venerdì 17 aprile 2015

Le risposte della Rivista Matrimonio

Iniziamo la pubblicazione delle risposte dei diversi soggetti pastorali alle 46 domande dei Lineamenta del Sinodo ordinario dell'ottobre 2015. Oggi pubblichiamo quelle inviate dalla Rivista Matrimonio. In ascolto delle relazioni d'amore che ha sede a Brescia.
Domanda previa riferita a tutte le sezioni della Relatio Synodi
La descrizione della realtà della famiglia presente nella Relatio Synodi corrisponde a quanto si rileva nella Chiesa e nella società di oggi? Quali aspetti mancanti si possono integrare?
Benché ci siano diversi richiami al coinvolgimento delle famiglie, definite “soggetto imprescindibile dell’evangelizzazione”, nell’attività a diversi livelli della comunità ecclesiale, e soprattutto delle parrocchie, non c’è un’adeguata riflessione sul “ministero della coppia”, che non si esaurisce nelle cose da fare, ma nel far percepire a tutta la chiesa la sensibilità e lo stile che nasce dall’essere
coppia prima e famiglia poi. Uno stile in cui le difficoltà e i limiti si affrontano vivendo in relazione.

I Parte L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia … omissis
Le domande che si propongono di seguito… intendono facilitare il dovuto realismo nella riflessione, evitando che le risposte possano essere fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina, che allontanerebbe la riflessione dal cammino ormai tracciato.

Ci sembra importante cogliere l’invito che precede la formulazione delle domande. Esso sottolinea la necessità di non fermarsi al solo aggiustamento del linguaggio, ma di mettersi in ascolto e di modificare profondamente l’approccio ai problemi.

Il contesto socio-culturale (nn. 5-8) … omissis
4. Come l’azione pastorale della Chiesa reagisce alla diffusione del relativismo culturale nella società secolarizzatae al conseguente rigetto da parte di molti del modello di famiglia formato dall’uomo e dalla donna uniti nel vincolo matrimoniale e aperto alla procreazione?

Parliamo di un “relativismo culturale nella società secolarizzata” , ma si potrebbe forse riconoscere l’esistenza di un “relativismo culturale nella comunità ecclesiale”: ci riferiamo al fatto che il testo biblico non può essere letto in maniera “statica”, ma deve essere continuamente interpretato e reinterpretato in maniera dinamica, alla luce delle acquisizioni degli studi biblici e della riflessione teologica, nonché del progresso scientifico, anche per quanto attiene al “modello di famiglia”. Non a caso nella Relatio synodi, al n. 12, si legge “ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e possibilità impensate».

… omissis

II Parte Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia
… omissis
Verità e bellezza della famiglia e misericordia verso le famiglie ferite e fragili (nn. 23-28)
Dopo aver considerato la bellezza dei matrimoni riusciti e delle famiglie solide, e aver apprezzato la testimonianza generosa di coloro che sono rimasti fedeli al vincolo pur essendo stati abbandonati dal coniuge, i pastori riuniti in Sinodo si sono chiesti – in modo aperto e coraggioso, non senza preoccupazione e cautela – quale sguardo deve rivolgere la Chiesa ai cattolici che sono uniti solo con vincolo civile, a coloro che ancora convivono e a coloro che dopo un valido matrimonio si sono divorziati e risposati civilmente.
Consapevoli degli evidenti limiti e delle imperfezioni presenti in così diverse situazioni, i Padri hanno assunto positivamente la prospettiva indicata da Papa Francesco, secondo la quale «senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno» (Evangelii Gaudium, 44).
20. Come aiutare a capire che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio e come esprimere questa verità nell’azione pastorale della Chiesa verso le famiglie, in particolare quelle ferite e fragili? (cf. n. 28)
21. Come possono i fedeli mostrare nei confronti delle persone non ancora giunte alla piena comprensione del donodi amore di Cristo, una attitudine di accoglienza e accompagnamento fiducioso, senza mai rinunciare all’annuncio
delle esigenze del Vangelo? (cf. n. 24)
22. Che cosa è possibile fare perché nelle varie forme di unione – in cui si possono riscontrare valori umani – l’uomo e la donna avvertano il rispetto, la fiducia e l’incoraggiamento a crescere nel bene da parte della Chiesa e siano aiutate a giungere alla pienezza del matrimonio cristiano? (cf. n. 25)


