sabato 7 marzo 2015

Dietro alla famiglia c'è una visione di senso

di card. Kurt Koch*

Riflessioni sul Sinodo sulla famiglia del card. Kurt Koch alla X edizione del presmio internazionale“Tu es Petrus” tenuto presso l'aula consiliare del Comune di Battipaglia (SA) il 7 febbraio 2015.
Mi è stato chiesto di presentare alcune mie riflessioni sul Sinodo dei vescovi sulla famiglia, che si è riunito a Roma nell’ottobre dello scorso anno.
Per poter meglio valutare l’importanza di questo Sinodo, si deve innanzitutto ricordare che si è trattato di un’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi e che l’Assemblea generale ordinaria si terrà soltanto nel prossimo mese di ottobre e sarà dedicata al tema: “La missione e vocazione della Famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.
Papa Francesco ha voluto che, precedentemente, avesse luogo un’Assemblea straordinaria sul tema: “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”. L’obiettivo del santo padre è stato infatti quello di riflettere in maniera approfondita sulle svariate questioni pastorali e sulle molteplici problematiche che concernono oggi la famiglia.
Al riguardo, nel suo discorso di apertura del Sinodo dei Vescovi, egli ha definito quale atteggiamento di fondo si aspettava da noi padri sinodali: “Parlare con parresia e ascoltare con umiltà. E fatelo con tranquillità e pace, perché il Sinodo si svolge sempre cum Petro et sub Petro, e la presenza del papa è garanzia per tutti e custodia della fede”.
Per il carattere stesso di questo Sinodo, non ci si potevano aspettare orientamenti definitivi o decisioni del santo padre, che potranno venire soltanto dopo il prossimo Sinodo. Questo è confermato anche dal fatto che la Relatio sulla quale si è votato alla fine dell’ultimo Sinodo, costituisce i Lineamenta del prossimo Sinodo dei Vescovi.
Pertanto, un giudizio conclusivo sull’Assemblea straordinaria dello scorso Ottobre, potrà essere espresso in maniera più giusta solo tenendo conto pure del Sinodo venturo.
Per lo stesso motivo, oggi non può essere mio compito anticipare, con le mie riflessioni, i risultati a cui perverrà il Sinodo futuro. Piuttosto, desidero cogliere questa opportunità, per sottolineare l’urgenza e la necessità di trattare il tema della famiglia.
Infatti, la Chiesa si trova oggi davanti alla sfida fondamentale di riportare in luce il Vangelo cristiano del matrimonio e della famiglia nell’odierna situazione pastorale e nella società contemporanea.
Questa sfida non è certamente nuova.
Già papa Benedetto XV, davanti a una minaccia di crisi della famiglia, introdusse, nel 1921, la Festa della Santa famiglia nel calendario liturgico della Chiesa, per porre davanti agli occhi delle Famiglie cattoliche, l’esempio luminoso della Santa Famiglia di Nazaret, come è detto nella preghiera di questa festa.
Soprattutto il Concilio Vaticano II, con la sua costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes, nella quale venivano affrontati i problemi più pressanti degli uomini e della società umana dell’epoca, si è concentrato in primo luogo sulla promozione della “dignità del matrimonio e della famiglia”.
Le posizioni del Concilio non hanno perso niente della loro attualità nella situazione odierna, in cui la crisi della Famiglia è diventata ancora più radicale e manifesta. Nella grande attenzione prestata dal Concilio al Matrimonio e alla Famiglia, va ravvisata “una visione profetica davanti alle grandi difficoltà che hanno pesato negli ultimi tempi sull’istituzione della Famiglia”. I concetti guida del Concilio, fanno parte dell’eredità permanente che ci ha lasciato, tanto più che la crisi della famiglia ha sperimentato, nel frattempo, un ulteriore aggravarsi.
