giovedì 8 gennaio 2015

I no di Weigel al Sinodo e l'oblio del Vaticano II


di Andrea Grillo*

L’astio di G. Weigel contro il Sinodo e la riduzione politica del matrimonio

Per molti versi, l’analisi proposta da Weigel sul Foglio del 7 gennaio, nell’articolo “Lo scisma, i tedeschi, i soldi”, assomiglia a quanto scritto molte volte sullo stesso giornale da R. De Mattei. Vi è, nel fondo, un radicale rifiuto della mediazione moderna della fede e una lettura del tutto riduttiva della svolta che il Concilio Vaticano II ha impresso alla forma cattolica di presenza ecclesiale nel mondo.
Non a caso anche Weigel inizia da “Dignitatis Humanae”, ossia dal testo conciliare che modifica profondamente, ma coerentemente, il rapporto della fede con la libertà. Ed è proprio su questo versante che mi pare di dover sottolineare i limiti più preoccupanti che emergono da questa rilettura ideologica, manichea e irrealistica della vicenda conciliare. Ne sottolineo solo alcuni aspetti.

1. La mancanza di rispetto

Per uno storico e un intellettuale affermato come Weigel sembra una debolezza molto grave ricorrere alla ridicolizzazione dell’avversario per tentare di avere ragione. Avevamo già notato questa tendenza in De Mattei e in Perez Soba, sempre sul Foglio, ma ora vediamo confermata e accentuata la tendenza in Weigel. E’ un lungo elenco di veri e propri insulti: a Baldisseri, a Forte, a Kasper, alla teologia tedesca, alla teologia italiana, alla tradizione europea. Rispetto alla quale si prospetta, come “ortodossia dinamica”, una sorta di “fusione” tra America tradizionalista, tradizione africana e pensiero di Giovanni Paolo II. Come se la teologia del matrimonio avesse trovato, nel solo magistero di GPII, la sua forma definitiva e intoccabile.
Una strana forma di “deformazione”, questa di Weigel: forse un biografo di Giovanni Paolo II è trascinato a vedere come naturale la pretesa di leggere tutta la storia della Chiesa alla luce della biografia che lui ha scritto? Mi pare una mancanza di rispetto proporzionale ad una non giustificabile pretesa di assolutezza ermeneutica. La teologia del matrimonio di Giovanni Paolo II, soprattutto quando desunta da catechesi del mercoledì, non può costituire l’unica chiave di interpretazione per le sfide intorno al matrimonio della Chiesa dei prossimi decenni. Questo è un dato elementare, e di buon senso, per impostare in modo non unilaterale e non fondamentalistico le risposte alle questioni sul campo.

2. La debolezza teologica

Il condimento preferito da Weigel, nella sua retorica antisinodale, è quella del “tradimento della tradizione”. La teologia tedesca di Kasper, la teologia italiana di Forte, la teologia europea vorrebbe “tradire la tradizione cristiana”, assumendo la mentalità del secolo e, addirittura, quella che l’americano Weigel chiama la “agenda LGBT” (ossia il diabolico progetto delle persone “Lesbo-Gay-Bisessuali-Transgender”). Certo, agitando questi fantasmi, si possono forse vincere le presidenziali negli Stati Uniti.
Ma si contribuisce davvero al dibattito ecclesiale? Si tratta di legittime posizioni sul piano politico e culturale, ma teologicamente ed ecclesialmente sono di una fragorosa e patente debolezza. Per Weigel il profilo teologico e pastorale della questione di risolve, sostanzialmente, nella riaffermazione, dura e pura, della teologia medioevale, filtrata soltanto dalla rivisitazione woytliana. Il 1980 è, in fondo, l’ultimo confine della ortodossia. Hic sunt liones. Punto.
Un pò pochino, a dire il vero.
E poi si ha un bel dire che tutti i “difensori della ortodossia dinamica” – così Weigel chiama gli avversari di Sinodo – sono “uomini del Vaticano II” e non suoi nemici. Certo, biograficamente, sono tutti uomini cresciuti nella Chiesa postconciliare: ma che tipo di lettura offrono del Concilio? Che cosa si sono fatti davvero insegnare dal Vaticano II? Come interpretano la sua “svolta pastorale”? Su tutto questo Weigel non ha nulla da dire.
Se parlasse, andrebbe a cozzare, inevitabilmente, contro Francesco... Pubblicitariamente, deve solo affermare la “fedeltà conciliare” di coloro che smentiscono il Concilio. Ma con i giochi di parole non si può fare una seria teologia. Weigel, però, è coerente, anche nella arroganza, quando, scivolando evidentemente sotto la pressione delle sue stesse parole, scrive che questi leader ortodossi e dinamici, difensori della tradizione “non sono disposti a prendere istruzioni su come procedere con la nuova evangelizzazione dai leader cattolici di Germania, Italia, Inghilterra o di ovunque la missione evangelica sia palesemente fallita”.
Il Sinodo dovrebbe assumere forse il marketing missionario come criterio per dare o negare la parola? Si tratta di parole prive di controllo critico, segnate da viscerale ostilità verso la Chiesa conciliare e perciò assai pericolose.