Le considerazioni che riguardano le famiglie "ferite e fragili" riguardano tutte le famiglie, anche quelle i cui matrimoni risultano "riusciti e solidi". Vale, per tutte, la raccomandazione della Evangelii gaudium su citata. Il centro dovrebbe essere la comunità. Non si possono considerare solo i problemi delle singole coppie e/o delle singole famiglie senza un rapporto vitale con la comunità e senza una presenza attiva di coppie e famiglie nella comunità.
Pensiamo ai momenti forti della celebrazione dei sacramenti (del matrimonio, ma anche dei sacramenti dell’iniziazione cristiana per i figli), ma pensiamo anche alla lettura comunitaria della parola di Dio, con il contributo di esperienza (e oggi persino di competenza biblica e teologica) di laici sposati, di genitori e anche di nonni.
Pensiamo all’assunzione di ruoli di responsabilità nella vita parrocchiale e diocesana, compresi apporti di competenza nelle scienze umane.
Se non c'è una comunità che riconosce, sostiene e condivide, tutto rischia di restare prescrizione, affermazione di principi riferiti alla Scrittura e utilizzati per giudicare dei comportamenti.
Non esiste la categoria dei 'conviventi', degli ‘sposati solo civilmente’, quella dei 'separati' o dei 'divorziati risposati' ecc.
Esistono delle persone che vivono queste condizioni, impegnate nella reciproca cura e promozione umana, non raramente in modo più fedele all'annuncio evangelico di quanto non facciano coloro che sono regolarmente sposati in chiesa. E’ necessario un impegno al discernimento, finalizzato a una pastorale differenziata che non appiattisca tutti in una categoria.
Quanto all’auspicio: 'siano aiutati a giungere alla pienezza del matrimonio cristiano' non ci pare debba essere un traguardo obbligatorio. Da un lato riteniamo che non si dovrebbe parlare di “matrimonio cristiano”, ma di “matrimoni dei cristiani’: il sacramento non conferisce privilegi né garantisce
sconti sul matrimonio di tutti; dall’altro si tratta di riconoscere i valori positivi che ci possono essere nelle diverse relazioni d’amore, non generalizzando l’espressione “condizione oggettiva di peccato”.
Non diciamo che la chiesa deve considerare uguali tutte le situazioni: la chiesa deve continuare ad annunciare il matrimonio tra un uomo e una donna, celebrato come un sacramento, ma non dovrebbe negare i sacramenti della riconciliazione e dell’eucarestia e la collocazione nelle esperienze ecclesiali a tutte le persone che vivono relazioni d’amore diverse, che hanno un’alta qualità
di amore e di fede e si impegnano a far crescere la propria umanità, cioè a vivere l’annuncio evangelico.
E’ importante richiamare l’attenzione a un’accoglienza misericordiosa, ma si deve anche far attenzione ai valori che queste persone esprimono e vivono e alla testimonianza che danno.
Del resto la stessa Relatio al n. 25 afferma: “Dio è all’opera in ciascuna delle loro vite dando il coraggio di compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere al servizio della comunità nella quale lavorano“ e ancora, al numero 46: “Ogni famiglia va innanzitutto ascoltata con rispetto e amore…
Valgono in maniera particolare per queste situazioni le parole di Papa Francesco: ‘La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa "arte dell’accompagnamento’, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro. Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità…”
E’ stato ipotizzato che ogni vescovo, nella sua diocesi, attraverso un gruppo di persone, possa discernere caso per caso la qualità di una coppia, avendo anche la possibilità di fare delle scelte diverse da quelle enunciate come principio, ma noi pensiamo che solo la coppia può discernere la qualità della sua relazione e accedere a quel sacramento della riconciliazione che oggi le viene negato: perché certamente il principio della indissolubilità del matrimonio dovrà rimanere, ma bisognerà presentarlo come proposta ideale. Un traguardo certo non facile, che richiede un profondo mutamento culturale-teologico.
Se ne dovrebbe parlare come di un ideale verso cui tendere e non come di una legge che vincola.
Sarebbe anche auspicabile una mutazione del linguaggio: invece di sottolineare l’indissolubilità - concetto prevalentemente giuridico – si dovrebbe parlare di fedeltà - concetto biblico, non meno esigente dell’indissolubilità, ma meno formale e più sostanziale.
Se parliamo di progetto ideale, parliamo di un fatto che coinvolge totalmente l'uomo, un progetto che si proietta nel futuro, che gode della speranza e del piacere di pensarsi anche in un futuro.
Pensare con gioia a questo futuro è la funzione dell'ideale, che è sempre una meta, uno slancio verso. Quando lo fossilizziamo diventa “idealizzazione” cioè un meccanismo di difesa. Il progetto comporta delle tappe: significa assumersi la responsabilità di trasformare un innamoramento in amore e quindi di prendersi cura dell'altro.
Parlare di progetto significa fare riferimento alla nostra condizione che è legata allo spazio e al tempo. In questo senso non si dovrebbe essere rigidi, ma aperti al cambiamento, in rapporto alle situazioni e al nostro stesso cambiamento in seguito alle scoperte che facciamo. E' cammino facendo che ci scopriamo e ci riprogettiamo di conseguenza.
E’ forse necessario domandarsi se si può parlare di un “progetto di Dio” sul matrimonio e la famiglia o se quest’espressione non sia una proiezione su Dio del nostro essere legati al tempo e allo spazio. Non possiamo proiettare su Dio la nostra esigenza di progettare. Dovremmo dire che il progetto è dell'uomo e non di Dio, ovvero che Dio non interviene dal di fuori nella storia dell’uomo, ma la anima dall’interno e che il cristiano, man mano che vive, deve chiedersi se i suoi progetti sono coerenti o meno con l'annuncio evangelico.

