giovedì 5 marzo 2015

Ripartire dalle cinque tentazioni

di p. Francesco Maceri* 
Le cinque tentazioni menzionate da papa Francesco nel discorso ai padri sinodali servono non tanto a circoscrivere e chiudere lo spazio del cammino sinodale, quanto a purificare le menti e i cuori per disporsi effettivamente ed efficacemente al discernimento ecclesiale[1].
Esse offrono elementi di riflessione utili per individuare alcuni atteggiamenti interiori e per indicare alcune direzioni pastorali generali, ma valide anche nello specifico dei cristiani sposati che vivono in situazioni difficili o irregolari. Soprattutto, esse sono di grande aiuto per respingere qualsiasi tentativo di introdurre Cristo e la sua Parola nei nostri conflitti e nelle nostre decisioni, di avvicinarlo più per chiedergli di rispondere alle nostre questioni che per sentire le sue parole che non conoscono né rispetto umano né intrighi di parte (cf. Mt 22,16).
Le riflessioni che seguono, perciò, vogliono offrire un aiuto di ordine teologico e spirituale per collocare la riflessione in vista del Sinodo ordinario in un cammino ecclesiale che sia un genuino discernimento spirituale, un profondo, attento e docile ascolto dello Spirito che parla alla Chiesa.

1. «Una: la tentazione dell'irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere. Dal tempo di Gesù, è la tentazione degli zelanti, degli scrupolosi, dei premurosi e dei cosiddetti - oggi- "tradizionalisti" e anche degli intellettualisti».

La prima tentazione si può capire collegandola all'atteggiamento che considera il cristianesimo primariamente come la Rivelazione di verità che interpellano anzitutto l'intelligenza. Di conseguenza la preoccupazione principale è quella di comprendere ed esporre in un sistema concettuale rigoroso la rivelazione e la dottrina cristiana.
In questa attitudine si insinua il rischio di sottovalutare che la Rivelazione è anzitutto amore, forza rinnovatrice. Essa si rivolge al cuore, esigendo dall'uomo la disponibilità ad accogliere docilmente e con ammirazione l'incessante opera rinnovatrice di Dio, ad "andare di inizio in inizio" e a lasciarsi trasformare di novità in novità (cf. Gv 5,39-44).
Dio è Amore e Logos verità; egli si accoglie con «amore ricco di intelligenza e intelligenza piena di amore» (Caritas in veritate, n. 30). Tradotto sul piano della missione e della prassi pastorale ciò significa che la scoperta e la comprensione della bellezza della verità si raggiungono nell’esperienza di essere accolti e amati [2], come pure che «ogni volta che ci incontriamo con un essere umano nell’amore, ci mettiamo nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo riguardo a Dio. Ogni volta che apriamo gli occhi per riconoscere l’altro, viene maggiormente illuminata la fede per riconoscere Dio» (Evangelii gaudium, n. 272).
Il controllo del rischio intellettualista aiuta ad aprirsi alle sorprese di Dio, ma non basta per discernerle dalle invenzioni e innovazioni umane e per non ridurle a conferma e appoggio dei desideri propri. Nell'
Evangelii gaudium papa Francesco offre altri elementi utili per discernere le novità autentiche, quelle di Dio. Anzitutto, la centralità dell'amore di Dio manifestato nella morte e resurrezione di Cristo (cf. n. 11).
Nessuna novità proveniente da Dio può oscurare, neppure un poco, la gloria della Croce del Figlio. Una novità che tendesse a legittimare un allontanamento dalla partecipazione alla morte del Signore nella forza dello Spirito[3] che ha risuscitato il Figlio (cf. Rm 6,1-11; Fil 3,10) non verrebbe da Dio. Parole, segni, metodi, forme espressive e azioni autenticamene nuove sgorgano solo dal ritorno alla fonte e alla freschezza originale del Vangelo, il cui centro è il mistero pasquale.
Altro elemento è il radicamento nella Tradizione viva. La novità di Dio non comporta uno sradicamento e un oblio della storia viva di coloro - piccoli e grandi - che ci hanno preceduto.
Uno sguardo presuntuoso al passato difficilmente saprà riconoscere le novità di Dio, le quali si manifestano solo a chi conserva una memoria "deuteronomica", grata. (cf. Evangelii gaudium, n. 13).
La valorizzazione della storia della Chiesa come storia di salvezza, come realizzazione fruttuosa della Parola, è necessaria per impedire di sovrapporre le proprie idee alle reali novità di Dio. «La conoscenza di noi stessi è possibile solo quando partecipiamo a una memoria più grande (…) Il passato della fede, quell’atto di amore di Gesù che ha generato nel mondo una nuova vita, ci arriva nella memoria di altri, dei testimoni, conservato vivo in quel soggetto unico di memoria che è la Chiesa» (Lumen fidei, n. 38). La storia delle singole persone deve essere confrontata con la vita e l’esperienza autentiche della Chiesa lungo il corso della storia, deve essere sottomessa all’esperienza di Cristo presentata nel Vangelo e al suo mistero che include, rinnova e compie la creazione.
Ciò significa che le novità autentiche appaiono solo se c’è lo sforzo di mettere in pratica la Parola già incarnata nella vita dei popoli, nell’esempio dei santi e nella ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, e che chiede di essere realizzata ancora (cf. 
Evangelii gaudium, n. 233).
Allora, come si possono, per esempio, individuare le novità pastorali autentiche per i separati e i divorziati se, come si è fatto con il primo questionario, non si mostra l’interesse esplicito d'ascoltare il vissuto di coloro che, abbandonati dal coniuge, restano fedeli alla parola di Gesù sul «principio» e alla loro promessa di fedeltà per tutta la vita al coniuge sigillata da Dio?
In loro la parola di Gesù sull’indissolubilità è incarnata, è realtà, e non un’idea, un mero principio etico o canonico. Questa realtà della Parola non dovrebbe avere il primato sulle idee? Si potrebbe dire: questa è solo una realtà, perché c’è anche quella di coloro che si sono risposati o hanno stabilito una nuova convivenza.
Le due realtà tuttavia non si corrispondono, sono diverse; solo la prima corrisponde all’incarnazione della Parola testimoniata dalla Chiesa da secoli.
Un altro esempio: per coloro che dopo aver contratto il matrimonio sacramentale hanno divorziato e si sono risposati solo civilmente e che per obblighi morali non possono separarsi, la Chiesa prevede l’ammissione alla comunione eucaristica a condizione che vivano come fratelli e sorelle, in ragione della permanenza del vincolo sacramentale del primo matrimonio.
Quale novità ci si può attendere nei loro riguardi se si presenta questa proposta come non meritevole di ulteriore riflessione teologico-pastorale, fuori della realtà, riconducendo la sua attuazione alle forze morali eroiche di pochi, invece che alla potenza della grazia? Forse che l’invito di Gesù rivolto a tutti di prendere la sua croce ogni giorno e seguirlo sia meno eroico?