Il primo concetto-guida del Concilio è la “santità del matrimonio e della famiglia”. Rammentarla è di fondamentale importanza, poiché l’istituzione della Famiglia è oggi rimessa in discussione in svariati modi, con atteggiamenti che vanno dallo sminuire il suo valore nel dibattito pubblico della società, al non riconoscere la sua identità ed i suoi diritti, fino al voler equiparare giuridicamente alla Famiglia, nel senso umano e cristiano, altre forme di convivenza.
Ma da un punto di vista cristiano, è e rimane un elemento costitutivo il fatto che l’istituzione della famiglia si fondi sull’istituzione del matrimonio tra un uomo e una donna, e che la famiglia rappresenta la cellula di base della società umana.
Questa convinzione si radica non solo in principi di Teologia morale, ma in maniera molto più profonda, nella visione biblica della Creazione di Dio. Conformemente al racconto sacerdotale della Creazione, il rapporto matrimoniale tra uomo e donna, è talmente fondamentale che viene integrato persino in una definizione teologica della natura umana: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” – Gen. 1,27 -. In questa accezione elementare, non c’è l’uomo in generale.
L’uomo esiste solo concretamente come maschio e femmina, la differenza di sesso nell’essere umano, fa parte della natura umana creata da Dio, e maschio e femmina insieme rappresentano, in quanto nocciolo della famiglia e forma di base della società umana, l’immagine di Dio nel mondo. Nella visione biblica, l’unione tra maschio e femmina è votata a vivere come espressione visibile di quel Matrimonio che Dio stesso celebra con l’umanità intera e con tutto il creato. Tale unione è l’alfabeto creaturale grazie al quale l’amore e la fedeltà di Dio vengono espressi in una lingua comprensibile agli uomini.
Il significato di matrimonio e di famiglia conforme alla Creazione, traspare in maniera chiarissima nel fatto che la realtà matrimoniale è stata elevata, nella fede cristiana, al rango di sacramento ed è pertanto contraddistinta dalla fedeltà e dalla inscindibilità.
Questa visione di fede, alla quale si riferisce il Concilio Vaticano II con il concetto chiave di “amore cristiano”, è oggi esposta ad una particolare erosione, che è testimoniata da un numero di separazioni superiore alla media e che rende necessario approfondire le cause dell’odierna crisi del matrimonio e della famiglia.
Il più profondo problema va ravvisato nella generalizzata e crescente incapacità delle persone a prendere decisioni vincolanti e definitive. Questa incapacità dipende direttamente dalla mentalità moderna. Le scienze storiche evidenziano la continua mutevolezza dell’umano e ribaltano l’idea della permanenza.
Le scienze umane, soprattutto la psicologia e la sociologia, vedono come caratteristica dell’uomo, il prescindere da ciò che è definitivo e considerano la vita umana come una corrente che scorre in un avvicendarsi di decisioni.
La scienza dell’evoluzione, infine, sostituisce alla stabilità del mondo, un ripetersi ininterrotto di sviluppi e vede l’uomo semplicemente come una tappa nella storia del divenire.
Secondo questa mentalità moderna, che papa Francesco chiama per nome in maniera calzante con il termine di “cultura del provvisorio”, le decisioni definitive e la fedeltà non vengono più annoverate tra i valori primari, poiché gli uomini sono diventati più incostanti nelle loro relazioni e, allo stesso tempo, più desiderosi di relazioni.
Questa mentalità si rispecchia anche nel fatto che ormai è alquanto inusuale parlare di un partner per tutta la vita, dato che si parla, piuttosto, di un partner per un tratto di vita. Pare che oggi gli uomini non partano più dal volere qualcosa di definitivo; accade piuttosto il contrario, ovvero che si preveda già in partenza, l’eventualità di un fallimento. La fede cristiana è invece convinta che colui che rimane fedele al Sì pronunciato ad un altro essere umano, non si cristallizzerà, ma imparerà in maniera sempre più profonda ad aprirsi al Tu e, nel far ciò, a giungere alla propria libertà.

