sabato 18 ottobre 2014

Paolo VI: mistico, profeta, pastore

Il card. Etchegaray con Paolo VI al primo
Sinodo dei vescovi, 1967 [© Roger Etchegaray]
(Roger Etchegaray) In occasione di una tavola rotonda tenutasi nella sua città natale di Espelette (Francia) il 26 agosto scorso, il card. Roger Etchegaray, 92 anni, ha ricordato i tratti principali di papa Montini, in vista dell’imminente beatificazione (http://diocese64.org/; nostra traduzione dal francese; pubblicato in Il Regno 16/2014, 539).

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Vorrei tratteggiare la figura di papa Montini, Paolo VI, che verrà beatificato nel prossimo mese di ottobre. Consapevole che è impossibile tradurre in pochi tratti una personalità così brillante, dirò semplicemente che egli era come divorato dal desiderio di portare la buona novella del Salvatore alle popolazioni più marginali e alle culture più remote. (…) È stato un papa moderno nel senso che ha osato guardare al mondo in quanto tale – e non più solamente a partire dalla Chiesa – e a come il mondo vede se stesso, con le sua audacie, i suoi rischi e le sue possibilità.

Jean Guitton ha rivelato che, consultato da Paolo VI all’indomani della sua elezione, gli aveva suggerito un’enciclica sulla «verità». Ma questo tema non convinse il papa; gli preferì quello del «dialogo» e pubblicherà infatti il 6 agosto 1964 la sua prima enciclica Ecclesiam suam, forse la più attuale ancora dopo cinquant’anni. Paolo VI definisce qui la Chiesa attraverso due poli, quello dell’approfondimento della «coscienza che ella deve avere di sé» e quello «della missione che essa deve esercitare nel mondo» nel dialogo (Paolo VI, lett. enc. Ecclesiam suam, 6.8.1964; EV 2/170). (…)

Tra i gesti concreti di Paolo VI, penso alla sua visita alle Nazioni Unite. Un viaggio lampo di 32 ore (non c’erano ancora i jet). (…) Ero nella basilica di San Pietro quando il papa, ritornato senza accusare almeno apparentemente nessuna fatica, venne accolto con un applauso fragoroso dai 2.000 vescovi del Concilio, meravigliati di questa maratona che avrebbe sfinito un buon numero di loro.

Penso a quel paralitico di Trastevere, il mio quartiere romano, che il papa un giorno prese tra le sue braccia, promettendogli che dopo la risurrezione avrebbe danzato con lui davanti al Signore. E penso anche a quell’anello senza valore che offriva ai vescovi, invito a una vita più povera e segno dell’unità del collegio episcopale, obiettivo del ristabilimento dell’antica istituzione del Sinodo, dal sapore orientale.

La sua beatificazione ci permetterà di riscoprire meglio questo mistico, questo profeta, questo pastore al quale sono stato così vicino. Avviluppato e in qualche modo accerchiato dalla spinta contestataria delle impazienze o delle resistenze sviluppatesi attorno all’anno 1968, ha dovuto applicarsi giorno per giorno a tener testa al rinnovamento conciliare e a prendere talvolta delle decisioni esigenti non accettate da tutti.

La sua serenità interiore non traspariva sempre dal suo viso, ma ogni sua azione ne rifletteva l’intensità. Chi non conosce lo straordinario e improvvisato dialogo durante il primo incontro di Paolo VI con il patriarca Atenagora a Gerusalemme? Senza immaginare che i microfoni fossero già accesi, appena poco prima di scambiarsi i loro discorsi, furono registrate le parole che essi si dicevano l’un l’altro: «Che cosa possiamo fare per andare avanti insieme?».

Ecco una nuova ora privilegiata per l’ascolto reciproco! Che tutte le nostre Chiese si radunino, si concentrino in umiltà sulla medesima domanda. Allora saremo sicuri di accogliere almeno un barlume della risposta che viene dall’Alto, dallo Spirito, con questa parola di Paolo VI alla fine del Concilio: «Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica, magnifica». Paolo VI è tutto in questa parola fremente e gioiosa che appare alla fine del suo testamento.

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