domenica 14 dicembre 2014

Una risposta al card. De Paolis

di Andrea Grillo*

SIGNOR CARDINALE, HA MAI SENTITO PARLARE DEL VATICANO II?
La campagna di ostilità contro Sinodo e “pensiero incompleto”


Il giorno stesso in cui sono stati pubblicati i Lineamenta in vista del prossimo Sinodo Ordinario del 2015, sul blog di S. Magister veniva pubblicata un relazione del card. Velasio de Paolis, duramente critica verso il documento conclusivo del Sinodo straordinario. Va ricordato che il card. De Paolis era uno dei 5 autori del famoso pamphlet pentaporporato, che fece scalpore prima del Sinodo. Nel frattempo non sembra aver mutato posizione, anzi, se possibile, il suo giudizio si è fatto ancora più duro e più severo.
Poiché De Paolis presenta alcuni luoghi comuni del rifiuto “giuridico” del Sinodo, vale la pena soffermarsi prima sugli argomenti che presenta, poi sulla loro fragilità, per poi concludere sul piano più generale. Ma inizio con una premessa.

1. Concorrenza tra dogmatiche e prospettiva pastorale.

Nella sua grande opera “Verità e Metodo”, H. G. Gadamer ricorda che due sono le discipline che hanno bisogno di una “dogmatica”: la teologia e il diritto. La tradizione ha elaborato dogmatiche teologiche e dogmatiche giuridiche, con la giusta preoccupazione di renderle armoniche, sebbene non si sia mai nascosta la differenza che tra l’una e l’altra occorre riconoscere. Questo è diventato, nel tardo mondo moderno, un vero rompicapo. E sarebbe ingenuo pensare che nel 2014 un teologo volesse imporre al diritto una dogmatica teologica o che un giurista volesse imporre alla chiesa una dogmatica giudirica. La difficile armonia tra le dogmatiche, tuttavia, trova da più di un secolo, una sfida ulteriore: è quella di una ripensamento più complessivo, sia sul piano teologico sia sul piano giuridico, della competenza della mediazione dogmatica rispetto all’approccio “positivo” e a quello “pratico”.
Anche nella Chiesa questa nuova consapevolezza è sorta già nel XIX secolo e nel XX secolo ha acquisito una luce particolarmente intensa con il Concilio Vaticano II. In quel concilio, la scelta di “non parlare direttamente il linguaggio dogmatico” (né della teologia né del diritto) ha spiazzato quasi tutti. Ma il recupero del terreno nutriente della tradizione aveva bisogno di questo gesto forte, che non è smentita o tradimento di dottrina o di giustizia, ma riscoperta di una relazione che viene prima della rappresentazione e di una misericordia che sovrabbonda e orienta la giustizia. La vita concreta della tradizione, in altri termini, non è mai semplicemente “applicazione di una dottrina già conosciuta”, ma “concretezza di relazione che permette di comprenderne la dottrina”.
In questo orizzonte conciliare si inserisce anche il cammino sinodale, che la Chiesa non ha inventato l’altro ieri, ma che ha riscoperto, subito dopo il Vaticano II, come proprio compito e come occasione per rinnovare la propria missione.
Se, avendo alle spalle tutta questa storia, un cardinale di valore, con tutta la sua cultura giuridica, ritiene di poter giudicare una proposizione del Sinodo come se fosse semplicemente un “atto di governo”, o una “disposizione legislativa” e mette in piedi tutto l’armamentario del giurista - per mostrarne tutti i limiti, le incongruenze, i rischi, le tragedie e le scandalose contraddizioni con la “tradizione” - forse è giusto fermarsi e sollevare alcune domande, molto franche, ma in spirito di dialogo. Egli si è espresso su una proposizione sinodale come se dovesse commentare un articolo del codice. In questo modo, con questo metodo, egli ha subito negato di dover considerare un documento di lavoro con un’ottica pastorale e in vista di una mediazione di nuove condizioni di vita e di coscienza, di storia e di relazione, che l’ultimo secolo ha sperimentato e che la Chiesa deve assumere. Vi è, al fondo del suo ragionamento, una mancanza di riconoscimento. Il reale è piegato a categorie che lo deformano e lo censurano, lo rimuovono e stigmatizzano, ma senza comprenderlo.

