giovedì 13 novembre 2014

Quale spazio nella Chiesa per gli omosessuali credenti?

(Paolo Gamberini*) Ho letto con interesse il testo pubblicato dal blog dell’intervento in Sinodo del card. C. Schönborn. Ne sono venute alcune considerazioni.
Una persona omosessuale credente ascolta il proprio vissuto “già” interpretato da altri: famiglia, società e Chiesa. La modalità (omo)affettiva con cui vive e sente gli altri, Dio e se stesso già gli parla con determinate parole e immagini. La persona omosessuale è già “detta” da altro/i. 
È sua responsabilità ascoltare criticamente sia il “suo” vissuto sia il vissuto ecclesiale; è sua responsabilità e suo paziente travaglio discernere in continuazione tra i linguaggi ecclesiali, i concetti teologici e gli atti morali e nella libertà della propria coscienza scegliere quelli che maggiormente sono capaci di custodire, promuovere e favorire il suo vissuto. Quale definizione di persona promuove questo vissuto? La Rivelazione biblica e la riflessione antropologica suggeriscono di vedere nella sessualità una forma eminente dell’incontro con l’altro, dove l’altro, nel disegno di Dio è l’essere umano di sesso differente. L’incontro con l’altro nella forma della differenza sessuale sarebbe dunque esperienza che indirizza a una piena comprensione della propria identità. «Il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”» (Gen 2,18). Non è né il solo maschio, né la sola donna creati ad immagine di Dio; l’uomo “è” immagine di Dio non tanto nella mascolinità o nella femminilità, ma nella “relazione”.
Come Dio è in se stesso relazione immanente (Padre, Figlio e Spirito Santo), così l’uomo è immagine di Dio in quanto essere relazionale. Ciò significa che la finalità e l’ordine, con metafora biblica il gan Eden, dell’uomo è di divenire sempre più imago Dei. L’icona trinitaria manifesta la priorità della relazione rispetto alle modalità secondo le quali si realizza: la differenza tra le persone divine è effetto (e non causa) della relazione. Si ha “complementarità” non solo tra uomo e donna, ma anche tra persone dello stesso sesso. Come varie e molteplici sono le forme di questa relazionalità, così varie e molteplici sono le forme della sessualità: è necessario pertanto recuperare una comprensione “analogica” della sessualità, che sappia riconoscere cosa ci sia di somigliante e di differente nell’orientamento omo ed eterosessuale.
Un primo semplice passo per sdoganarsi dall’alternativa “omosessualità sì, omosessualità no” sarebbe quello di applicare alla comprensione dell’amore sessuale quel modello ecclesiologico utilizzato dal Concilio Vaticano II, per dar ragione dell’ecclesialità di coloro che erano considerati “fuori” dalla Chiesa cattolica.
Prima del Concilio Vaticano II si diceva: o si è dentro la Chiesa cattolica o si è fuori. Tertium non datur. Chi non era cattolico era “eretico” e la sua Chiesa era considerata una setta. Viveva in un vuoto ecclesiale. La comprensione conciliare ha avviato, invece, una visione graduale dell’ecclesialità. C’è un più e un meno.
Il documento conciliare Unitatis Redintegratioal n. 22 afferma che nelle comunità ecclesiali nate dalla Riforma del XVI secolo è presente un defectus ordinis. Secondo la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica in queste comunità ecclesiali non ci sarebbe vero sacerdozio ministeriale, e dunque non può essere celebrata una “vera” eucaristia. Ma i teologi ecumenisti si interrogano se casomai si tratti non di un’assenza (defectus ut nihil), ma di una mancanza, ovvero di una non-pienezza dell’ordine sacro (defectus ut minus). Anzi si può dire che queste comunità ecclesiali sono “chiese” non nel senso in cui quella cattolica vuole esserlo: sono “chiese” di un altro tipo, alle quali, dal punto di vista cattolico, “mancano” elementi essenziali per la concezione cattolica della Chiesa. Il defectus è in riferimento alla dimensione “confessionale” e “categoriale” della Chiesa cattolica; ciò non toglie che dal punto di vista “ontologico” ed “ecclesiale” queste Comunità ecclesiali siano propriamente e veramente “Chiese”.
Questo modello ecclesiologico, che ha fatto scoprire nelle chiese della Riforma “elementi” dell’Ecclesia Christi, potrebbe aiutarci a far scoprire nell’amore omosessuale “elementi” di quella relazionalità che sono costitutivi della persona umana creata ad immagine di Dio.
È con grande gioia che ho riscontrato questa medesima ermeneutica e applicazione analogica nell’intervento del card. Christoph Schönborn, durante il recente sinodo straordinario sulla famiglia. Il cardinale applica al matrimonio quanto la Lumen gentium n. 8 dice a proposito degli “elementa Ecclesiae” e si domanda se parecchi elementi di santificazione e di verità possano trovarsi nelle forme imperfette di matrimonio e di famiglia: unioni di fatto, convivenza di non sposati e matrimoni senza certificato di nozze.
Applicando ulteriormente questa ermeneutica della gradualità non solo al matrimonio ma più in generale alla sessualità, possiamo dire che pur riconoscendo all’amore coniugale tra uomo e donna la piena sussistenza/normatività, non è escluso che l’amore tra due persone dello stesso sesso possa essere espressione – benché imperfetta – di amore. Espressione “imperfetta” non significa che sia di “serie B” o sia inferiore a quella eterosessuale. Significa semplicemente che non gode di quella pienezza che ha l’amore coniugale eterosessuale, in quanto è privo del significato procreativo. Ciò non toglie che, dal punto di vista della relazione affettivo-sessuale, l’intimità tra due persone dello stesso sesso sia espressione di amore, ad immagine dell’amore trinitario.
L’amore eterosessuale non esaurisce la totalità di quella relazionalità che fa sì che l’uomo sia immagine di Dio! Bisogna quindi comprendere la sessualità in maniera analogica e non univoca; piuttosto che concentrarsi sulla genitalità procreativa, si potrebbe tener conto di quella fecondità non biologica ma spirituale presente nella generosità di molte relazioni omosessuali. Benché questa fecondità non sia dello stesso tipo di quelle eterosessuali, possono gli atti omosessuali esprimere una vera donazione e amore.
La bontà morale degli atti omosessuali non va giudicata, quindi, in maniera astratta, ma nel contesto delle relazioni della persona. È necessaria una morale del discernimento sulle “relazioni” e proporre alle persone omosessuali credenti un itinerario spirituale che aiuti a conformarle all’immagine di Dio. La persona omosessuale credente sarà tenuta in coscienza a scegliere ciò che l’approssima sempre più al “meglio” delle relazioni che sta concretamente vivendo: con il proprio corpo, con gli altri e con Dio.


*Paolo Gamberini, gesuita, è Visiting Professor a Santa Clara University – Jesuit School of Theology (Berkeley, CA). Si occupa di ecumenismo e dialogo interreligioso. Come Visiting Professor ha insegnato presso: Boston College, Holy Cross College e Loyola University di Chicago. È stato per molti anni docente alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale; membro del Consiglio direttivo dell’Associazione teologica italiana, e Presidente della sezione italiana dell’Associazione europea di teologia cattolica. Tra le principali opere: Un Dio relazione (2009), Questo Gesù. Pensare la singolarità di Gesù Cristo (2005).

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