3. L’uso sofistico degli argomenti

Fa parte della retorica tradizionalistica di far tacere l’interlocutore teologico opponendogli i risultati “pastorali” della tradizione cui appartiene. Tipico di questo procedimento rozzo e sgarbato – più degno di tradizionalisti sprovveduti che di pacati ragionatori - è il modo insisitito con cui Weigel insulta Kasper, e con lui tutti i vescovi tedeschi, riconducendo il loro pensiero a “causa” del disastro culturale delle loro Chiese. Un giudizio tanto sommario ed ingiusto – che arriva a banalizzare la loro posizione come una questione di “soldi” - denota una debolezza di argomenti e una mancanza di rispetto piuttosto sconfortante. E’ un uso “pubblicitario” del linguaggio della tradizione che molto ha a che fare con “operazioni di marketing” e poco con un pensiero meditato e profondo sulla tradizione che si intende mediare.
Il capovolgimento della realtà e il frontendimento tra ciò che è bene e ciò che è male è tipico del linguaggio del “profeta di sventura”, che Weigel interpreta senza economia di retorica. Ed è talmente spregiudicato in questo atto di denuncia da arrivare a squalificare l’operato del Sinodo parlando di “adozione del linguaggio della rivoluzione LGTB nella relazione intermedia”. Squalificare in toto l’operato di Baldisseri e di Forte, ridicolizzare il pensiero e l'episcopato tedesco: questo sembra l’intento, per il quale non era necessario scomodare altro che qualche artificio retorico. La questione matrimoniale resta, in tutto ciò, assolutamente marginale. Un mero pretesto per una battaglia politica: come piace tanto al "Foglio".

4. Il “terzo mondo” come supporto retorico

Nel gioco di specchi di questo osservatore troppo ideologico, il fronte della novità dinamica è rappresentato ora dalla “chiesa africana”. Con un giro di walzer piuttosto inatteso, la differenza culturale della tradizione africana viene scavalcata e ricondotta, sostanzialmente, alla riconferma della tradizione medioevale romana. Un bel pasticcio, non c’è che dire. E il pasticcio non sta nella legittima difesa, da parte dei pastori africani, della differenza tra la loro cultura e la cultura europea.
Questo deve essere onorato ed è frutto vero e serio della “rivoluzione conciliare”, che ha veramente internazionalizzato la chiesa. Il problema, invece, sta nell’utilizzo strumentale, da parte dell’ideologo americano, di una società con un forte principio di autorità – come quella africana – per contestare la evoluzione di una teologia del matrimonio che si ponga, appunto, “al di là di Dignitatis Humanae” e non al di qua.
Altra cosa sono le legittime rivendicazioni delle chiese africane, altra cosa la presunzione di poter applicare direttamente il principio di autorità, ovunque, senza la mediazione della coscienza del soggetto. Perché “Dio lo vuole”. La pretesa di Weigel è qui un sofisma non solo fragile, ma istituzionalmente assai pericoloso. E’ una forma, neppure troppo nascosta, di imperialismo ecclesiale.

5. Una diagnosi reazionaria e una terapia inadeguata

Tutti i luoghi comuni della polemica che il tradizionalismo ha sollevato contro il Sinodo – ma già prima contro il Vaticano II - sono presenti in questo infelice testo di Weigel. Non vi è alcun riconoscimento delle reali difficoltà della famiglia in un contesto realmente pluralistico e veramente multiculturale. Ogni questione è ridotta, semplicisticamente, nella ribattitura della dottrina medioevale del matrimonio, con una cecità e insieme con una arroganza veramente rara. La lode della famiglia felice – in alcuni passaggi di maggiore qualità e di sincera apertura - assomiglia però più ad una pubblicità televisiva che a un discorso pastorale fondato e responsabile. Quanto diversa, nella cultura anglossassone, appare la lettura della “modernità cattolica” proposta da C. Taylor.
Ma non è poi troppo curioso che, sul piano dell’assetto del matrimonio, tutti i fantasmi “antimodernisti” vengano rievocati.
Anzitutto, quel fantasma che si chiama “libertà” e che deve essere smentito a tutti costi, riducendolo a – e accusandolo di - “comunismo”, “relativismo”, “omosessualismo”.
Weigel, tuttavia, sa bene che una “comunione” che non sia “pienezza di libertà” non ha niente a che fare con Dio. Ed è questo il problema che il Sinodo del 2015 deve affontare: la comunione dei coniugi e delle famiglie viene minacciata dalla libertà dei soggetti o è, ultimamente, ordinata proprio a quella?
Sembra che Weigel abbia scritto il suo testo prendendo in considerazione le questioni di una destra politica che deve vincere le elezioni negli USA, non i problemi di una Chiesa che deve prendersi cura delle proprie famiglie, felici e infelici, gioiose o ferite. Weigel assume il Sinodo e la Chiesa che in essa si esprime come “campo di battaglia”.
Non mostra di avere alcuna idea della Chiesa come “ospedale da campo” o come “campo profughi”. Anzi, nella sua Chiesa non c’è bisogno di ospedale di sorta. Sembra mancargli, come dice spesso papa Francesco, lo sguardo giusto per comprendere la questione. E quindi sembra non vedere il campo giusto dove accogliere e curare, e non dove respingere e sconfiggere.
Per un Sinodo, che è un camminare comune, la direzione dello “sguardo” non è questione che si possa lasciar da parte e la definizione del “campo” non è un optional riservato al naturale commercio del mercato.
Almeno su questo, anche Weigel dovrebbe condividere il cammino, per lasciarsi guardare dall’altro bisognoso di cura, non semplicemente per identificare il nemico da battere. Ma la tentazione del "no" alla libertà, la vecchia tentazione apologetica, vince le resistenze. La svolta pastorale del Vaticano II resta, per Weigel, una parola ancora incompresa.

*http://grilloroma.blogspot.it

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