lunedì 8 dicembre 2014

Spazi nuovi da riconoscere

di Simone Morandini

Come leggere questo tempo, così ricco di interrogativi, che vive la Chiesa cattolica tra le due sessioni sinodali dedicate alla famiglia? Molte le prospettive - anche di segno diametralmente opposto - che sono state proposte. Mi pare che l'intervento del card. Schönborn al Sinodo (presentato su questo blog), col suo riferimento al subsistit in del n. 8 della costituzione conciliare Lumen gentium, offra spunti importanti per interpretare alcune dinamiche di questi mesi. Credo quindi valga la pena di riprendere e articolare alcuni degli elementi che esso offre, per esplicitare quanto ampio possa essere l'orizzonte che essi disegnano.
Cinquanta anni fa…
"Extra ecclesia nulla salus" scriveva Cipriano ormai quasi due millenni fa.
Mezzo secolo fa Unitatis redintegratio - interpretando appunto LG 8 - rileggeva tale espressione evidenziando come al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica romana vi siano anche Chiese e comunità ecclesiali tutt'altro che prive di valenza salvifica: di esse anzi lo Spirito non ricusa affatto di servirsi come di strumenti di salvezza (UR 3).
Il Vaticano II ci ha insegnato cioè a superare la tentazione di esprimere l'affermazione ecclesiologica di una pienezza di senso confessata presente nella Chiesa cattolica in termini di mera negazione del significato di altre, che magari tale senso possono esprimerlo in modo meno pieno.
D'altra parte, il Concilio sapeva anche che, benché "la Chiesa cattolica sia stata arricchita di tutta la verità rivelata da Dio e di tutti i mezzi della grazia, tuttavia i suoi membri non se ne servono per vivere con tutto il dovuto fervore" (UR 4).
Soprattutto, poi, allo sguardo dei padri conciliari era ben chiaro che anche una comunità che dal punto di vista istituzionale non esprima tutta la pienezza del dono, può vivere comunque dello Spirito e alimentare quindi una ricca vita di grazia nei suoi fedeli (in tal senso tutta la terza part di UR).

Certo è pure vero che nel frattempo, in questi cinquanta anni, la riflessione ecumenica ha imparato a leggere anche in forme più adeguate e articolate - meno "quantitative" - la condizione delle diverse confessioni cristiane, ma non c'è dubbio che in UR affondi le sue radici un dinamismo di riconoscimento ricco di prospettive.
Lo stesso atteggiamento con cui là ci si indirizzava alle confessioni cristiane muoverà, ad esempio, anche Nostra aetate, che vi darà espressione - pur in forme e con categorie evidentemente, differenti - anche per le relazioni con le altre fedi dell'umanità.
La confessione della luminosa pienezza di verità e salvezza donata nel Signore Gesù non impedisce qui il riconoscimento del valore di quelle intuizioni e di quelle esperienze vivificanti che sono presenti in altre fedi.
Nemmeno esse possono dunque esser viste semplicemente come oscurità, ma piuttosto come spazi dell'agire di uno Spirito che non manca di operare anche là dove la sua accoglienza si dà in forme parziali e "in incognito" (e si pensi all'"anonimato" di K. Rahner).
Gaudium et spes poi riconoscerà lo stesso Spirito all'opera in quei "segni dei tempi" che si lasciano percepire nel mondo e nella storia, per invitare quindi a un discernimento attento, teso a comprendere dove attraverso di essi il Signore dei secoli intenda condurre la sua Chiesa.
Cinquant'anni fa, insomma, il Concilio chiedeva uno sguardo attento a cogliere e valorizzare i germi di positività presenti in realtà che certo non esprimono una piena ed esplicita corrispondenza a quella figura definitiva del senso che esso pure affermava con tanta forza (e penso, ad esempio, alla splendida confessione cristologica di GS 45: " Il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia d'ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni ").
Chiedeva, quindi, una sapienza storica, teologica, etica capace di leggere i segni dei tempi con un'epistemologia della misericordia (che non è certo abbandono della verità in nome della carità) e del riconoscimento.


…E oggi
Mi pare che anche oggi - in questo tempo, tra le due sessioni sinodali - la Chiesa cattolica sia interpellata da un dinamismo di riconoscimento in qualche modo analogo. Per farlo, però, essa è di nuovo costretta a interrogarsi in modo approfondito sui segni di un tempo delicato, complesso e per molti aspetti contraddittorio.
Un tempo liquido, un tempo plurale, un tempo segnato da cambiamenti e discontinuità che possono apparire sconcertanti rispetto a fasi precedenti della storia dell'umanità. Un tempo nel quale, anche per la realtà della famiglia, ci si presenta certo una figura che appare decisamente corrispondente al disegno di Dio: nella coppia formata da un uomo e una donna, costituita nel matrimonio per la durata di una vita, riconosciamo davvero una pienezza di senso (in tutti quei tanti casi in cui il vissuto effettivo corrisponde davvero all'altezza della vocazione).
Un tempo che vede, però, anche l'emergere ed il diffondersi di altre forme di convivenza tra persone, più o meno diverse - per i soggetti coinvolti, per la durata, per la formalità istituzionale....

Ciò che occorre comprendere è se tale diversità dica semplicemente l'oscurità e l'assenza del senso della famiglia - o magari addirittura la sua intenzionale peccaminosa negazione - o se non esprima invece in qualche modo anche elementi di positività, parziali sì e segnati da contraddizione, ma che occorre comunque cogliere e riconoscere, lasciandosene interrogare in profondità.
L'interrogativo - impegnativo, certo - è soprattutto quello di individuare per tale riconoscimento vie e forme di espressione adeguate, che non estenuino la chiara affermazione di ciò che corrisponde pienamente alla Parola, ma che neppure racchiudano altre forme di vita sotto il mero stigma del negativo.
Si tratta, in altre parole, di evitare che le persone (così tante!) che vivono una condizione, che può certo apparire come parzialità di senso, la vedano immediatamente tradursi in dinamiche di esclusione da una comunione che Gesù ci ha insegnato invece a declinare come aperta, accogliente, ospitale.

Papa Francesco ha mostrato chiaramente di percepire con forza la sofferenza che tale situazione provoca per tanti credenti, ma anche di guardare con fiducia alla possibilità di individuare prospettive percorribili per un suo superamento
Certo, si tratta di un percorso complesso e non sappiamo dove potrà condurci; certo è che esso non interessa solo una realtà pur già così grande come la dottrina del matrimonio, ma anche la stessa forma Ecclesiae, nella sua capacità di esprimersi nel tempo e nella storia in un annuncio efficace del Vangelo di Gesù Cristo.

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