martedì 10 marzo 2015

Con Cristo dalle periferie all’«uscita» in Gerusalemme


di p. Francesco Maceri

Andrea Grillo ha messo a confronto il mio intervento del 5 marzo scorso con quello di mons. Vesco del 3 marzo e, assegnandosi il ruolo di giudice, ha emesso la sua sentenza.Voglio dire anzitutto che il mio testo era già stato offerto in un incontro pubblico ristretto alcune settimane prima, e che è stata la Redazione a propormi di pubblicarlo sul blog; perciò leggerlo soltanto in riferimento al testo che lo precede e alle sue parti riguardanti la questione dei divorziati risposati mi sembra riduttivo, se non strumentale.

Quando si riferisce al mio pensiero Grillo usa per quattro volte il verbo «sembra» e, esprimendo la sua valutazione complessiva, parla di «mia impressione». La stessa cautela non appare quando si tratta di appiccicare etichette: tradizionalista, legalista, apologeta, sindacalista, avvocato dello status quo…. Strategia un po’ vecchia, per gli amanti del nuovo!
E’ questa, la comunione?

Grillo ha detto che sono legalista: a me pare che confondano la grazia con la legge, di per sé graduabile, coloro che ritengono l’indissolubilità non un dono di Cristo, inseparabile dalla sua presenza fedele con gli sposi perché si amino «come» lui ama, ma un ideale supremo. Anch’io mi meraviglio, quando lui chiama l’indissolubilità un ideale supremo della vita matrimoniale: non si dovrebbe dire che è un ideale evangelico?

Quanto all’assenza completa del principio di realtà nella mia riflessione, Grillo ha tenuto conto senza pregiudizio della mia citazione di Lumen fidei alla nota 5 e del brano di Evangelii gaudium, n. 13? Di quale realtà si deve parlare, quando ci si riferisce ai credenti? Scriveva Bergoglio: «Si teme l’illusione e si preferisce il realismo del meno alla promessa del più… e si dimentica che il realismo più realista di Dio si esprime in una promessa: Vattene dal tuo paese… Invece, nella preferenza per il meno che sembrerebbe più realista c’è già un processo di corruzione: si arriva alla mediocrità» (Guarire dalla corruzione, 39).

La Chiesa non supera l’autoreferenzialità decentrandosi a favore del mondo tardomoderno, ma immergendosi sempre più nel mistero pasquale, mistero di sofferenza, morte e resurrezione di Cristo. Che cosa fa la differenza tra una Chiesa ospedale da campo e una ONG umanitaria? La Chiesa deve uscire, ma per far che? Per indicare leggi meno gravose, per aiutare le persone a stare bene con se stesse? Tutto qui?
O per annunciare, secondo lo stile del dialogo di salvezza (cf. Ecclesiam suam), la stoltezza della Croce, Cristo che muore per una fedeltà al Padre e all’uomo incompresa da tutti, soprattutto da quelli che, pur come povere creature segnate dal peccato e dalla debolezza, avevano dato il meglio di sé per seguirlo, e che si sono sentite da lui abbandonati e traditi?

Gesù si recava continuamente nei ‘campi profughi’ e ‘nelle periferie esistenziali’ del suo tempo, ma senza interrompere e invitando tutti a condividere il suo viaggio in salita verso l’«uscita» che «doveva» compiere in Gerusalemme. Non è questa la vocazione della Chiesa in uscita? Non è questo il cammino con Cristo che il teologo morale deve illustrare (cf Optatam totius, n. 16)?
Se illustrare l’altissima vocazione dei fedeli in Cristo, anziché ritornare alla vecchia casistica per affrontare nuove situazioni, vuol dire essere legalista, ebbene lo sono.

Chissà, con un po’ più di attenzione Grillo potrebbe accorgersi che non solo lui e quanti la pensano come lui vanno nelle periferie; ce ne sono altri, che ci vanno con l’intenzione di non chiudersi in esse, ma per «accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno» (Evangelii gaudium, n. 44).
La misericordia non è il migliore amore di cui siamo capaci noi, ma l’amore forte e soave del Crocifisso Risorto che, perdonandoci, ci trasforma, non senza sua fatica, a sua immagine. Amore suo, al cui potere di cambiamento e conversione delle persone, prima che delle situazioni, non abbiamo il diritto di porre limiti a priori.

