martedì 4 novembre 2014

Fissati a un modello medioevale?

(Andrea Grillo) Configurando un modello di tradizione ecclesiale piuttosto lineare, il card. Gerhard Mueller ha di recente affermato: «Ci sono tanti mezzi, ma c’è un solo mediatore, che è Gesù Cristo, e il suo Vangelo. Quindi la Parola di Dio non può mai essere ignorata in nessun modo, e non può essere sottoposta a compromessi in nessuno dei suoi passaggi. Deve essere accettata pienamente. La Chiesa, né prima né dopo né durante il Sinodo può cambiare ciò che viene dall’insegnamento di Cristo. Per quello che riguarda il matrimonio sono prioritarie le parole: “Ciò che Dio ha unito, l’uomo non divida”»(Vatican Insider, 3.11.2014).


Di fatto, noi abbiamo ricevuto la Parola di Dio mediata dalla dottrina e dalla disciplina medievale del matrimonio. Tale disciplina si è istituita mediante il ricorso a categorie che non fanno parte della cultura cristiana, in senso stretto, ma che sono state tratte dalla tradizione metafisica greca, dal pensiero giuridico romano, e in parte da quello barbarico. In tale assetto il modello di concezione del matrimonio e della sua indissolubilità è stato modellato su un complesso rapporto tra la “oggettività del vincolo” e la soggettività delle condizioni richieste per un “valido” consenso e una “reale” consumazione. Queste categorie, che hanno svolto in modo assai efficace una funzione di mediazione per quasi un millennio, sono entrate in crisi con il XIX secolo.
La crisi, tuttavia, non è della Parola di Dio, ma della sua trascrizione/traduzione medioevale. Ciò che il mondo tardo-moderno ha messo in discussione non è anzitutto la unità della famiglia, ma il modo medioevale di pensare questa unità.
Il pensiero medioevale ha realizzato, in questo campo, due autentici capolavori: da un lato ha scolpito finemente il monumento all’autorità dell’amore. Un grande vincolo oggettivo, forte e insieme delicato, che struttura la vita dei soggetti e delle comunità, che assicura la continuità delle generazioni e la educazione dei giovani. Accanto a questo grande risultato, ha compiuto il non meno importante lavoro di cesello sul soggetto, sulla sua volontà, sulla sua libertà, sul suo corpo e sulla sua anima.
Tutto questo è diventato, dal XII secolo in poi, il duplice versante, oggettivo e soggettivo, del matrimonio cristiano. Certo, già questa epoca conosceva la alternativa rischiosa che questa comprensione poteva rivelare: come primo e come ultimo dei sacramenti, il matrimonio aveva in sé, non troppo nascoste, le sue belle tensioni.
Ma tutto questo poteva essere gestito, appunto, con una sapiente equilibratura del monumento oggettivo del vincolo con la finezza delle condizioni soggettive del consenso e della consumazione.
Questa dottrina giuridica dava parola e forma alla tradizione teologica, offrendole anche una “via processuale” per venire incontro alle – rare – occasioni di “matrimonio fallito”. Venne così elaborato, in quel contesto e con quelle categorie di pensiero, una procedura per poter “dichiarare”, a certe condizioni, una condizione di reversibilità dei soggetti rispetto al loro vincolo. Non perché fossero “sciolti dal vincolo oggettivo”, ma perché il vincolo oggettivo poteva essere riconosciuto come mancante di condizioni soggettive e quindi inesistente.
Si noti: la soluzione non era offerta se non con il riscontro di una carenza di elementi soggettivi al costituirsi del vincolo stesso. Se il vincolo si era validamente costituito e la consumazione era avvenuta, il vincolo doveva essere ritenuto oggettivo, sottratto ad ogni storia del soggetto.
Se invece consenso o consumazione risultavano “viziati” da qualche mancanza, allora si doveva costatare che il vincolo non vi era mai stato.
Fisiologia e patologia del vincolo avevano, tuttavia, in questa trascrizione medioevale, un elemento in comune: non ammettevano alcuna “storia del vincolo”. Questo è tipicamente legato al metodo di pensiero e di argomentazione dell’età medioevale. E tuttavia tale modello medioevale entra in crisi quando, con la tarda modernità, si realizza un mondo che pensa il soggetto con i criteri della coscienza e della storia. Con tale crisi, lo ripeto, non è la indissolubilità ad entrare in difficoltà, ma il suo modo di essere compresa e trascritta secondo categorie medioevali.
A riprova di questo limite “categoriale” vorrei soffermarmi su due aspetti della questione, così come si presentano nel mondo tardo-moderno:
  • da un lato muta il modo di comprendere il rapporto tra “comunione” e “libertà”;
  • dall’altro si manifesta una sorta di “degenerazione” del rimedio procedurale di costatazione della nullità del vincolo.
  1. Il modello medioevale di comprensione del matrimonio opera un passaggio troppo rapido e disinvolto tra il soggetto libero e relativamente autonomo e l’oggetto autorevole, che sovraintende alla vita dei soggetti. La Parola di Dio, in effetti, non definisce in modo dettagliato che cosa dobbiamo intendere con “ciò che Dio ha unito”, rispetto a ciò che “l’uomo non deve separare”. Atto divino e atto umano trovano, di volta in volta, una raffigurazione e una configurazione diversa. Ciò che cambia, con la tarda modernità, è precisamente la “non esteriorità” tra autorità e libertà. Comunione e libertà di coscienza sono diventate realtà reciproche, in cui la autorità non ha più, almeno immediatamente, alcun diritto acquisito. E dove la comunione, se non passa per coscienze libere, appare sospetta e imposta e perde, per così dire, la propria autorevolezza.
  2. Per questo l’equilibrio tra autorità e libertà non può più essere pensato in analogia con un “contratto”, ma piuttosto sulla falsariga di una alleanza o di un patto: il mutamento non è soltanto un passaggio dal “diritto” alla “teologia”, ma anche tra diverse configurazioni giuridiche del matrimonio stesso. Ciò ha, come conseguenza, un grande paradosso: proprio se lasciamo in uso le “categorie medioevali” che trascrivono la parola di Dio in questi termini non più adeguati, generiamo continue contraddizioni tra sistema giuridico e realtà matrimoniale. Così, se cerchiamo di salvaguardare a tutti i costi la “oggettività” del matrimonio con le categorie medievali, finiamo per favorire, di quelle stesse categorie medievali, solo il versante soggettivo, sottoponendo la realtà matrimoniale oggettiva alla carneficina impietosa delle “cause soggettive di nullità”, che inevitabilmente si moltiplicano e svuotano di consistenza ogni oggettività. Sradicata dal suo ambiente originario, la concettualità medioevale introduce continue forzature nella realtà e finisce anche con il generare “mostri”. Si noti: questo non è un effetto delle categorie in quanto tali, ma del loro utilizzo decontestualizzato, in un clima e in una cultura che pensa l’uomo, le relazioni, la libertà e l’autorità in modo profondamente diverso.

