domenica 22 marzo 2015

Sinodo: e se la soluzione fosse il Giubileo?

di Basilio Petrà

Il giubileo straordinario della misericordia, appena annunciato da papa Francesco, e che inizierà poco dopo la fine del Sinodo ordinario dei vescovi, può essere il tempo opportuno per compiere preziosi gesti di misericordia nei confronti di due gruppi di fedeli che sperimentano in vario modo un non pieno riconoscimento della loro appartenenza alla Chiesa. Vi è il gruppo dei fedeli che vivono e intendono continuare a vivere una nuova condizione coniugale dopo il divorzio, senza che si possa dimostrare o sostenere la nullità delle prime nozze; vi è anche il gruppo di fedeli che hanno lasciato l’esercizio attivo del ministero presbiterale e che si sono sposati.

Sono gruppi di fedeli diversi tra loro, naturalmente. Nel primo caso la Chiesa non li ammette all’assoluzione né alla comunione, perché ritiene che la loro situazione contraddica la persistente validità delle prime nozze; nel secondo caso, la Chiesa non consente loro la ripresa dell’esercizio del ministero presbiterale perché hanno mancato in maniera pubblica e con grave turbamento del popolo di Dio (così si presume) alla promessa del celibato, ma se hanno ricevuto la dispensa e si sono sposati religiosamente non pone loro particolari difficoltà riguardo all’assoluzione e alla comunione eucaristica.

Gruppi diversi, situazioni diverse, difficoltà diverse.

Tuttavia, c’è qualcosa che li accomuna, qualcosa che interpella profondamente il cuore della Chiesa e che nel Giubileo, nell’abbraccio misericordioso della Chiesa stessa, potrebbe finalmente trovare risposta. Si tratta di situazioni che scaturiscono le une e le altre da un’esperienza di umano fallimento.

Nel primo caso il fallimento riguarda la realizzazione delle promesse matrimoniali. Le coppie possono fallire per tanti motivi e non sempre chiaramente indagabili, talvolta con colpe leggibili più o meno condivise, altre volte senza chiara colpa. Qualunque ne sia il motivo però esse possono fallire: prima la separazione, poi il divorzio e la nuova unione. Un fallimento che trascina con sé una scia di problemi, lascia ferite più o meno profonde ma sempre serie.
Perché allora non aprire nelle Chiese locali in occasione del giubileo percorsi di piena riconciliazione a chi riconosce con dolore il male generato –volontariamente e involontariamente-, cerchi di riparare a esso secondo le sue possibilità fisiche e morali e sia seriamente impegnato in una vita di fede nella nuova unione come sposo e come genitore?
Perché non riconoscere il carattere irreversibilmente passato di alcuni legami nuziali interpersonali, offrendo liturgicamente la possibilità di un nuovo futuro nuziale nella Chiesa ?
Il n. 52 dei Lineamenta del prossimo Sinodo già offre alla discussione dei padri sinodali una possibilità simile; la Chiesa cattolica, inoltre, ha sempre ritenuto che il legame nuziale interpersonale può finire e si può dare un nuovo e vero legame nuziale con altre persone, come mostra la sua costante accettazione del matrimonio vedovile.