So che i separati e i divorziati che non si risposano non hanno bisogno di sindacati, ma di chi li ascolta e sa apprezzare la loro scelta, di chi non la scambi con l’obbedienza a una legge o disciplina, ma la riconosca come un dono di Cristo. Come tutti i doni di Cristo ai singoli, anche il loro dono interpella e riguarda tutti i credenti, è una testimonianza della misericordia che non si deve ignorare. Si scrive che non sono attento alla realtà, ma quando sono attento alla realtà umana abitata e trasformata dalla grazia mi si dipinge come sindacalista.

Non sono avvocato dello status quo, ma cerco di capire le motivazioni teologiche di ciò che la Chiesa ha insegnato e ancora insegna, e così contribuire a presentarlo meglio. Anche questo è compito del teologo cattolico, o no? Nella Chiesa è capitato, e può sempre accadere, che certe novità fossero vecchi e stantii errori mascherati: un po’ di prudenza nell’insignire della qualifica di teologo solo chi è ‘aperto’ al tardomoderno.

Se non mi convince l’opinione di chi ritiene eroica la scelta dei divorziati risposati di vivere come fratello e sorella, perché l’eroismo fa riferimento alle virtù e possibilità dell’uomo (non è questa la prospettiva legalista, carnale, secondo Paolo?), e penso che bisogna cercare di capire se la proposta della chiesa sia realista a partire dal Vangelo, che è potenza di Dio, confondo la grazia con la legge?

Sì, la proposta di vivere come fratelli e sorelle è di 35 anni fa: cosa è stato fatto in questi anni per presentarla nella prospettiva della grazia e non di una legge? La si è presentata accompagnata da una proposta della legge di gradualità intesa come graduale apertura all’iniziativa dello Spirito che non lesina i suoi doni, prima che come graduale iniziativa e impegno basati sulle forze personali?

In Evangelii gaudium, n. 8 papa Francesco ha scritto: «Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero (corsivo mio)».
Chiedo: i divorziati risposati non possono essere soggetti all’autoreferenzialità, come tutti noi? Non sono anch’essi chiamati a essere umani diventando più che umani? E allora vivere da fratello e sorella non potrebbe essere una forma di questo più? Perché non chiederselo?

A differenza di Grillo che sa già quale dovrà essere la conclusione del Sinodo in linea con il nuovo corso della Chiesa in uscita, io nel frattempo voglio interrogarmi da una certa prospettiva su quanto è insegnato dalla Chiesa per cercare di comprenderlo in modo nuovo.

Per finire, grazie a Grillo per il suo giudizio. Incoraggiante!

1 commento:

  1. Perfetto!
    Il prof. Francesco Maceri non fa una piega.
    Il suo ragionamento è lineare... troppo lineare, così lineare da essere chiuso, conchiuso e conclusivo! Dopo le sue parole non si può più dire niente...

    Come se non ci fosse bisogno di un Sinodo per riequilibrare le categorie teologiche che oggi sono usate per 'spiegare' ed 'illuminare' il mistero del matrimonio... (ovvero della comunione che due persone sperimentano come pienamente e completamente totalizzante, dalla quale, è inutile dirlo, tutti siamo convinti sgorga il valore 'escatologico' della indissolubilità...).

    Mi permetto poi di segnalare che prende come affronto personale le critiche di Grillo e cerca di 'affrontarlo' citando il Magistero...

    Piano personale e contestazione onto-teologica... non mi sembra parresia ma autodifesa... così non si fa molta strada sulla ricerca teologica.

    Meglio mettersi a lavorare seriamente per comprendere come e dove soffia lo Spirito...

    Magari soffierà pure dalle parti delle convinzioni del prof. Maceri: ma va lasciata l'autodifesa e va ripresa la logica della parresia, ovvero quella logica che pone qualche dubbio e che è propria della riflessione teologica e del teologo.

    Padre Maceri non ha dubbi al massimo 'sta vicino' (con pia compassione) a coloro che vivono 'diverse esperienze': queste sono le certezze di chi lo legge.

    Diverse sensazioni da l'articolo di mons. Vesco: non sembra solo 'star vicino' ma anche 'soffre con' e 'per' la comunità cristiana, ponendo e ponendosi dubbi non solo da pastore ma anche da teologo (o forse un teologo è tale se ha anche la capacità di tradurre in riflessione rigorose la sua esperienza ecclesiale e non solo ciò che il magistero ha già -in punta di piedi- dettato?...).

    Umberto

    RispondiElimina