lunedì 2 marzo 2015

Come interpretare il consenso degli sposi?

di Umberto R. Del Giudice* 

Forse non sarà sfuggito a molti: la parola "consenso" nel Documento preparatorio al Sinodo appariva solo una volta nel paragrafo dedicato a "L’insegnamento della Chiesa sulla famiglia", seguendo così, nel numero di volte in cui la parola viene citata, la costituzione Gaudium et spes, documento conciliare in cui il lemma compare come esemplificazione e traduzione giuridica della categoria "alleanza dei coniugi" («vale a dire l’irrevocabile consenso personale»; GS, 48; testo a cui fa riferimento immediato il Codice di diritto canonico).
Negli attuali Lineamenta il lemma in questione è sparito: sembra sostituito, con linguaggio meno tecnico, da una circonlocuzione che appare al n. 21, in cui si legge al posto di "consenso" un più dinamico "vicendevole impegno". Forse, in modo consapevolmente più tecnico, la parola "consenso" viene poi sostituita da "vincolo nuziale" che appare al n. 24.

In ogni caso i Lineamenta sembrano rimandare a una mens attenta più alle dinamiche della coppia, del matrimonio e della famiglia che al suo puntuale momento genetico giuridico-sacramentale: d’altra parte lo stile e le preoccupazioni di questo momento del Sinodo sono di carattere prevalentemente pastorale nonostante vi siano finalità, cum Petro et sub Petro, di far rispettare e consolidare la disciplina ecclesiastica (cf. CIC, can. 342).

Nasce però una domanda: la decisione di non parlare di "consenso" nei Lineamenta è solo una questione di stile pastorale o una tendenza a valorizzare l’intero momento dinamico in cui nasce il matrimonio?
La seconda soluzione sembra da preferire.
Invero la tendenza di valorizzare l’essenza dinamica del consenso matrimoniale, in qualche modo, è già presente nella riflessione giurisprudenziale che ha superato la distinzione netta tra matrimonio in fieri e matrimonio de facto: il primo si riferisce al momento della celebrazione, il secondo alla sua realizzazione storica.

Se dovessimo approcciarci al matrimonio attraverso il solo testo (e la sola mentalità) del Codice di diritto canonico non potremmo non costatare che, schematicamente, le volontà degli sposi confluiscono in un consenso che rimane sufficiente e necessario al fine d'instaurare il "consortium totius vitæ" (
CIC can. 1055, §1; 1057, §1): questo "consenso", come è noto, rimane il momento sintetico su cui indagare lì dove sia presentata un’accusa di nullità di matrimonio dalle parti.

In caso di "patologia" matrimoniale (meglio sarebbe parlare di "ferita matrimoniale") al diritto sostanziale s'accompagna il diritto processuale e la prassi giurisprudenziale.
Come da prassi, l’istruttoria per le cause di nullità matrimoniale deve badare alle dichiarazioni delle parti (soprattutto quelle extragiudiziali espresse in tempo non sospetto), a quelle dei testi (degni di fede), alle cause della possibile simulazione e, infine, alle "circumstantiæ" antecedenti, concomitanti e susseguenti la celebrazione del matrimonio.
Proprio queste ultime aiutano non poco a cogliere quanto il "vincolo nuziale", seppure possa essere necessariamente e giuridicamente individuato in un "atto puntuale" (quello del "consenso" stricto sensu, appunto) sia il frutto e la conseguenza di relazioni e affetti che appartengono molto più alle dilatate dinamiche affettive e volitive (mai separabili), personali e di coppia, che agli atti, intenzionali e/o umani, considerati nella loro "puntualità".

Per prassi processuale, un tribunale, al fine di raggiungere la "certezza morale" necessaria e sufficiente per emettere una sentenza, deve tener conto delle "circostanze" (immediate, prossime ma anche remote) in cui la volontà consensuale si è sviluppata o meno, e con la quale si è pervenuti alla celebrazione: contingenze che costituiscono appunto quelle "circumstantiæ antecedentes et concomitantes" attraverso le quali meglio comprendere l’intima volontà del o dei contraenti.
A queste vanno aggiunte quelle linee comportamentali che susseguono in un tempo non molto limitato la celebrazione del matrimonio e che costituiscono le "circumstantiæ subsequentes" in cui si estendono e/o si realizzano le inclinazioni e le decisioni già presenti al momento del "consenso".