Nel secondo caso il fallimento concerne la fedeltà alla promessa celibataria. Tanti possono essere i motivi di tale fallimento. Si possono certamente tracciare linee di colpevolezza personale in alcuni casi; in altri, ci sono più i segni delle debolezza, della frustrazione e del cedimento emotivo. In altri ancora, la sensazione soffocante di solitudine e di abbandono…
Varie sono le cause del fallimento matrimoniale, varie sono anche le cause del fallimento celibatario. Anche in quest’ultimo caso ferite a non finire, inferte e subite.
Eppure, in molti casi nei quali non è emersa la nullità della ordinazione, nel momento stesso nel quale la Chiesa ha concesso la dispensa dall’obbligo del celibato non ha negato la correttezza del discernimento ecclesiale iniziale né l’autenticità della vocazione divina al ministero sacerdotale.
Può davvero tale originaria autenticità essersi persa ? Il fallimento celibatario non ha certamente annientato quel che la Chiesa ha formalmente riconosciuto presente: anzi, la Chiesa stessa ammette che in circostanze di necessità il ministero possa essere esercitato in pienezza da chi è in tale condizione.
Perché allora non aprire percorsi di nuova accoglienza e di riammissione all’esercizio del ministero per quei presbiteri che, riconoscendo sinceramente e umilmente la ferita inferta alla Chiesa, chiedano pubblicamente di tornare a svolgere il ministero nella Chiesa, con il consenso esplicito della moglie religiosamente sposata e dei figli?
L’impossibilità di esercitare il ministero per molti anni non è già un significativo tratto di cammino penitenziale per persone chiamate ad esso e per esso preparate ? Certo, qualcuno potrebbe porre la questione: dovranno separarsi dalla moglie? oppure, dovranno astenersi dai rapporti sessuali secondo l’antica lex continentiae praticata in varie parti della Chiesa?
In realtà, sono domande che hanno già una risposta nella prassi attuale della Chiesa che nella sua estensione cattolica, tanto cioè nel suo polmone occidentale quanto in quello orientale, ha presbiteri sposati ai quali non chiede l’osservanza della lex continentiae.
Si tratterebbe solo di applicare le stesse norme canoniche anche ai presbiteri tornati al ministero.
La Chiesa, con simili gesti di misericordia, non tradirebbe alcuna verità, mostrerebbe solo ancora una volta il grande cuore del Padre che corre incontro al figlio segnato dalla vita e dal fallimento, gli rimette l’anello al dito e gli riapre la pienezza del futuro nella sua casa.

8 commenti:

  1. Ma esimi signori, perché, visto che avversate il Magistero della Chiesa e gli insegnamenti evangelici dai quali discende, non passate armi e bagagli in una religione riformata ? Ce ne sono tante e per tutti i gusti, che sono ben felici dei preti sposati, dei divorziati risposati, del matrimoni gay e quant'altro. Che senso ha voler a tutti i costi rimanere nella Chiesa Cattolica Romana se se ne dispregia così il Magistero ?

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    1. Riduttivo parlare solo di fallimento!
      Il problema, in entrambe le condizioni, è l'esperienza che si ha di Dio nelle prime o nelle seconde condizioni. Nessuno mette in dubbio che ci può essere un fallimento (relativo alla 'prima promessa') ma vi può essere anche una nuova esperienza che esprime una relazione più teologale della prima, ovvero una relazione fondata concretamente sulle virtù teologali più della prima! Questo facciamo fatica ad ammetterlo riprendendo le categorie con le quali finora abbiamo letto i sacramenti del servizio.

      Il problema dal punto di vista teologico va ripreso riprendendo le categorie del Vaticano II e tentando di interpretarle: la rivelazione è il frutto delle gesta e delle azioni di Gesù che la comunità deve interpretare alla luce del contesto culturale. Il corpus del Vaticano II (Dei Verbum e Gaudium et spes, soprattutto), ci chiede di afferrare un nuovo paradigma di interpretazione che è il frutto del combinato tra rivelazione ed esperienza! E' da ingenui tentare 'nuove' soluzioni sognando interpretazioni 'semplici' del Vangelo (cfr tra gli altri l'opera ed il pensiero di C. Theobald).

      Le categorie vanno reinterpretate! Se non vi è questa opera di riqualificazione i matrimoni e le ordinazioni o saranno felici o saranno fallimentari... In realtà nessuno però può dire che il 'primo' matrimonio è sempre quello che conduce alla vera esperienza teologale mentre il secondo è falso tacciando, tra l'altro, il primo di fallimento!

      Per quanto riguarda l'ordine le cose sono più semplici!
      Il tempo che viviamo può garantire un sano equilibrio tra presbiterato celibatario e presbiterato uxorato (anche questa è cattolicità cfr. CCEO cann. 373 e 374).

      Ma soprattutto (su questa piena riconoscente accoglienza delle proposte del prof. Petrà) bisogna ricordare che i presbiteri dispensati sono lasciati a loro stessi: spessissimo, e per vari motivi, i loro 'vescovi' non li incontrano, non si accertano della loro 'nuova' situazione.

      E' possibile che anche la Congregazione del Clero se ne disinteressi? non è pensabile una sorta di 'riserva selezionata'?