2. «La tentazione del buonismo distruttivo, che a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici. È la tentazione dei "buonisti", dei timorosi e anche dei cosiddetti "progressisti e liberalisti"».

Riguardo alla seconda tentazione si noti che il papa non parla solo di buonismo, ma di buonismo distruttivo. Un buonismo non solo inefficace e che non aiuta a guarire, ma che aggrava il male e lo porta alle sue conseguenze estreme! Esso, più che sul minimo precetto divino, si fonda sul massimo precetto umano; poggia meno sull’accoglienza della grazia di Dio umanamente possibile[4] e più sulle capacità e forze dell'uomo.
Non è un riconoscimento dell’umile condizione dell’uomo dinanzi a Dio, ma una sottile affermazione della sua presunzione. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, i farisei che compaiono nel Vangelo erano buonisti, sia pure solo con se stessi: ritenevano di non aver bisogno di cure radicali (cf. Gv 8,39-47; 9,41) e rassicuravano sé stessi con il loro adempimento preciso e eccellente di 'precetti di uomini' (cf. Lc 18,9).
I buonisti di ieri e di oggi sono disposti anche a sottomettersi al bene, ma solo divenendone i protagonisti. Con ciò non mancheranno di produrre i loro buoni frutti, di rispettare certe regole e norme umane e cristiane con facilità e, a volte, persino con esattezza maggiore. Essi, tuttavia, non prendono sul serio la grazia divina e le sue esigenze. Lo si può capire meglio dalle considerazioni che seguono.
Con uno sguardo al nostro contesto culturale occidentale, si può forse dire che il buonismo di cui parla il papa proviene anche dalla ragione che si emancipa dal legislatore, si sostituisce a lui e fa della sua debolezza la misura del vero e del bene.
Un segno inconfondibile di tale indipendenza è il rifiuto o la difficoltà a comprendere e accettare l’esistenza della legge morale naturale, la legge che è nell’uomo, ma che non è lui a darsi (cf. Gaudium et spes, n. 16), come pure la tendenza a sostituire l’espressione «matrimonio naturale» con quella di «matrimonio tradizionale», intendendo ridurre il matrimonio monogamico tra un uomo e una donna a una tradizione, a fatto culturale, e negare così che esso è fondato dal Creatore ed è strutturato con leggi proprie che non dipendono dall’arbitrio dell’uomo (cf. Gaudium et spes, n. 48).
Il buonismo è misericordia superficiale, che dà sollievo coprendo il male, sottraendolo alla vista, senza guarirlo e lasciandolo progredire. Nonostante si sia tentati di confonderla con quella di Dio, questa misericordia proviene solo dall'uomo, più precisamente dall'uomo peccatore che, non potendo rimediare da sé al proprio peccato, non lo riconosce e si difende dalla sua deformità nascondendola a sé stesso, abbellendola (cf. Sal 35,2s).
Essa confonde la giustificazione per grazia, la quale ci rende giusti, ci rinnova, ci rialza e mette sul cammino della vita nello Spirito, con la giustificazione intesa come discolpa e scusante.
Pur non escludendosi reciprocamente - è lecito, infatti, discolparsi a motivo di certe condizioni esterne e interiori della persona -, le due giustificazioni sono e devono restare distinte. La seconda può decretare la non colpevolezza, ma è solo la prima che salva!
Chiariamolo con un esempio. Il fedele divorziato e risposato civilmente o convivente, resta figlio di Dio, membra di Cristo. Egli si è separato dal suo coniuge e da Cristo che era venuto loro incontro definitivamente nel matrimonio per assumerli, come coppia, nel suo amore per la Chiesa (cf. Gaudium et spes, n. 48).