Come il medioevo scolastico e giuridico ha trascritto la parola di Dio e la sapienza ecclesiale nelle categorie del diritto e della metafisica del suo tempo, mettendo in rapporto tradizione greca, romana e barbarica, come finissime mediazioni, così oggi la tarda modernità deve sapere trascrivere il senso di questi capolavori scolastici in un nuovo linguaggio.
Il linguaggio della libertà di coscienza, della storia del soggetto e dei suoi legami e della trasformazione della intimità possono diventare, oggi e domani, nuovi capolavori di custodia e di trasmissione della Parola di Dio sul matrimonio.
Perché questo possa accadere, è necessario superare la rigida e forzata contrapposizione tra oggettività sacramentale e soggettività del consenso e della consumazione. Credo che solo così resteremo capaci di servire la Parola di Dio “propter homines”.

Da un lato dunque, abbiamo veramente bisogno di ritornare al Vangelo e alla Parola di Dio, prima che alla dottrina ecclesiale. Ma dall’altro abbiamo bisogno urgente di una migliore formulazione dottrinale, per onorare veramente la Parola di Dio nelle categorie culturali ad essa più adeguate. Le due cose non sono in contraddizione, anzi una cosa richiede, necessariamente, anche l’altra. Per questo alle questioni sollevate dal Sinodo non ci sono soluzioni semplici, né in un senso né nell’altro.   

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