      A proposito di essere cattolici (vedi commento Gianrinaldo): ricordo che i testi di Karl Rahner sono stati per un periodo più o meno lungo banditi dalla semplice lettura dei seminaristi... Oggi tutti, incluso il suo amico e teologo Ratzinger (venerabile Santo Padre), non fanno altro che indicarlo come un rinnovatore della teologia del XIX secolo nonostante i limiti della sua riflessione (limiti evidenti solo ad un approfondita critica ermeneutica non dogmatica: i suoi scritti non sono mai stati 'eretici').

      Forse i 'cattolici super ortodossi' dimenticano che il valore della cattolicità è 'essenziale non riduttiva' e chiede ai teologi di argomentare anche sbagliano: d'altronde S. Tommaso teologicamente non ha mai accettato la possibilità del dogma dell'Immacolata... eppure è dottore della chiesa (per inciso, dei dottori vanno seguite le virtù; il loro 'magistero' è subordinato a quello della Chiesa: quest'ultima si serve anche dei teologi per approfondire le questioni...).

      Se si vuole parlare solo da 'fedeli cattolici' allora è meglio astenersi dal dibattito (basta aspettare quello che definirà il magistero - sub Petrus - ); se si vuole aiutare la riflessione bisogna darsi da fare per cercare e suggerire soluzioni: questo lo chiede la Chiesa, quella veramente cattolica (cfr. can. 212 § 3; can. 750 §1 e 2).

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    2. Scusate i vari refusi: capitano quando si scrive veloce... Soprattutto: ovviamente K. Rahner è un teologo del XX secolo!

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  2. Esimio Gianrinaldo, perché, visto che dispregia così tanto il discernimento intraecclesiale di cui il magistero è espressione storica, costantemente volto alla fedeltà al vangelo e alla storia che discendono dal vangelo stesso, non si cerca una tradizione religiosa astorica e letteralista, quale quella cattolica non è mai stata e non si vede perché debba iniziare ad esserlo ora? Detto così, per farle un po' il verso... perché poi il bello della tradizione cattolica è che c'è posto per tutti!

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  3. cocordo con Anonimo, tutti bravi cattolici fin quando il Papa esprime ciò che pensiamo, ma quando la Chiesa comincia a diventare quello che a noi non va bene, diventiamo dei protestanti, pronti non tanto a muovere delle critiche, ma a considerare la Chiesa odierna come un'entità contraria al Vangelo. I veri protestanti siete voi ortodossi della dottrina. Lo ha detto anche Francesco: "La Chiesa non è un club che pone delle regole, ma che abbraccia tutti". Meditate, gente, meditate!

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  4. annamo bbene!27 marzo 2015 22:30

    Meditavo, per l'appunto. E più meditavo più mi dicevo: ma perché fermarsi al secondo, può ben essere il terzo il matrimonio di qualità che massimizza una relazione teologale.
    "La Chiesa non è un club che pone delle regole, ma che abbraccia tutti" giusto! Ma poi non venitemi a dire che la Chiesa potrebbe ancora avere qualche problema ad accogliere due presbiteri che volessero sposarsi per poi ottenere un bambino surrogando qualche utero!

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    1. L'approfondimento va bene; la riflessione anche... Se però vogliamo debellare la prima e la seconda solo con l'ironia non ragionata che procede per assurdi... accomodiamoci pure a fare i consulenti dei Consigli Pastorali Parrocchiali: forse è l'unica cosa che sappiano fare.

      Siamo lontani da una vera riflessione teologica se la mettiamo su questi piani.

      Intanto, buona Domenica delle Palme, esperienza della gloria e della passione di Gesù Cristo (chi l'avrebbe mai detto che l'una sarebbe stata uguale all'altra...).

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    2. annamo bbene!30 marzo 2015 15:28

      Quando, investiti da un qualche nuovo progetto, evitiamo le passioni ideologiche e usiamo una posizione un po' distaccata, riusciamo a coglierne la prospettiva lungo le sue reali vie di fuga.
      Assumendo una terminologia urbanistica, potremmo chiamare questo approccio qualcosa come una "valutazione di impatto ambientale" per cui, se ammettere A può portare in prospettiva a B, ove B fosse inaccettabile, anche A lo sarebbe. Una Chiesa prudente e caritatevole deve valutare severamente le conseguenze di ogni cambiamento.
      Nessuna assurdità dunque, e nessuna ironia fine a se stessa, ma oggettivo realismo stante lo spirito (non propriamente Santo) del tempo in cui viviamo.

      Che questa Santa Settimana ci aiuti ad amare di più la Croce e meno il successo.

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