Il Salvatore degli uomini, invece, rimane con lui (cf. 2Tm 2,13). Ciò accade perché il Risorto continua a essere solidale con i peccatori in forza del suo sacerdozio eterno e può salvare quanti per mezzo di lui si avvicinano a Dio (cf. Eb 7,25).
Questa solidarietà di Cristo non è senza effetti: si manifesta nel bene che il fedele divorziato risposato o convivente compie. Essa, però, non si deve intendere come giustificazione-legittimazione del suo stato da parte di Cristo, come una scusante e un’approvazione della nuova unione, ma come offerta e inizio di un cammino necessario di fedeltà a Colui che ama fino alla fine.
La solidarietà di Cristo con i peccatori tende sempre a liberarli dal male e dalle sue conseguenze offrendo nuove e storiche possibilità perché si realizzi per loro il disegno di Dio: divenire conformi al Figlio.
In questa prospettiva teologicamente fondata la solidarietà di Cristo con i coniugi che si sono separati e risposati include la chiamata a riconoscere anche nella situazione di fallimento matrimoniale l’unicità e la permanenza del dono di Dio ricevuto nel sacramento del matrimonio, e accogliere la solitudine che ne deriva come partecipazione e testimonianza nella propria carne alla sua solitudine di Figlio: «Ecco verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16,32)[5].
La giustificazione vera consiste nell’offerta del dono di trasformare il fallimento di una comunione di vita e di amore coniugale in una chiamata alla solitudine di comunione del Figlio con il Padre. Così non solo non ci si blocca, ma si progredisce nel perfezionamento della vocazione cristiana fondamentale e escatologica: la filiazione divina.
Infine, si può ritenere un segno della misericordia ingannatrice la richiesta pressante e, talvolta, provocatoria alla Chiesa di essere meramente un luogo per cercare conforto e ricevere indulgenza, e non un posto di trasformazione, di apprendimento e di disciplina.
A differenza del mondo che si accontenta di mettere in ordine la superficie delle cose, la Chiesa ha ricevuto la missione di chiamare gli uomini a conversione e di rigenerare le profondità stesse del loro cuore. La Chiesa deve uscire, senza temere ferite e travagli, ma non «senza una direzione e senza senso», bensì con una finalità ben precisa: «offrire a tutti la vita di Gesù Cristo» (Evangelii gaudium,n. 46.49).
A tal fine, come la madre dei fratelli Maccabei (cf. 2Mac 7,20-23) [6], alla tenerezza femminile la Chiesa deve unire il coraggio virile di incitare i figli che Dio le ha donato a amarlo fedelmente fino a donare la loro vita, ad immagine del Figlio (cf. Gal 2,20). La Chiesa deve avere con i suoi figli qualità paterne, come quelle indicate da Francesco:
«Questo è ciò che ho voluto lasciarti, perché diventasse una cosa tua: l’attitudine a sentire e agire, a parlare e giudicare con saggezza e rettitudine. E perché tu potessi essere così, ti ho insegnato cose che non sapevi, ho corretto errori che non vedevi. Ti ho fatto sentire un affetto profondo e insieme discreto, che forse non hai riconosciuto pienamente quando eri giovane e incerto. Ti ho dato una testimonianza di rigore e di fermezza che forse non capivi, quando avresti voluto soltanto complicità e protezione. Ho dovuto io stesso, per primo, mettermi alla prova della saggezza del cuore, e vigilare sugli eccessi del sentimento e del risentimento, per portare il peso delle inevitabili incomprensioni e trovare le parole giuste per farmi capire»[7].

