lunedì 9 febbraio 2015

La zappa e l’orologio

di Andrea Grillo*

Per i temi che affaticano e appassionano la riflessione intersinodale occorrerebbe tener sempre bene a mente quanto disse poco prima della morte il card. Martini: “La domanda se i divorziati possano fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?”
Capovolgere la domanda: questa è un’arte cristiana – direi anzitutto “gesuana” – piuttosto rara. Capita troppo spesso ai cristiani di essere bloccati da domande sbagliate. Il tema della “comunione ai divorziati risposati” patisce precisamente di questa difficoltà.
Non solo perché sorvola sul fatto che i “divorziati risposati” vivono non raramente – proprio in quanto risposati – una esperienza di comunione che ha messo fine alla loro difficoltà e alla loro condizione di penitenza per “separazione/adulterio/crisi” e si trovano precisamente a vivere, nella nuova famiglia, una “nuova possibilità di comunione”.
Chiedersi se possano “fare la comunione” coloro che, forse dopo tanti anni di mancanza di comunione, hanno cominciato a viverla nuovamente è davvero un uso molto curioso delle categorie del linguaggio e una strano modo di collocarsi nel mondo e in rapporto alla storia dei soggetti.
L’impatto di queste categorie datate sul reale della esperienza di uomini e donne è come provare a smontare un orologio con la zappa: è un esperimento di inadeguatezza senza via d’uscita, che rischia di rovinare tutto.

Oltrettutto nell’affrontare la “materia” delle “coppie irregolari” (anche questa espressione è davvero tutta un programma) si utilizza, spesso con disinvoltura, il concetto di “peccato grave notorio”.
La questione che una riflessione astratta non percepisce – e della cui complessità non sembra affatto accorgersi – è che tale nozione potrebbe applicarsi di fronte a una situazione di “peccato” come un adulterio che si ripete continuamente e pubblicamente.
La questione nuova, che la Chiesa deve rileggere con rinnovata lucidità, è che “notorio”, ora, non è il peccato del soggetto, ma il suo nuovo legame ufficiale, le “seconde nozze”, riconosciute, celebrate e normate da parte dello stato.
Il soggetto “risposato” può essere considerato “in peccato grave notorio” solo da una Chiesa che si ostini a considerare esclusiva la propria giurisdizione sul sacramento/contratto e che la renda semplicemente alternativa e conflittuale rispetto alla giurisdizione statale.
Sembrerebbe quasi una sorta di “ultima trincea”, a difesa di un residuo potere temporale, almeno sulla vita di coppia da autorizzarsi da parte della Chiesa. Come si compone questa lettura drastica con il riconoscimento che “i divorziati risposati fanno parte della comunione ecclesiale”, affermato profeticamente da Familiaris consortio, più di 30 anni fa?

Di fronte a questa pur comprensibile impostazione, occorre riconoscere che il Sinodo ha inaugurato una prospettiva diversa. Sulla scia del Vaticano II ha compreso che l’aggiornamento non significa dare risposte diverse restando in una medesima prospettiva, ma cambiare approccio, stile, linguaggio e orizzonte. Solo in questo modo possiamo rispondere alla vocazione pastorale: rendere “nutriente” e “sostanziosa” la tradizione, come compito che non si riesce a onorare se non con grande fatica e con piena rispondenza al mondo contemporaneo.
Pensare di rispondere dando solo una piccola aggiustatina alle categorie medioevali o tridentine è una impresa assolutamente priva di prospettive.

Acquisite queste fragilità della riflessione comune in alcuni giuristi e teologi troppo timorosi, distratti come sono anche dall’uso, nello stesso tempo, di fonti ordinarie (come il Catechismo della Chiesa cattolica) e di dottrina teologica particolare, resta il fatto che le prospettive di possibile “sviluppo”, che il Sinodo potrebbe assumere secondo queste analisi, appaiono spesso pensate soltanto nella forma di una Ecclesia “retro oculata”.
Per una Chiesa realmente “ante oculata” non basta ragionare con i concetti “pacifici” che non riescono a produrre alcuna vera pace se non nel parroco che vive da chierico o nei pochi laici più clericali di lui.

Del tutto fuori luogo mi pare, invece, la considerazione limitativa delle competenze del Sinodo dei Vescovi. Pretendere che un Sinodo possa affrontare solo le questioni disciplinari e non possa fare oggetto di riflessione la formulazione della dottrina mi sembra non solo fuorviante, ma del tutto privo di fondamento. E’ tipico di un'impostazione timorosa e rigida il tentativo di mettere in campo un eccesso di difficoltà per rendere del tutto improponibile una soluzione.

In queste analisi altalenanti, non sembra che si sappia proporre alcuna vera soluzione. Quelle giudicate praticabili non risolvono la questione. Quelle che potrebbero risolverla non sono ritenute praticabili. Vale la pena scrivere tante pagine per dire solo dei no? O per istillare una non ragionevole paura di “riformare” ciò che obiettivamente non funziona più?

Il coraggio di “assumere la tradizione” e di consegnarla come significativa alle generazioni a venire è il vero compito della mediazione teologica. Il catalogo delle soluzioni apparenti – pronte da offrire da parte di una Chiesa imbalsamata ad un mondo che non esiste più da quasi un secolo – è solo perdita di tempo e fuga dalle questioni vere.
Forse è proprio questo il “peccato grave”, che purtroppo è anche “notorio”.

* Pubblicata sul nuovo blog "Come se non" a cura della rivista  Munera http://tinyurl.com/nneg7u5.

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