III Parte Il confronto: prospettive pastorali
Nell’approfondire la terza parte della Relatio Synodi, è importante lasciarsi guidare dalla svolta pastorale che il Sinodo Straordinario ha iniziato a delineare, radicandosi nel Vaticano II e nel magistero di Papa Francesco. Alle Conferenze Episcopali compete di continuare ad approfondirla, coinvolgendo, nella maniera più opportuna, tutte le componenti ecclesiali, concretizzandola nel loro specifico contesto. È necessario far di tutto perché non si ricominci da zero, ma si assuma il cammino già fatto nel Sinodo Straordinario come punto di partenza. ... omissis

Cura pastorale di coloro che vivono nel matrimonio civile o in convivenze (nn. 41-43)
Nel dibattito sinodale è stata richiamata la diversità di situazioni, dovuta a molteplici fattori culturali ed economici, prassi radicate nella tradizione, difficoltà dei giovani per scelte che impegnano per tutta la vita.
32. Quali criteri per un corretto discernimento pastorale delle singole situazioni vanno considerati alla luce dell’insegnamento della Chiesa, per cui gli elementi costitutivi del matrimonio sono unità, indissolubilità e apertura alla procreazione?


Identificare come elementi costitutivi del matrimonio soltanto l’unità, l’indissolubilità e l’apertura alla procreazione, ci sembra insufficiente e restrittivo.
La coppia e la famiglia sono anche il “luogo” della crescita umana e cristiana, culturale e spirituale, personale e sociale, degli sposi, dei genitori e dei figli.
Non c’è alcun cenno alla passione amorosa, alla dimensione del piacere sessuale, che sono fattori importanti dell’unità della coppia: sembra di cogliere in questo silenzio un problema non ancora risolto nei confronti della sessualità.
L’esperienza sponsale ci avvicina di giorno in giorno a capire il senso del matrimonio, alla luce della parola di Dio, che ci chiede di essere testimoni e annunciatori del suo amore fedele e di interpretare questo progetto di fedeltà.
Manca ancora una visione più ampia che, partendo dalla fecondità all'interno della coppia stessa, si allarghi non solo ai figli (biologici e non) ma anche ad altri interlocutori della coppia e della famiglia, fino a comprendere la comunità civile e quella ecclesiale nelle quali la coppia e la famiglia sono inserite. Questa perdurante carenza di attenzione alle dimensioni della fecondità proprie di ogni amore sponsale ci sembra preoccupante.