3. «La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente (cf. Lc 4,1-4) e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf. Gv 8,7) cioè di trasformarlo in "fardelli insopportabili" (Lc 10, 27)».

La terza tentazione va compresa alla luce dei testi della Scrittura indicati. In Luca le tre tentazioni riguardano solo indirettamente la sapienza mondana (primato dell’economia, la ricerca di potere e di successo) per compiere il servizio messianico; esse mirano ultimamente a insidiare la figliolanza di Gesù, la sua dedizione totale e la sua obbedienza radicale al Padre.
Il loro vero scopo non è di natura morale (a questo livello la trasformazione delle pietre in pane poteva anche sembrare un’azione di per sé moralmente indifferente, quindi legittima in alcuni casi di necessità), ma teologica: separare il servizio messianico di Gesù dalla sua fedeltà radicale al Padre, dal rispetto dei suoi tempi e delle sue disposizioni.
Gesù smaschera e vince le tentazioni perché sa bene che salverà gli uomini solo occupandosi delle cose del Padre suo, persino al prezzo di provocare angoscia alle persone più care (cf. Lc 2,48-49). Questa tentazione non è facile da capire quando si separa la carità dalla fede, l’amore del prossimo dalla fede nell’amore di Dio per tutti e per ciascuno manifestato nel mistero pasquale. Non si deve dimenticare che il braccio orizzontale della Croce poggia su quello verticale!
Esiste anche la tentazione contraria, diffusa tra i farisei dei Vangeli: separare la fede dalla carità. In nome dell’amore e dell’onore di Dio si respingono i fratelli o si impone loro arbitrariamente l’adempimento di precetti gravosi come condizione per essere graditi a Dio. Papa Francesco illustra come evitare di cedere a questa tentazione:
«Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita. San Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio “sono pochissimi”. Citando sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione “per non appesantire la vita ai fedeli” e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando “la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”. Questo avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha una tremenda attualità. Dovrebbe essere uno dei criteri da considerare al momento di pensare una riforma della Chiesa e della sua predicazione che permetta realmente di giungere a tutti. D’altra parte, tanto i Pastori come tutti i fedeli che accompagnano i loro fratelli nella fede o in un cammino di apertura a Dio, non possono dimenticare ciò che con tanta chiarezza insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: “L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali”» (Evangelii gaudium, nn. 43-44).
Questo testo non si deve interpretare in senso relativistico o lassista. Si presti attenzione, pertanto, al fatto che il papa parla di «consuetudini», di «norme e precetti» ecclesiali, e non di ordine morale.
Coerentemente, citando i Vescovi statunitensi, egli ricorda che la Chiesa fa bene a insistere sull’esistenza di norme morali oggettive valide per tutti, anche se per questo viene accusata di opporsi a diritti umani fondamentali (cf. Evangelii gaudium, n. 64).
L’insegnamento del Catechismo citato invita a un accompagnamento misericordioso e paziente, a riconoscere che «un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà» (Evangelii gaudium, n. 44). Nella nostra società stracolma di informazioni sommarie e indifferenziate e segnata dalla tremenda superficialità con cui si impostano le questioni morali, la suddetta citazione serve a ricordare che «si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori» (Evangelii gaudium, n. 64).
Il pane che si trasforma in pietra scagliata contro i peccatori richiama il testo di 
Evangelii gaudium, n. 47:
«La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. Così che, se qualcuno vuole seguire un mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrerà con la freddezza di una porta chiusa. Ma ci sono altre porte che neppure si devono chiudere. Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è “la porta”, il Battesimo. L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli[8]. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa».
Per le determinazioni audaci e prudenti delle conseguenze pastorali è bene far notare che se, da una parte, l’eucaristia non è il premio dei perfetti, dall’altra, in quanto alimento e rimedio e pienezza sacramentale non è neppure resa definitiva, remissività o condiscendenza inerte alla debolezza e ai fallimenti umani.
E’ invece il loro superamento mediante una partecipazione più piena al mistero pasquale, al modo di vivere i fallimenti, gli insuccessi, le disfatte e il rifiuto degli uomini da parte del Figlio: imparando da essi l’obbedienza e l’affidamento al Padre (cf. Eb 5,8)[9].
L’eucaristia è «nutrimento prezioso della fede, incontro con Cristo presente in modo reale con l’atto supremo di amore, il dono di sé stesso che genera vita (…) E’ atto di memoria, attualizzazione del mistero, in cui il passato, come evento di morte e resurrezione, mostra la sua capacità di aprire al futuro, di anticipare la pienezza finale» (Lumen fidei, n. 44).
L’eucaristia non ignora gli insuccessi e le sconfitte umane, ma le fa partecipare dell’esperienza di Cristo presentata nel Vangelo, del suo mistero che include, rinnova e compie per superamento la creazione. Essa è il pane che rende presente il non ancora e lo comunica; chi la riceve ben disposto è coinvolto nel suo dinamismo escatologico e preparato per la lotta fiduciosa e incessante contro il peccato e le debolezze proprie e altrui.

