venerdì 20 febbraio 2015

Abbiamo "tradito" anche 150 anni fa?

di Andrea Grillo*
Nel cammino verso il sinodo ordinario del prossimo ottobre è bene considerare lo strascico lasciato da alcuni interventi che – già ben prima del sinodo straordinario, e poi durante il suo svolgimento, nonché nei bilanci che lo hanno seguito – hanno evocato, con toni drammatici, il pericolo di “tradimento della tradizione” e la possibile perdita di fedeltà verso il depositum fidei.

Per confortare queste voci allarmate è utile ricominciare da una parola forte, detta da papa Francesco in occasione della sua famosa intervista a Civiltà Cattolica. Egli affermava, infatti: «...la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque, si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio [...] La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».1

La capanna dello zio Tom. È significativo che questa frase sia stata pubblicata dalla rivista dei gesuiti, la cui storia fa parte a pieno titolo di quel “mutamento” nel quale la coscienza della Chiesa si approfondisce e si affina. In questo lento percorso di “affinamento”, occorre rivedere non soltanto le idee, ma le modalità dell’argomentazione e i dati dell’esperienza.

L’esempio portato da papa Francesco deve far pensare: un tempo la schiavitù era ammessa e veniva giustificata con la “legge naturale” dalla stessa Chiesa. Il pregiudizio più pesante veniva coperto e sorretto da una presunta «evidenza naturale».

È utile consultare due testi d’epoca, assai significativi. Sulla stessa rivista dei gesuiti, che oggi ospita le interviste profetiche di papa Francesco, nel 1853 apparve una recensione a un libro che rischiava di essere “messo all’indice” in quegli anni, La capanna dello zio Tom.

In essa si commentava con pesante ironia “La schiavitù in America e la Capanna dello zio Tom” (Civiltà Cattolica, 1853, IV, 2, 2, 481-499), aggiungendo una serie di considerazioni a proposito della “servitudine”.

Il libro, pur essendo giudicato “non cattivo”, sollecitava questi giudizi terribili: «Lo schiavo negro o di altra tinta che non sia bianco è, come il mancipio presso i pagani, strettamente non persona ma cosa, benché (si capisce) cosa viva e semovente... una razza, diciamo, che, collocata nell’infimo grado dell’umana specie, nella carnagione nera da disgradarne l’ebano, nel crine lanoso e velluto, nella faccia schiacciata e stranamente ottusa, nell’occhio che, quando non è stupido, o è feroce o ti rivela un’astuzia volpina, nelle facoltà intellettuali lente, circoscritte, inertissime... Così in essi la condizione di schiavi pare venuta a confermare ciò che avea disposto la natura; e la ripugnanza che le altre razze trovano ad avvicinarlesi sembra condannarli ad un eterno servaggio. Or vede ognuno che somiglianti differenze non si tolgono via cogli articoli dei codici. Sia in uno Stato della Confederazione ammessa o no legalmente la schiavitù, sarà sempre vero che un Bianco non si assiderà in eterno alla stessa mensa con un uom di colore, non vorrà con essolui entrare nel medesimo cocchio od avere comune il banco, non che nel teatro, ma fino nel tempio...».

Il 13° emendamento. Allo stesso modo, un’istruzione della Congregazione per il Sant’Uffizio di tredici anni dopo (1866), stabiliva quanto segue: «Nonostante che i Pontefici Romani non abbiano nulla lasciato di intentato per abolire la schiavitù presso tutte le genti, e a questo si debba principalmente il fatto che già da diversi secoli non si trovino più schiavi presso molti popoli cristiani, tuttavia [...] la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino, e possono esserci molti giusti motivi di essa, secondo l’opinione di provati teologi e interpreti dei sacri canoni.

Infatti, il possesso del padrone sullo schiavo, non è altro che il diritto di disporre in perpetuo dell’opera del servo, per le proprie comodità, le quali è giusto che un uomo fornisca ad un altro uomo. Ne consegue che non ripugna al diritto naturale né al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato. Pertanto i cristiani... possono lecitamente comprare schiavi, o darli in pagamento di debiti o riceverli in dono, ogni volta che siano moralmente certi che quei servi non siano né stati sottratti al loro legittimo padrone né trascinati ingiustamente in schiavitù... perché non è lecito comprare, senza il permesso del proprietario, la roba altrui, sottratta con il furto».2
Da ultimo, possiamo ritrovare, in un recente film di successo come Lincoln, di Steven Spierlberg, l’accurata ricostruzione del superamento formale della schiavitù da parte degli USA, con l’approvazione del XIII emendamento, il 31 gennaio del 1865. 150 anni fa, per arrivare a questa storica acquisizione, fu necessario uno scontro di argomentazioni e di forze assai grande. Oggi sembra che abbiamo acquisito il “valore”, ma il metodo appare ancora piuttosto oscuro.

È bello ascoltare, nel suo discorso alla “Camera dei Rappresentanti”, un onesto “difensore della schiavitù” paventare l’effetto di “piano inclinato” che avrebbe potuto avere un’approvazione del XIII emendamento: «la legge naturale impone la differenza tra bianchi e neri davanti alla legge. Se oggi equiparassimo i neri ai bianchi, domani i neri vorrebbero votare e infine finirebbero per chiedere il voto... anche le donne!».

150 anni dopo quelle gravissime affermazioni, nel sinodo dei vescovi che si sta preparando, occorrerà evitare di ricorrere a questi argomenti rozzi, applicati non più alla schiavitù, ma a famiglie ferite, a famiglie allargate e a convivenze.

A chi userà simili argomenti e paventerà tali “piani inclinati”, potrà capitare, tra 150 anni, di essere citato come un uomo – non importa se laico o chierico, filosofo o teologo – che viveva in tempi ormai del tutto incomprensibili. Ma non è detto che tutta l’inadeguatezza di questo approccio non possa balzare agli occhi già oggi, 150 anni prima...

NOTE
* questo articolo è apparso su Settimana n. 8/2015 nella rubrica "Si/si-No/no-Do: questioni intersinodali / 2".

¹ Spadaro A., “Intervista a papa Francesco”, Civiltà Cattolica, 3918/III(2013), 449-477; qui 475-476.
² Istruzione del 20 giugno 1866 della Sacra Congregazione per il Sant’Uffizio, approvata dal papa e raccolta in Collectanea S. Congregationis de Propaganda Fide seu Decreta Instructiones Rescripta pro apostolicis Missionibus, vol. I, Roma 1907, p. 719 (testo latino, qui tradotto di seguito).


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