, divorziati e separati, che vengono, ascoltano, si sentono consolati, capiscono il problema, non sono arrabbiati con la Chiesa e sanno che il cammino della conversione non è né facile, né frettoloso".

Quanto alle persone omossessuali - in un passaggio che è stato molto ripreso dalla stampa - la 'Relatio post disceptationem' afferma che "hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana". "Ogni persona - commenta l'arcivescovo Menichelli - è un dono di Dio e ha qualcosa da offrire all'altro. Nessuno, in questo senso, può cancellare ciò che un fratello o una sorella omosessuale può offrire". "Il problema è ciò che queste persone chiamano diritto e non corrisponde al progetto di Dio contenuto nella Bibbia. Qui, credo ci sia da fare un ragionamento molto sereno. Noi - come ha ricordato papa Francesco - non possiamo entrare nella coscienza delle persone, non siamo chiamati a giudicare. Siamo chiamati ad accompagnare e a educare, perché anche queste persone capiscano il messaggio del Vangelo, che non è contro di loro. Ma 'a favore di loro' nel senso che li può aiutare a capire la loro identità e a viverla".


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