4. «La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio».

Un buon aiuto a comprendere la quarta tentazione è l'omelia del papa a s. Marta il 18.11.2013 sulla «mondanità spirituale» e «lo spirito del progressismo adolescente» che conducono a negoziare la fedeltà al Dio sempre fedele[10]. Alcuni valori sono preservati, ma sono talmente svuotati di senso che restano soltanto «valori nominali, non reali».
Simili atteggiamenti sono attuali «perché lo spirito della mondanità anche oggi ci porta a questa voglia di essere progressisti, al pensiero unico».
Il pericolo di tradire la croce, nella quale la fedeltà di Dio e quella dell’uomo si sono incrociate e inchiodate l’una all’altra definitivamente, non sempre si manifesta apertamente, come avviene quando si cerca la gloria degli uomini e non quella di Dio.
Il più delle volte esso si cela nelle buone intenzioni e negli sforzi per facilitare la comprensione e l'accoglienza del Vangelo. Al riguardo sembrano importanti le parole di Evangelii gaudium nel paragrafo dal titolo significativo La missione che si incarna nei limiti umani:
«Non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione. Vi sono cose che si comprendono e si apprezzano solo a partire da questa adesione che è sorella dell'amore, al di là della chiarezza con cui se ne possano cogliere le ragioni e gli argomenti» (
Evangelii gaudium, n. 42). 
La Chiesa deve parlare a partire dalla luce della fede viva, la fede che opera per mezzo della carità e riconosce nelle ferite di ogni uomo le piaghe aperte del Risorto. Questo supera la ragione, ma nello stesso tempo l’arricchisce (cf. Evangelii gaudium, n. 238).
Dalle dispute dei primi secoli e dai dottori di quel tempo si deve imparare sia il primato dell’adorazione sulla comprensione e del sentire ecclesiale sulle speculazioni individuali, sia il legame tra obbedienza della fede, conoscenza della fede e amore del prossimo (cf. Lumen fidei, 23-28).

5. «La tentazione di trascurare il "depositum fidei", considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall'altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano "bizantinismi", credo, queste cose...».