Davanti al fenomeno sopraccennato, la Chiesa deve affrontare la sfida pastorale di come andare incontro ai tanti cristiani divorziati e risposati. Riguardo a questo problema, la percezione pubblica riguardo il Sinodo dei vescovi, si è concentrata sulla questione di sapere se e in quali condizioni, tali cristiani possano e debbano essere ammessi ai sacramenti.
Personalmente, sono convinto che si possano trovare risposte credibili ed utili a questa spinosa questione, soltanto se si ha il coraggio di chiamare con il loro nome, i problemi che sono alla sua base.
Il problema fondamentale consiste nel fatto che, da una parte, la realizzazione fruttuosa del sacramento del matrimonio dipende dalla fede vissuta nella fedeltà di Dio e, di conseguenza, nell’indissolubilità del matrimonio sacramentale, ma, dall’altra, questa fede non può più essere data per scontata, poiché oggi ci sono sempre più “pagani battezzati”, ovvero persone che sono diventate cristiane per il battesimo, ma che non conoscono veramente la fede.

Ecco che sorge la questione ecclesiale, la mancanza di fede o una fede molto limitata nell’indissolubilità del matrimonio sacramentale. Se ad esempio, nella visione cristiana, “tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale, che sia per ciò stesso sacramento” – Codice di diritto canonico, can. 1055 -, allora ci si deve chiedere concretamente cosa avviene se un pagano battezzato non conosce il sacramento del matrimonio.
Si tratta di quella questione fondamentale alla quale aveva prestato attenzione papa Benedetto XVI quando era ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ovvero determinare se ogni matrimonio contratto tra battezzati, sia veramente un matrimonio sacramentale.
Questa è, certamente, una questione molto difficile, per la quale non abbiamo ancora una risposta soddisfacente e a cui la teologia deve, pertanto, rivolgere un’attenzione speciale.
Riflettendo al riguardo, si giunge comunque alla conclusione che la pastorale del matrimonio, oggi debba concentrarsi accuratamente su una buona preparazione al matrimonio, su un catecumenato matrimoniale come equivalente del vecchio tempo di fidanzamento.
Se pensiamo a ciò che investe la nostra Chiesa per un giovane che desidera diventare Sacerdote e lo si paragona a ciò che essa investe per due giovani che desiderano dirsi Sì per la vita, e se consideriamo che in entrambi i casi si tratta di una decisione irreversibile, giungiamo inevitabilmente alla conclusione che oggi è necessaria anche una profonda preparazione al sacramento del matrimonio.

A mio parere, il giusto cammino pastorale consiste proprio in questo e non nel minimizzare sempre di più le condizioni poste per il matrimonio ecclesiale. Questa seconda opzione, infatti, non solo non è credibile, ma non rende giustizia neppure agli sposi.
E’ contraddittorio e ingiusto se, nel momento del matrimonio, ci si aspetta ben poco dalla fede degli sposi e dalla loro volontà di contrarre un matrimonio sacramentale, ma, dopo un eventuale fallimento del matrimonio, si parte dal presupposto che vi era una chiara volontà di matrimonio.
Quello che vale per una buona preparazione al matrimonio, vale anche per l’accompagnamento degli sposi dopo il matrimonio. Ritengo che il problema fondamentale in questo contesto, consista nel fatto che la nostra pastorale del matrimonio e della famiglia, sia, in media, una “pastorale delle nozze” e non una vera pastorale per il matrimonio e per la famiglia. Perlopiù, l’interesse pastorale è rivolto al fatto di contrarre il matrimonio.
Ma la grande responsabilità pastorale deve consistere nel capire come si possano accompagnare gli sposi e come si possano assistere i matrimoni esistenti, quelli sani e soprattutto quelli a repentaglio.

