domenica 26 aprile 2015

Dal Giubileo un decalogo conciliare per il Sinodo


di Andrea Grillo*


La bolla con cui Francesco ha indetto il giubileo della misericordia – Misericordiae vultus – offre un punto di appoggio per comprendere più in profondità il significato strategico del sinodo dei vescovi, mostrandone meglio la fine struttura teologica e l’alta ermeneutica pastorale, nonostante tutti i vani tentativi di coloro che cercano di ridimensionare il senso del sinodo e del papato di Francesco, criticato da settori limitati, anche se ragguardevoli, della curia romana.
Possiamo avanzare un’ipotesi: il testo della bolla, che guiderà il senso del cammino ecclesiale dall’8 dicembre 2015 al 23 novembre 2016 può gettare – retroattivamente – un fascio di luce potente già sulla storia precedente, nella quale la preparazione e lo svolgimento del sinodo ordinario dei vescovi avrà una rilevanza obiettivamente assai grande. In altri termini, la “logica di misericordia” su cui è strutturato l’anno santo può diventare il coronamento di un passaggio epocale, nel quale l’eredità conciliare si realizza in una Chiesa sempre meno autorefenziale, disposta a fare della misericordia la sua cifra identificatrice.

In questo disegno di raffinata comprensione teologica e pastorale – che solo un risentimento autoreferenziale non è disposto a riconoscere – il percorso può essere illuminato da una “memoria del concilio Vaticano II” da intendersi precisamente come inaugurazione di una “prassi di misericordia”, secondo la quale anche il giubileo è un modo della «Chiesa in uscita» e della Chiesa che si riconosce «campo profughi», con l’annuncio di una parola di perdono realmente estesa a tutti gli uomini di buona volontà.

Il Vaticano II come atto di misericordia. Il testo della bolla introduce, fin dai primi suoi numeri, il contesto conciliare come prospettiva di interpretazione del giubileo. E lo fa in modo chiaro e inequivocabile: sottolineo in corsivo le espressioni più potenti: «Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del concilio ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento.
Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I Padri radunati nel concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che, per troppo tempo, avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre.
Un nuovo impegno per tutti i cristiani per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la loro fede. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno vivo dell’amore del Padre».

Le parole-chiave, in questo bel testo, sono: il concilio deve restare vivo nel suo intento di tradurre la tradizione e di abbattere le muraglie dell’autoreferenzialità. A chi pensa che il sinodo potrebbe finire con un nulla di fatto, queste parole suonano – quasi a posteriori – come un forte ammonimento e una solenne smentita.

Giovanni XXIII e Paolo VI. Altrettanto importante è la scelta delle citazioni operate dalla bolla: dai due “discorsi estremi” – il primo, quello di apertura, di Giovanni XXIII, e l’ultimo, quello di chiusura, di Paolo VI – sono stati scelti quei passaggi nei quali il concilio è letto come “atto di misericordia”, in chiara contrapposizione a due possibilità che, tanto 50 anni fa quanto oggi, continuano a restare disponibili alle opzioni ecclesiali.

Ascoltiamo anche questo passaggio, con le opportune sottolineature: «Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del concilio per indicare il sentiero da seguire: “Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore… La Chiesa cattolica, mentre con questo concilio ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”».1

Sullo stesso orizzonte si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a conclusione del concilio: «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro concilio sia stata principalmente la carità… L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del concilio… Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore.
Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette… Un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità».2

Dal Concilio al Sinodo. Anche queste citazioni sono del tutto illuminanti della mens con cui Francesco intende celebrare non solo il giubileo, ma anche il sinodo. Da un lato, infatti, egli sottolinea la necessaria “scelta di campo” – squisitamente conciliare – che privilegia la «medicina della misericordia» rispetto alle «armi del rigore». Dall’altro, fa propri – traendoli da un elenco tanto elegante quanto impressionante – i punti qualificanti che dovranno qualificare il lavoro sinodale di qui ad ottobre nei confronti della «famiglia nel mondo contemporaneo»: anziché deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; anziché funesti presagi, messaggi di fiducia.

Sembra di ascoltare l’eco del duro confronto che in questi mesi ha così fortemente contrapposto a questa linea serenamente conciliare l’insistenza sulla “tradizione minacciata”, sui “valori negati”, sugli “scivoloni anticattolici”.

Dalla bolla del giubileo viene quasi un “decalogo conciliare per il sinodo”: con sorprendente tempismo e con un unico fine: “servire l’uomo”, perché tutti possano trovare accesso alla riconciliazione con Dio.

NOTE
* l'articolo è apparso su Settimana n. 16/2015 nella rubrica "Si/si-No/no-Do: questioni intersinodali / 6".
1 Discorso di apertura del concilio ecumenico Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 2-3.
2 Allocuzione nell’ultima sessione pubblica, 7 dicembre 1965.

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