2. Gli argomenti dogmatico-disciplinari del cardinale

In sintesi la considerazione del Sinodo proposta da De Paolis si concentra soltanto sulla proposizione n. 52, dedicata alla disciplina riguardante i divorziati risposati. Di fronte al dettato della proposizione il fuoco di fila del Cardinale giurista passa in rassegna tutti questi argomenti:

a) Il testo non dovrebbe essere considerato “testo sinodale” perché non ha raggiunto il “quorum previsto” (ma egli dimentica che il testo non è testo definitivo, ma “testo di lavoro”)
b) Il testo è non omogeneo, con parti contrapposte, con motivazioni inadeguate, inappropriate o incomplete.
c) La proposizione ha formulazione limitata, nel senso che si riferisce a una categoria limitata di persone, che non dovrebbero meritare una attenzione particolare.
d) Si riferisce duramente al Card. Kasper, la cui proposta “non è stata sostenuta da alcun argomento valido” e, d’altra parte, era già stata studiata e respinta 30 anni fa.
e) La categoria dei “divorziati risposati” non è una categoria particolare, ma si risolve nella categoria generale delle “situazioni irregolari”.
f) Una concessione della eucaristia in questi casi potrebbe apparire un premio o un invito a stabilire nuovi vincoli
g) La vita in comune “more uxorio” e la situazione permanente di peccato sono ostacolo insuperabile per la comunione sacramentale.
h) La stesura del testo genera equivoci: si parla di “disciplina attuale” come se si potesse modificare tale disciplina, mentre si tratta di una disciplina fondata sul diritto divino, che pertanto esclude che la Chiesa possa agire diversamente.
i) Si tratterebbe, in caso contrario di un “cambio dottrinale”, in contrasto con la ripetuta affermazione di non voler cambiare la dottrina.
j) Se poi si volesse cambiare dottrina, ciò avrebbe bisogno di studio e la competenza del sinodo dei vescovi può essere revocata in dubbio.
k) D’altra parte, in caso di modifica, si correrebbero rischi che una persona in stato di peccato mortale, ammessa alla comunione eucaristica, cada in una condizione di sacrilegio e di profanazione dell’eucaristia; si ribadisce la necessità dello stato di grazia santificante per accedere all’eucaristia; si vede messa in discussione la morale sessuale fondata sul VI comandamento; si da comunque rilevanza alla convivenza e ad altri vincoli, a detrimento del matrimonio indissolubile.
l) Vi è in gioco non una questione disciplinare, ma una dottrina e un magistero indisponibile, che supera le competenza del sinodo. Il divieto di accedere all’eucaristia è, dunque, insuperabile e immodificabile.

3. La debolezza di un giudizio riduttivo perché soltanto giuridico

Che cosa possiamo obiettare, di fronte al fuoco di fila di questa “pars destruens”, che manca di “pars costruens”? In primo luogo, che non può e non vuole costruire altro che distruzione. L’intento – già chiaro “a priori” prima dell’evento, nel libro dei 5 cardinali – è il rifiuto di una logica complessa. Papa Francesco, nella famosa intervista a “Civiltà cattolica”, aveva fatto l’elogio di un pensiero “incompleto e aperto”, mentre De Paolis vuole solo parole “complete e chiuse”. E’ ovvio che il Sinodo, da questo punto di vista, appaia ai suoi occhi come “pericoloso a priori”. Per il pensiero semplice del Cardinale, di fronte alla proposizione 52 non resta altro che ridicolizzarla. Come si fa? E’ sufficiente fingere che il problema non esista. Perché tutto è, deve essere, o almeno deve apparire già risolto con la sola “disciplina tradizionale”. E lo è in effetti: è sufficiente chiamare i divorziati risposati come “adulteri concubini” e il gioco è fatto. La dottrina - quella vera - ha già previsto tutto, in anticipo, in modo generale ed astratto. Ecco, questa è l’idea di De Paolis: nulla può mutare nella disciplina del matrimonio, perché la dottrina ha già previsto tutto. Ma questa idea, De Paolis, da dove la prende? Non sarà per caso proprio l’idea – l’ideologia – del modernissimo diritto napoleonico? Non sarà forse che proprio il difensore della più stretta disciplina ecclesiastica sul matrimonio prenda a prestito i suoi argomenti maggiori da una singolare miscela di diritto medievale e diritto napoleonico?
Questo, in fondo, è solo un dettaglio tecnico. L’aspetto più preoccupante, in tutta questa difesa a spada tratta non già della dottrina e del magistero immodificabile - che tale non è – ma della disciplina medioevale e moderna, per come si è evoluta nel XIX e XX secolo, è che si tratta di una argomentazione in sé coerente, lineare, direi quasi semplice, elementare, ma del tutto astratta, e direi estranea, rispetto alla realtà della quale vorrebbe parlare.