Le "circumstantiæ", secondo la consolidata giurisprudenza rotale, sono delineate nella "narrazione dei fatti" che emergono dagli atti (vale a dire dichiarazioni, testimonianze, prove, ammennicoli…) che possono dare più forza e credibilità alla tesi per la quale è manifesta la presenza della volontà (o meno) di una causa simulandi superiore a quella contrahendi.
L’analisi delle "circostanze" non è solo indicativa, ma fa parte di un insieme di indicazioni necessarie per comprendere l’intenzione intima con cui i possibili simulatori hanno celebrato il matrimonio.
Fuori dagli schemi processuali tutto questo può indicarci altro.
Sembra che una visione d’insieme, che tenga conto del diritto sostanziale (minimale ed essenziale) e della prassi giudiziale (necessaria e non trascurabile), non possa non evidenziare la "dinamicità dell’evento e dell’esperienza del consenso": tale momento dinamico è già tenuto in considerazione dalla giurisprudenza.
Non è fuori luogo sottolineare che essa presenta una mentalità attenta alla dinamica della coppia proprio attraverso la necessità di considerare le "circostanze antecedenti, concomitanti e susseguenti" quali momenti dinamici in cui nasce e si fonda il consenso.
In altre parole, se il diritto sostanziale (ex natura sua) bada e si concentra sul "momento sintetico" del consenso matrimoniale, la prassi processuale ricorda che non si può non ricorrere ai "momenti dinamici" della volontà consensuale.

È pur vero che proprio in questa relazione sintetico-dinamica del vincolo matrimoniale si gioca una delle questioni fondamentali che interessano il dibattito attuale. D’altra parte è forse indispensabile ormai che la stessa riflessione giuridica badi al carattere "dinamico" del consenso matrimoniale senza rifugiarsi dietro categorie che vedono il consenso matrimoniale solo nella sua legale (e romana) indole "puntuale".

Quale volontà umana nasce e si sviluppa in un solo momento della storia?
Appare dalla prassi processuale che già la giurisprudenza sa dare valore all’indagine esistenziale e dinamica attraverso la quale leggere e ricercare l’atto positivo di volontà il quale, per quanto possa essere espresso puntualmente in un atto rituale "simbolico-sintetico", esprime una realtà profondamente "storico-dinamica".
Non a caso la giurisprudenza coglie la genesi e lo sviluppo dell’azione rituale (quale è la celebrazione del matrimonio) che il solo diritto sostanziale può anche tralasciare nella sua formulazione, ma non (più) nella sua interpretazione. L’azione rituale coniuga le "storie" della promessa divina e delle volontà dei nubendi i quali fanno esperienza della loro comunione di vita: storie (dinamiche) non riferibili alla sola celebrazione intesa come atto giuridico (e sintetico).

Se è vero tutto questo, si possono anche prevedere sviluppi dottrinali a partire dalla comprensione "dinamica" del consenso matrimoniale? È possibile per il diritto sostanziale produrre un concetto di "consenso" non come atto puntuale e ricordare che esso ha valore dinamico-esistenziale sia per il singolo che per la coppia?

Forse alcune indicazioni del magistero, il linguaggio adottato per ora dal Sinodo, la giurisprudenza e diverse riflessioni, pendono verso una risposta affermativa; va riconosciuto tuttavia che non è per niente facile e scontato prevedere quali possano essere le soluzioni o le ricadute giuridiche.
L’impressione netta però è che, se si rimane ancorati al solo momento genetico-puntuale del consenso matrimoniale, l’interpretazione dei canoni relativi al matrimonio non vedrà sviluppi, né saranno proposti nuovi paradigmi giuridici attraverso i quali "tradurre" la realtà consensuale del matrimonio: si ripeteranno così modelli giuridicamente stabili e pastoralmente sterili che produrranno ancora una divisione esclusivista tra "consensi puri", centrali ed idealizzati, e "consensi disattesi", marginali ed emarginati.

Non è fuori luogo credere però che la canonistica sia alquanto matura da poter produrre, in un futuro non remoto e sotto le indicazioni magisteriali, un concetto giuridico di "consenso" attento all’intera storia dei nubendi che sappia cogliere e accogliere la loro possibile "alleanza coniugale" in tutta la propria (esistenzialmente radicale ed a volte drammatica) dinamicità.

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