Per identificare correttamente e per vincere completamente la quinta tentazione sono di aiuto alcune parole di Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae. Rivolgendosi ai sacerdoti disse: «Il vostro primo compito - specialmente per quelli che insegnano la teologia morale - è di esporre senza ambiguità l’insegnamento della chiesa sul matrimonio[11] (…). Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Redentore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare, ma per salvare, egli fu certo intransigente con il male, ma paziente e misericordioso verso i peccatori. Nelle loro difficoltà, i coniugi ritrovino sempre nella parola e nel cuore del sacerdote l’eco della voce e dell’amore del Redentore» (Humanae vitae, nn. 28.29).
Altrettanto illuminante è il pensiero di papa Francesco: «Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. Ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile (…) Vediamo così che l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è consapevole di questi limiti e si fa «debole con i deboli […] tutto per tutti» (1Cor 9,22). Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada» (
Evangelii gaudium, nn. 44.45).
Su armonia e unità di verità e misericordia, di dottrina e accondiscendenza pastorale conservano la loro importanza queste altre parole di Paolo VI: «La Chiesa, infatti, non può avere altra condotta verso gli uomini da quella del Redentore: conosce la loro debolezza, ha compassione della folla, accoglie i peccatori; ma non può rinunciare a insegnare la legge che in realtà è quella propria di una vita umana restituita nella sua verità originaria e condotta dallo Spirito di Dio (cf. Rm 8)» (HUmanae vitae, n. 19).
Esse sono particolarmente illuminanti perché aiutano a capire che la distinzione tra salus animarum e salus principiorum non deve portare a trascurare la loro stretta interdipendenza.
In verità, senza una ragionevole e profonda salvezza dei principi teologici, antropologici e morali da una riduzione a meri enunciati teorici estrinseci alla verità creaturale e soprannaturale dell’uomo, la salvezza delle anime sarà determinata da un’indifferenziata felicità degli uomini e da ciò che essi di volta in volta riterranno debba essere la manifestazione e il dono dell’amore di Dio. Allora, chi potrà stabilirà quali sono i sintomi e quali le cause e le radici delle sofferenze dell’uomo, se non il singolo individuo?
Come si potrà contrastare e modificare la tendenza che vede il matrimonio «come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno» (Evangelii gaudium, n. 66)?
Ora, invece, con il riferimento a Rm 8, Paolo VI ha ricordato con la Scrittura che la salvezza delle anime consiste in una vita ispirata interiormente e guidata dallo Spirito, cioè nella vita di figli che, soffrendo insieme a Cristo, possono essere con lui nella gloria. In altri termini lo afferma anche papa Francesco: «La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cf. Rm 8,29)»[12].
La vita nello Spirito, la vita spirituale è il modo più pieno e autentico di riconoscere e rispettare la realtà: «Il cristiano è un uomo spirituale, e questo non significa che sia una persona che vive “nelle nuvole”, fuori della realtà, come se fosse un fantasma. No! Il cristiano è una persona che pensa e agisce nella vita quotidiana secondo Dio, una persona che lascia che la sua vita sia animata, nutrita dallo Spirito Santo perché sia piena, da veri figli. E questo significa realismo e fecondità. Chi si lascia condurre dallo Spirito Santo è realista, sa misurare e valutare la realtà, ed è anche fecondo: la sua vita genera vita attorno a sé»[13].
Un’azione pastorale coraggiosa, nelle sue molteplici dimensioni e pratiche, si porrà al servizio della filiazione adottiva dell’uomo, della sua conformazione al Figlio crocifisso e risorto.
Così sarà il prolungamento dell’azione di Dio, il quale «quelli che da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29)[14].
*docente di Teologia morale alla Pontificia facoltà teologica della Sardegna