4. La dimenticanza della complessità e della storia.

La storia dei soggetti coniugati, la libertà di coscienza degli individui, le modificazioni delle forme della vita, delle abitazioni, dei trasporti e delle carriere lavorative, non si lasciano ridurre ad una sintesi dogmatica a priori, né sul piano teologico, né sul piano giuridico. La domanda di “realismo” che ci viene dalla storia non ci permette di chiuderci in un atteggiamento di sufficienza verso il suo sviluppo. Ed è grave che, di fronte alla proposizione sinodale, il De Paolis sollevi ogni forma di “autodifesa”: era già stato deciso diversamente, non ci sono argomenti a favore di questa proposizione, è confusa, non è pertinente, è contraddittoria...Che stana forma di difesa della tradizione! Una grande tradizione non dovrebbe aver paura della storia, non dovrebbe demonizzarne gli sviluppi, non dovrebbe condannare tutti gli irregolari senza distinzione, ma dovrebbe trovare regole più profonde e più umane, più spirituali e più persuasive per additare la fedeltà e il legame come vocazione, non invece preoccuparsi di “sbarrare ogni via di uscita”. Non è stato proprio il diritto medioevale e moderno ad averci insegnato tutte queste accuratissime distinzioni? E dove sono finite, ora, queste cattedrali di finezza se le confrontiamo con le parole generiche e forzate del Cardinale giurista?

5. Un pensiero “incompleto e aperto” come terapia

Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato che, quanto è stato già disposto, non ha bisogno di essere ripetuto. Mentre De Paolis continua a lavorare con le categorie medioevali, con cui tutto torna alla perfezione, ma non più in rapporto a questo mondo, ma ad un mondo irreale, nello stesso tempo idealizzato e incartapecorito. La legge è, per questa visione, essenzialmente pedagogica. Non prende atto di nulla, ma dà forma a tutto. Questa è la grande visione premoderna del diritto. Ma tale visione non regge più, almeno da due secoli. Ha ancora i suoi buoni diritti e i suoi grandi meriti, ma non può più esercitarli o vantarli da sola. Se proposta in modo esclusivo, una tale pedagogia dall’alto diventa una forma pericolosa di integrismo e di massimalismo.
E’ evidente che il testo di De Paolis è anteriore ai Lineamenta. In questo nuovo testo, che certo al Cardinale non sarà piaciuto, si trova una affermazione davvero importante: con essa si sorpassa, con un balzo, tutta questa impostazione autoreferenziale, questo autoconfermarsi tra magistero, dottrina e disciplina, che immunizza dal reale e permette solo di consultare lungamente il codice, di sollevare lo sguardo sotto l’occhiale, e di dettare sentenze.
Ecco ciò che leggiamo, invece, nel testo dei “Lineamenta”. Si tratta di un invito che mira alla buona comprensione delle domande del questionario e che orienta ad uno stile autenticamente pastorale, che presenta i seguenti tratti:

“Le domande che si propongono di seguito, con riferimento espresso agli aspetti della prima parte della Relatio Synodi, intendono facilitare il dovuto realismo nella riflessione dei singoli episcopati, evitando che le loro risposte possano essere fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina, che non rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal cammino ormai tracciato.”