... omissis
Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali)
(nn. 44-54)
Nel dibattito sinodale è stata evidenziata la necessità di una pastorale retta dall’arte dell’accompagnamento, dando «al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che al medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana» (Evangelii gaudium, 169).
... omissis
37. Come rendere più accessibili e agili, possibilmente gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità? (n. 48).


Lungi dall’obiettivo di “rendere più accessibili e agili, possibilmente gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità”, pensiamo che tutta la materia che riguarda la nullità del matrimonio dovrebbe essere rivista e che bisognerebbe considerare l’ipotesi di andare verso l’abolizione del tribunale ecclesiastico per le cause di nullità.
Pensiamo che la materia del matrimonio appartenga più all’area del perdono (sacramento della riconciliazione) che a quella dei presupposti giuridici /diritto canonico) e che già a partire dal termine “tribunale”, si colga la pretesa di giudicare utilizzando canoni diversi da quelli della misericordia e del perdono, che sono i canoni di Dio.
La richiesta di nullità ha una sorta di freddezza dentro, un’ambiguità di fondo, perché va in cerca degli antefatti per costruire una via di uscita che oltrepassi il contenuto della relazione nel tempo e consenta un decollo futuro, spesso idealistico o fantastico quanto lo era stato nel primo matrimonio.
La nullità del matrimonio è spesso una ferita grave che viene inferta all’altro, quando lo si accusa di incapacità (psichiatrica o psicologica, sessuale nelle sue varie sfumature…) e può essere perfino sconvolgente, può arrivare a minare la personalità; e impone ai figli, nati da un gesto d’amore, la fatica di elaborare il lutto della fine di un mondo.
Il sostegno e l’aiuto della misericordia di Dio non possono arrivare da un tribunale ecclesiastico, retaggio di una Chiesa giudicante, ma dall’amore vissuto all’interno di una relazione perdonante.

38. La pastorale sacramentale nei riguardi dei divorziati risposati necessita di un ulteriore approfondimento, valutando anche la prassi ortodossa e tenendo presente «la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze
attenuanti» (n. 52). Quali le prospettive in cui muoversi? Quali i passi possibili? Quali suggerimenti per ovviare a forme di impedimenti non dovute o non necessarie?