Soltanto tenendo conto di questo più ampio contesto, si potrà riflettere sul terzo concetto-chiave del Concilio Vaticano II, ovvero: “La fecondità del Matrimonio”. Nella visione cristiana, l’amore coniugale tra uomo e donna, non può limitarsi a se stesso e girare esclusivamente intorno a se stesso, ma deve uscire da se stesso attraverso i figli e per i figli; soltanto attraverso il figlio, il matrimonio diventa famiglia. L’amore tra uomo e donna e la trasmissione della vita umana, dunque, sono inscindibili. Con i figli, ai genitori è affidata la responsabilità del futuro, cosicché il futuro dell’umanità passa in maniera fondamentale dalla famiglia.
Come dice il Cardinale Walter Kasper, infatti, “senza la Famiglia, nessun futuro, ma un invecchiamento della società; un rischio davanti al quale si trovano attualmente le società occidentali”.
Questo processo ha luogo perché le persone, soprattutto in Europa, non vogliono quasi più avere figli. Il motivo più profondo alla base del fatto che molti, oggigiorno, non vogliono rischiare più di mettere al mondo dei figli, è che, per loro, il futuro è diventato talmente incerto, da indurli a chiedersi, con preoccupazione, come è possibile esporre una nuova vita ad un futuro percepito come ignoto.
Gli uomini possono infatti trasmettere la vita umana con responsabilità, solo se non trasmettono soltanto la vita biologica, ma la trasmettono anche soprattutto in un senso pieno, ovvero in un senso che resiste alla crisi della vita e porta in sé una speranza che si rivela più forte di ogni incertezza del futuro. Gli uomini trasmettono la vita e la consegnano a un futuro ancora ignoto, soltanto se penetrano nel mistero della vita in modo nuovo e riconoscono che l’unico capitale affidabile per il futuro, è l’uomo stesso.
Nel considerare i propri figli come il bene più prezioso della Famiglia, i genitori cristiani lanciano un segnale profetico contrario al calo delle nascite, che è sempre più diffuso nelle società europee e che va considerato come un “inverno demografico” e come il segno di una mancanza di fiducia nella vita e di speranza nel futuro.
Appare dunque evidente che interrogarsi sulla famiglia, equivale a
 interrogarsi sull’uomo stesso e che l’odierna rimessa in discussione dell’istituzione della famiglia, rappresenta anche un attacco al concetto cristiano di persona umana, come aveva giustamente diagnosticato già egli anni ’80, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, dichiarando: “La lotta riguardante l’uomo, è condotta oggi, in ampia misura, come lotta pro o contro la Famiglia”.
O, come ha sottolineato papa Francesco durante la sua recente visita nelle Filippine: “Ogni minaccia alla Famiglia è una minaccia alla società stessa”. Proprio il modo in cui si percepisce la famiglia, rivela il modo in cui l’uomo percepisce se stesso nella società contemporanea.

Con la famiglia, la posta in gioco è alta per l’uomo e per la società. Il Sinodo dei vescovi del prossimo autunno, si troverà a dover affrontare importanti sfide che potrà raccogliere solo se proclamerà il Vangelo del matrimonio e della famiglia, come il lieto annuncio che la fedeltà coniugale tra due persone, come pure la cura reciproca nell’amore e la trasmissione della vita che ne conseguono, non costituiscono una minaccia o un limite per la libertà umana, ma la sua realizzazione più autentica.
Se la più alta possibilità della libertà umana consiste nella capacità di compiere scelte definitive, allora riuscirà ad essere libero soltanto colui che saprà anche essere fedele e potrà essere davvero fedele soltanto colui che è libero.
La fedeltà è, infatti, il prezzo che costa la libertà e la libertà è il premio che vince la fedeltà.
Testimoniare nel mondo di oggi questo stile di vita basato sulla libera fedeltà e sulla fedele libertà, è la vocazione degli sposi cristiani. Tutti gli uomini e le donne che vivono e testimoniano con convinzione questo Vangelo cristiano del Matrimonio e della Famiglia, meritano la nostra gratitudine e il nostro apprezzamento.

* http://www.associazionegiovannipaolo2bisceglie.it/

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