NOTE
[1] Sono tentazioni sotto l’apparenza del bene e richiedono un discernimento maggiore. 
[2]«Occorre ricordare che ogni insegnamento della dottrina deve situarsi nell’atteggiamento evangelizzatore che risvegli l’adesione del cuore con la vicinanza, l’amore e la testimonianza», Evangelii gaudium, n. 42.
[3] Non si tratta di una partecipazione ascetica, imperniata principalmente sullo sforzo umano, ma di una condivisone mistica, in forza dello Spirito, legame vivo e vivificante tra noi e il Figlio.
[4] L’accoglienza della grazia non può che essere segnata dai condizionamenti esterni e interni di chi la riceve; tuttavia la grazia porta in sé un dinamismo di crescita che, non ponentibus obicem, non può non avere effetti sul loro superamento, sul modo di affrontarli o di adattarvisi.
[5] «Quest’ora lo riconduce alla sua solitudine col Padre: una solitudine di comunione (…) Il Figlio non si percepisce e non si presenta che in funzione del Padre. Non c’è traccia di affermazione di sé. Gesù non dice neppure: “Io sono con il Padre!”, ma soltanto: “Il Padre è con me”. E’ tutto qui, in definitiva. Questa è la rivelazione invalicabile. Ci vorrà la storia del mondo e dell’umanità perché ciascuno scopra che il mistero del Figlio è il proprio mistero. Se non si riserva nulla rispetto al Padre, Gesù non si riserva nulla neppure rispetto ai discepoli. Ma questa è la cosa più difficile da capire, per gli Undici come per la Chiesa di tutti i tempi», Y. Simoens, Secondo Giovanni. Una traduzione e un’interpretazione, EDB, Bologna 2000, 637.
[6] In riferimento ai due Sinodi sulla vocazione della famiglia, ricorre con frequenza regolare l’espressione «pastorale coraggiosa». Di che coraggio si tratta? Dato che riguarda la pastorale, ritengo che si tratti del coraggio motivato non solo dalla forza morale, ma soprattutto dalla fede in Dio (cf. 1Gv 5,4).
Non è tanto il coraggio di opporsi alla cultura dominante, alle sue premesse antropologiche e ai suoi esiti pervasivi inaccettabili, quanto il coraggio di obbedire alla parola di Dio, di credere alle sue promesse perché più reali della realtà di peccato accertata: «La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino nel tempo. La fede accoglie questa Parola come roccia sicura sulla quale si può costruire con solide fondamenta. Per questo nella Bibbia la fede è indicata con la parola ebraica ’emûnah, derivata dal verbo ’amàn, che nella sua radice significa "sostenere". Il termine ’emûnah può significare sia la fedeltà di Dio, sia la fede dell’uomo.
L’uomo fedele riceve la sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele. Giocando sui due significati della parola — presenti anche nei termini corrispondenti in greco (pistós) e latino (fidelis) —, san Cirillo di Gerusalemme esalterà la dignità del cristiano, che riceve il nome stesso di Dio: ambedue sono chiamati "fedeli". Sant’Agostino lo spiegherà così: “L’uomo fedele è colui che crede a Dio che promette; il Dio fedele è colui che concede ciò che ha promesso all’uomo”» (Lumen fidei, n. 10).
[7] Udienza del 4 febbraio 2015.
[8] Cf. Ambrogio (s.), De Sacramentis, IV, vi, 28: PL 16, 464: «Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre un rimedio»; ibid., IV, v, 24: PL 16, 463: «Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati»; Cirillo di Alessandria (s.), In Joh. Evang. IV, 2: PG 73, 584-585: «Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere –chi conosce i suoi delitti?, dice il salmo– voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità?».
[9] Il superamento di cui si parla non riguarda i peccati mortali; l’eucaristia, infatti, non rimette i peccati gravi, ma solo quelli veniali, ravvivando la carità e ordinando gli affetti in chi la riceve (cf. CCC 1385.1394). Al riguardo non ci si deve aspettare cambiamenti: «Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento [DS 1647.1661] ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, “si deve premettere la confessione dei peccati quando uno è conscio di peccato mortale”», Giovanni Paolo II, Ecclesia de eucharistia, n. 36.
[10] Cf. http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2013/documents/Papa-francesco-cotidie_20131118_fedelta-non-negoziabile.html
[11]Il testo latino recita: "Ecclesiae de matrimonio doctrinam integre aperteque proponere"; nella traduzione italiana si è perso l’avverbio "integre".
[12] Messaggio per la Quaresima 2014. Nel Messaggio per la pace 2014 aveva scritto: «Caino, tuttavia, si rifiuta di opporsi al male e decide di alzare ugualmente la sua ‘mano contro il fratello Abele’ (Gen 4,8), disprezzando il progetto di Dio. Egli frustra così la sua originaria vocazione ad essere figlio di Dio e a vivere la fraternità».
[13] Francesco, omelia del 16 giugno 2013.
[14] «I diversi modi secondo cui nella storia Dio ha cura del mondo e dell'uomo, non solo non si escludono tra loro, ma al contrario si sostengono e si compenetrano a vicenda. Tutti scaturiscono e concludono all'eterno disegno sapiente e amoroso con il quale Dio predestina gli uomini "a essere conformi all'immagine del Figlio suo" (Rm 8,29). 
In questo disegno non c'è nessuna minaccia per la vera libertà dell'uomo; al contrario l'accoglienza di questo disegno è l'unica via per l'affermazione della libertà» (cf. Veritatis splendor, n. 45). Penso che con queste parole sia offerta alla Chiesa di ogni tempo la luce capace di indicare e illuminare sia la meta, sia i singoli passi per raggiungerla.