Vogliamo ripetere quanto su già detto: il centro dovrebbe essere la comunità; se non c'è una comunità che riconosce, sostiene e condivide, tutto rischia di restare prescrizione, affermazione di principi.
L’ipotesi di cambiare atteggiamento nei confronti dei divorziati risposati che chiedono il sacramento della riconciliazione e la partecipazione all’eucarestia non dovrebbe essere vanificata dall’affermazione che “la chiesa non sbaglia e o non può aver sbagliato”.
I pastori dovrebbero liberarsi da questo assioma e riconoscere che modificare le norme in funzione di una continua rilettura della Scrittura e della realtà non è qualcosa che sminuisce la chiesa.
Al contrario, è la rigidità che crea problemi alla chiesa.
Si tratta di riconoscere che le cose cambiano, che la realtà evolve, e di non definire tutto “relativismo culturale”: le cose cambiano perché il contesto, le conoscenze, le acquisizioni delle ricerche umane procedono. Del resto la stessa Relatio, al n. 38, afferma che: 'la pastorale sacramentale nei riguardi
dei divorziati risposati, necessita di ulteriori approfondimenti valutando anche la prassi ortodossa”.
La chiesa ha interpretato le scritture in maniera consona al tempo in cui tale interpretazione accadeva, e questa oggi può esser giudicata insufficiente.
Si tratta anche di evitare che la Tradizione, che alimenta la riflessione teologica, non venga identificata con le tradizioni e le abitudini che la chiesa ha fatto proprie.
Riteniamo che la chiesa non può rimanere ancorata a scelte che potevano essere giustificate dalla minore conoscenza della Parola di Dio in passato, ma che non lo sono più oggi.
Nel cambiamento della realtà, grazie alle scoperte e all'evolversi della conoscenza umana, c'è una Parola di Dio che ci viene detta. Se ci irrigidiamo sui ‘principi inamovibili’, questo cammino con l’umanità ci viene precluso.
Crediamo che la Rivelazione continui, che la profezia non sia finita: il Primo e il Nuovo Testamento restano un punto fermo di riferimento per camminare e confrontarci e per capire che tutto è un 'percorso', anche quello che stiamo vivendo ora.
Molte delle persone divorziate e risposate non credono di dover fare un cammino penitenziale per potersi accostare alla comunione, perché vivono la loro scelta come buona.
Noi pensiamo, prescindendo dal tema del peccato:
- che ricorrere alla misericordia di Dio per due che hanno rotto un legame può servire per vivere in pace e con maggior consapevolezza la nuova situazione, anche sotto il profilo della fede: la scoperta della misericordia di Dio è la scoperta di un amore per noi;
- che non si può dire “è un problema solo personale e nessuno deve entrarci”, perché una rottura porta sempre nelle persone vicine a quella coppia un dolore e un disagio.
Ma pensiamo anche che le ragioni per cui si arriva al divorzio sono tali e tante che non è possibile fare dei divorziati risposati un’unica categoria, cui guardare sempre nell’ottica del peccato.
Al numero 52 della Relatio si può leggere: “Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che ‘l'imputabilità e la responsabilità di una azione possono essere sminuite o annullate “ da diversi” fattori psichici oppure sociali’ (Catechismo della Chiesa Cattolica ,1735)”, precisazione qui omessa. Pensare che tutte le situazioni siano ascrivibili ad una “situazione oggettiva di peccato”, di cui eventualmente considerare le “circostanze attenuanti”, significa far riferimento ad una norma (definita “legge di Dio”) alla quale si è derogato e richiamare all’obbedienza, senza lasciar spazio alla coscienza.
S’innesta qui la riflessione sul versetto di Matteo “per la durezza del vostro cuore…. Ma in principio non era così”.
Anche se il tempo a cui fa riferimento quell’“in principio…” non è mai esistito, ci sembra che debba essere conservato il valore simbolico dell’espressione, ma anche che essa indichi “ciò che sarà” più che “ciò che è stato”, un orizzonte ideale, cui siamo chiamati a tendere, più che una legge, cui siamo chiamati ad obbedire ciecamente a qualunque costo.
Gli studi biblici dicono che il libro della Genesi è stato scritto per ultimo, quando erano già in essere i precetti di Mosè e le leggi che regolamentavano le relazioni all'interno del matrimonio.
Il popolo ebraico viveva queste leggi e l’autore della Genesi le ha proiettate in un principio, ma non è il principio che fa la vita, ma è la vita che fa i principi: è dall'esperienza del popolo ebraico che è nato anche l’in principio.
Dentro questo discorso pulsa lo Spirito e importante è sentire di non essere soli, ma di camminare dentro una comunità, mai senza l'altro dunque. E con gli altri impariamo a discernere quali siano i principi cui fare riferimento.
Il teologo è colui che vive la realtà, non quello che la studia; una teologia che nasce dal basso, dalla vita, non una teologia che fa discendere dall’alto principi e leggi, cui l'uomo si deve adeguare.
Sul piano pastorale, quando nascono dei problemi piccoli o grandi, non può mancare questa attenzione “dal basso”.
Allora nel discorso dei divorziati risposati che chiedono l'eucarestia, appare come sia importante trovare una strada che parta dal basso, se non per risolvere, almeno per avvicinarci alla soluzione.
Sarebbe un primo passo per capire che la chiesa cresce con la parola di Dio.
Chi può dire di 'meritare' l'eucarestia, se ci confrontiamo con la 'non carità' verso i poveri, i deboli, i soli; la ‘non mitezza’ verso chi riteniamo ci offenda, verso chi non sta alle regole o, peggio, non è all’altezza delle nostre attese; il ‘non aver cura’,… Proponiamo quindi di intensificare il momento penitenziale della celebrazione eucaristica: una comunità che diventa penitenziale non in momenti particolari o luoghi particolari ma nel momento centrale del suo essere comunità: la celebrazione eucaristica.
Non dunque spazi e momenti riservati, ma spazi comunitari, in cui impariamo, come comunità a chiedere perdono.