Il testo è di una chiarezza quasi impressionante. E’ figlio del linguaggio complesso e profondo dell’ultimo secolo. Non parla con le evidenze intellettualistiche classiche. Ed è, per usare un eufemismo, alquanto distante da tutto ciò che abbiamo letto in De Paolis. In esso si afferma che una visione della pastorale come meramente applicativa della dottrina non rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal cammino ormai tracciato. In questa espressione parla la sapienza ermeneutica che la Chiesa ha sempre esercitato nei secoli, con ponderazione e lungimiranza, e che ora De Paolis sembra ridurre ad una casamatta della resistenza contro la modernità, con mitraglia spianata ed elmetto in testa. Quanta distanza, in questa presunta difesa della tradizione, dalla grande tradizione ecclesiale!
Ma qui si apre un problema fondamentale, soprattutto per il giurista, ma anche per il Cardinale. Come fa un Cardinale, il giorno stesso in cui viene pubblicato un testo ufficiale che imposta il lavoro intersinodale del prossimo semestre, a contraddire apertamente l’indicazione vincolante che orienta il metodo di lavoro e lo spirito con cui si dovrà lavorare? Non avrebbe dovuto mostrare quanto meno maggiore prudenza?

6. V. De Paolis come G. Siri: il fascino della conservazione “iuris causa”

Ho l’impressione che questo atteggiamento oltranzista di De Paolis assomigli a quello che tante volte abbiamo visto alzarsi nella Chiesa, al momento in cui le cose si avviavano ad una svolta, subivano una mutazione, trovavano la forza di darsi forme nuove e contenuti più vivi e più veri. Voglio solo ricordare ciò che disse l’Arcivescovo Giuseppe Siri, nel 1951, al momento in cui Pio XII propose ad experimentum la rinnovata “veglia pasquale”.
Siri oppose alla novità ancora in rodaggio due argomenti che egli traeva dalla tradizione e che a suo avviso avrebbero sconsigliato questa novità di una “veglia” da tenersi non “in mane” – come si faceva da secoli in occidente - ma “in nocte”. Egli diceva che da un lato ne sarebbe derivato un problema “disciplinare”: i preti, anziché confessare per tutto il sabato santo, sarebbero stati distratti dalla veglia ancora da preparare. Ma aggiungeva anche un argomento molto più “tranchant”.
La veglia notturna appariva “contraria al diritto naturale”, che stabilisce che la notte è fatta non per celebrare, ma per dormire. A onor del vero, bisogna ricordare che G. Siri aggiunse che si permetteva di sollevare queste obiezioni contro la “lex condenda” e soltanto finché fosse stata tale. Di fronte ad una approvazione ufficiale e definitiva, si sarebbe immediatamente adeguato. E – mutatis mutandis - è certo questa stessa l’intenzione, per quanto non espressa, che lo stesso De Paolis farebbe propria al momento opportuno.
Dunque, non di rado la resistenza alle riforme indossa il mantello largo e tutto pieghettato del diritto. Dovremmo trarne un duplice insegnamento. Da un lato, per una vera traduzione efficace della proposizione 52, ancora da articolare e da approfondire con coraggio, occorrerà tutta l’acribia e la precisione di bravi giuristi e una vera disponibilità a tradurre l’anelito verso la misericordia in forme giuridiche sostenibili, affidabili, serene e fedeli. Se non lo si farà, non ci sarà riforma vera. Il teologo dovrà imparare dal giurista e il giurista avrà sempre molto da insegnare.
Ma, d’altro canto, è certo che se il giurista vorrà sostituire il teologo, se pretenderà di usare come criteri sistematici dei luoghi comuni tradizionalistici, se vorrà innalzare il “diritto divino” a criterio di giudizio anche delle marche da bollo o dei termini delle notifiche, se inclinerà senza pudore verso una Chiesa non solo autoreferenziale, ma addirittura retroreferenziale, tutta “oculata” verso il “retro” e dichiaratamente cieca verso l’”ante”, se vorrà ridurre il rapporto con il reale ad un sillogismo, quando non ad un sofisma, allora sarà inevitabile che al giurista intemperante, dimentico dell’ultimo secolo di storia e memore solo dei 19 secoli precedenti, si dovrà chiedere, con un sorriso: “Signor Cardinale, ha mai sentito parlare del Vaticano II?”

* http://grilloroma.blogspot.it

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