1 commento:

  1. La lettura del lungo intervento del prof. Maceri, mi ha suscitato alcune perplessità u una questione in particolare.
    Non condivido la rilettura proposta dal prof. delle 5 tentazioni, in quanto mi pare che l’autore estrapolandole dal contesto entro cui sono state pronunciate, finisca per applicarle, e in modo discutibile, solo ad una delle questioni più dibattute, riproponendo peraltro risposte che, se fosse vero essere insuperabili, uniche e definitive, renderebbero inutile il dibattito in corso.
    Condivido la preoccupazione del prof. Maceri verso coloro che “abbandonati dal coniuge, restano fedeli alla parola di Gesù” e alla promessa di fedeltà: è una scelta bellissima, allo stato attuale minoritaria (e sarebbe interessante studiarne i motivi), e di difficile promozione ma non per questo inconsistente, e che spero possa brillare di più nella varietà e molteplicità delle vocazioni nella Chiesa. Però, mi sia permesso: perché porre un primato, perché inserire una gerarchia e dare valore alla scelta di fedeltà, rispetto all’avvio di una seconda stabile unione, in riferimento “alla Parola testimoniata dalla Chiesa”?
    La scelta di fedeltà dovrebbe avere valore in sé, non in riferimento a chi quella scelta non la fa perché non ritrova se stesso e la sua storia, non ritrova se stesso e il suo futuro. In altre parole: non sarebbe opportuno e realistico riconoscere invece una differente e buona scelta vocazionale, corrispondente alle aspirazioni contenute nella storia dei singoli, ai loro doni e ai loro limiti, alle loro potenzialità e difficoltà, e che il Signore Risorto vuole condurre a compimento nella comunità dei credenti, e non al suo margine? Infine: se il matrimonio è una vocazione, come proporre all’indomani di un divorzio, come unica via per una piena appartenenza ecclesiale quella del celibato, che appunto il sacramento celebrato in precedenza aveva escluso esserci in quella persona?
    La fedeltà al sacramento del matrimonio di una persona separata, credo sia una vocazione splendida da alimentare, sostenere e custodire allo stesso modo della relazione di una nuova unione di coppia, la quale rimarrà sempre esposta al rischio della rottura, come peraltro già una volta era successo; dispiace e stupisce invece cogliere nei dibattiti e in alcune riflessioni su questo tema, la leggerezza, la superficialità e l’automaticità con la quale sembrerebbe iniziare e poi funzionare un nuovo rapporto di coppia; cioè, sembrerebbe più “facile”, tranquilla e scontata una seconda unione, rispetto alla fatica, serietà e laboriosità della fedeltà al coniuge che non c’è più, ma non è vero.
    Il mistero della Croce, e “la chiamata alla solitudine di comunione del Figlio con il Padre” cui il prof. Maceri accenna, accade in chi vive la separazione dal coniuge e gli rimane fedele, ma anche in ogni storia di coppia, sia nel matrimonio sacramento, sia nel matrimonio civile.
    Come io gioisco nel sapere che nella Chiesa esistono sposi battezzati che con tenacia, fiducia, lotta, perdono e serenità restano fedeli alla promessa matrimoniale anche quando l’altro coniuge se ne è andato, mi aspetterei la stessa gioia in chi, separato fedele, sposo o presbitero, vede ipotizzare cammini di riconciliazione e comunione per altri da sé: al momento non mi è capitato di leggere articoli di separati fedeli o di presbiteri che hanno a cuore questa scelta, con qualche accenno a tale reciprocità di gioia, o con proposte positive a riguardo, piuttosto ho trovato una sorta di risentimento e insofferenza per i dibattiti in corso. Solo perché se ne discute, solo perché si pone il problema. Tremendo!
    E questo dispiace, perché da una parte, anche qualora si aprissero varchi per un cammino di riconciliazione e piena comunione ecclesiale per coppie in nuova unione, nulla andrà tolto a chi ha scelto la fedeltà; ma dall’altra, il pericolo di scoprirsi all’improvviso “fratelli maggiori” come nella parabola, sarebbe per i separati fedeli e per chi ha cura della loro formazione, una spiacevole sorpresa.
    Paolo Tassinari, Fossano (CN)

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