39. La normativa attuale permette di dare risposte valide alle sfide poste dai matrimoni misti e da quelli interconfessionali?
Occorre tenere conto di altri elementi?

Il richiamo all'ecumenismo è importante e non solo per "valutare la prassi ortodossa" (domanda precedente) per la questione dei divorziati risposati, ma anche come ampliamento della visione cristiana sulla relazione sponsale alla luce della lettura di oggi della Parola di Dio e delle esperienze (storiche e attuali) dei fratelli delle altre confessioni cristiane.

L’attenzione pastorale verso le persone con tendenza omosessuale (nn. 55-56)

La cura pastorale delle persone con tendenza omosessuale pone oggi nuove sfide, dovute anche alla maniera in cui vengono socialmente proposti i loro diritti.
40. Come la comunità cristiana rivolge la sua attenzione pastorale alle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale? Evitando ogni ingiusta discriminazione, in che modo prendersi cura delle persone in tali situazioni alla luce del Vangelo? Come proporre loro le esigenze della volontà di Dio sulla loro situazione?


La risposta a questa domanda va ricercata nuovamente nel valorizzare il ruolo della comunità nell’incontrare, nell’accogliere e ascoltare “gli uomini e le donne con tendenze omosessuali con rispetto e delicatezza”.
Ci sembra del tutto ingiustificato proporre l’immagine di una volontà esigente di Dio che sembra rispondere a modalità normative che nascono dalle paure e dai pregiudizi degli uomini. Sono tutti amati in maniera precisa, puntuale e personale da Dio e come tutti sono chiamati ad accogliere e annunciare l’evangelo con e nella loro vita e in coscienza a discernere la volontà di Dio nella loro storia.
La Chiesa non può rinunciare a promuovere il matrimonio tra un uomo e una donna, ma questo non giustifica la svalutazione, fino al disprezzo, di altre situazioni e l’opposizione a soluzioni legislative che garantiscano i diritti civili delle persone implicate.

La trasmissione della vita e la sfida della denatalità (nn. 57-59)
La trasmissione della vita è elemento fondamentale della vocazione-missione della famiglia: «I coniugi sappiano di essere cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria» (Gaudium et spes, 50).
41. Quali i passi più significativi che sono stati fatti per annunziare e promuovere efficacemente la apertura alla vita e la bellezza e la dignità umana del diventare madre o padre, alla luce ad esempio della Humanae Vitae del Beato Paolo VI? Come promuovere il dialogo con le scienze e le tecnologie biomediche in maniera che venga rispettata l’ecologia umana del generare?


Riconosciamo positivo il riferimento all’Humanae Vitae solo a titolo esemplificativo e ricordiamo le indicazioni del Concilio (Gaudium et Spes, 16 ) sulla priorità delle scelte in coscienza, coscienza che nella realtà dell'esperienza coniugale assume un valore sacramentale specifico.

... omissis

La sfida dell'educazione e il ruolo della famiglia nell’evangelizzazione (nn. 60-61)
... omissis
46. Come promuovere nei genitori e nella famiglia cristiana la coscienza del dovere della trasmissione della fede quale dimensione intrinseca alla stessa identità cristiana.

In ordine alla "trasmissione della fede", occorre ricordare che non sempre i coniugi riescono a parlare tra loro della fede e del senso dell'essere credenti. Spesso, poi, i genitori fanno fatica a parlare con i loro figli e a maggior ragione non sanno “parlare” con loro della propria fede. Più che di un "dovere della trasmissione della fede" parleremmo, con prudenza, di "tentare di trasmettere la fede con la loro testimonianza personale e di coppia".

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