martedì 28 aprile 2015

Lessico famigliare: le vostre risposte alle 46 domande

di Maria Elisabetta Gandolfi*

La consultazione dell’«intero popolo di Dio» avviata con i Lineamenta in preparazione del Sinodo straordinario dello scorso anno è stata riproposta anche nel 2015 con le «46 domande» pubblicate a dicembre 2014 (Regno-doc. 5,2015,8). Esse hanno trovato sicuramente un terreno più dissodato rispetto al 2014, anche se è sempre difficile misurare l’effettiva capillarità del lavoro effettuato dalle diocesi, mentre dal punto di vista mediatico alcuni temi sinodali sono stati sin troppo coperti.


Tramite il nostro blog – L’Indice del Sinodo – abbiamo nuovamente offerto la disponibilità di diventare anche noi un punto di collegamento rispetto alla Segreteria del Sinodo, e così ora possiamo fare una sintesi dei 52 questionari giunti in redazione (prevalentemente dal nord Italia) e poi da noi inviati a Roma, che sono l’espressione della riflessione di più di 600 persone: rispetto ai 76 dello scorso anno (in rappresentanza della metà – 320 – dei lettori; Regno-att. 2,2014,5) possiamo cogliere un lavoro più intenso, frutto di riflessioni scaturite da incontri di gruppo (spesso più d’uno), e mirato, così come lo erano le 46 domande.

In effetti la formulazione più organica dei Lineamenta che preparano il Sinodo ordinario del 2015 è stata colta dai gruppi anche se il giudizio sul linguaggio si divide per una metà valutato molto clericale e facente riferimento a una famiglia astratta, fuori dalla realtà; mentre per l’altra metà viene valutato positivamente lo sforzo fatto non solo in assoluto di dibattere su questi temi ma anche di assumere un linguaggio nuovo.

Per sintetizzare i ricchi materiali giunti in redazione – che quindi sono rappresentativi solamente di se stessi – mi servirò di alcuni nuclei concettuali a mo’ d’indice dei temi.

Undicesimo: non escludere
Eucaristia. La convinzione che il sacramento dell’eucaristia sia da interpretare come «medicina» per i «malati» e non come «premio» per i giusti è unanime. Non si parla neppure implicitamente di diritto ma di viatico, sostegno nel cammino di fede delle singole persone: sono queste ultime i soggetti del percorso di fede, a prescindere dallo stato dei loro legami famigliari o dalle tendenze sessuali. Accoglienza e misericordia sono termini ricorrenti. Qualcuno afferma che proporre la cosiddetta «comunione spirituale» sarebbe una forma di «contraddizione» (Torino). Altri sottolineano la necessità che i genitori che chiedono convintamente i sacramenti – l’eucaristia – per i figli possano anch’essi accedervi.

Confessione. Sulla confessione non vi sono molti cenni se non su due aspetti. Il primo: subordinare l’assoluzione a una vita di coppia (nel caso di una nuova unione o nel caso di un’unione omosessuale) in regime di «fratellanza» è ritenuta in stragrande maggioranza un atteggiamento che non tiene conto della concreta vita in comune; il secondo che rivela un pregiudizio sull’esercizio della sessualità che non è sempre ritenuto da tutti equo: una lettrice afferma che non vi è da parte della Chiesa altrettanta forza nel condannare, ad esempio, una sessualità agita in via occasionale o quegli uomini sposati che frequentano prostitute. O anche reati quali l’evasione fiscale.

Nuove nozze. Sgomberare il campo dalla questione dei sacramenti non significa però minimizzare o sottovalutare la questione dei fallimenti dei matrimoni religiosi. Vi sono almeno due grandi lenti d’analisi.

La prima è quella dell’«umano» coinvolto dai legami che spesso è fragile e bisognoso di sostegno. Riconoscere il fallimento di un’unione può essere necessario in casi estremi di violenza; in altri andrebbe valutato alla luce anche del bene dei figli laddove si pensa che mettere fine alla vita comune porti a una sorta di nuovo benessere automatico anche per questi ultimi, ma – dice il gruppo di Bologna 4 – oggi è molto scarso il senso del sacrificio, della necessità del perdono reciproco, della fatica – necessaria – per ricominciare. In altri casi iniziare una nuova unione senza un’efficace elaborazione dei perché potrebbe ridare corpo alle medesime fragilità che hanno causato il primo fallimento. Insomma, non si può improvvisare una soluzione né stabilirla a priori e occorre fare ricorso a figure professionalmente competenti.

La seconda è più quella della fede: da molti gruppi è evidenziato che il matrimonio cristiano rappresenta uno «scarto», un «paradosso», introducendo «la dimensione dell’irrevocabile» (Chicco di Senape, Torino) che è «altra» rispetto alla fragile umanità degli sposi che vivono immersi in una cultura individualistica che punta alla mera autorealizzazione del singolo; essa si rende possibile tramite il sacramento e la promessa di bene che lì è contenuta. L’indissolubilità in quanto tale non è messa in discussione da nessuno dei questionari; molti chiedono che tuttavia non sia considerata una sorta di condanna senza appello per chi fallisce. Sia attraverso – in maggioranza – lo studio della prassi ortodossa considerata «più fedele alla tradizione e al realismo cristiani» (Rimini); sia – in minoranza – riconoscendo una sorta di «morte del legame»; sia – in netta minoranza – ricorrendo al riconoscimento della nullità purché sia gratuita. Una persona afferma che la nullità sia solo canonica e non abbia anche ricadute sul piano civile, soprattutto laddove vi sono dei figli, per i quali una tale pronuncia potrebbe essere vissuta come uno scandalo.

Su questo specifico punto dobbiamo però registrare uno slittamento di alcune risposte che tendono a sottolineare una sorta di primato assoluto dell’amore di coppia arrivando a dire «se c’è amore lì c’è Dio» (leggi coppie omosessuali) quasi a rivendicare uno spazio invalicabile del giudizio di «qualità» in capo solo alla coppia stessa.

Non è bene che la coppia sia sola
I peccati della famiglia oggi. Nel recupero della dimensione sacramentale del matrimonio che non sia esclusione ma invito lieto a una vita «buona» per tutti, un gruppo, che scrive da Vittorio Veneto, ha individuato alcuni ostacoli, definiti «nuovi peccati» nella vita delle coppie: l’individualismo, l’egoismo, l’indifferenza, una poca cura degli anziani, il desiderio di «autocompiacimento» di alcune «belle» famiglie che porta all’esclusione delle altre, quelle diverse… È comune il giudizio che, pur essendo la libertà della persona un valore irrinunciabile, una forma strisciante d’individualismo stia avvelenando i rapporti interpersonali o faccia intendere la famiglia in senso meramente privatistico – i sociologi parlerebbero di «familismo» –; una mancanza di solidarietà vissuta nel quotidiano che poi chiude gli occhi di fronte alla povertà o alle esigenze di chi vive nel pianerottolo accanto. Una persona che risponde singolarmente insiste nella necessità di educare alla fedeltà e a percepire la gravità delle conseguenze dell’adulterio non solo nel coniuge tradito ma anche nei figli.

In positivo molte risposte insistono sulla valorizzazione – come veri e propri sacramentali – dei gesti quotidiani della vita in comune: le preghiere ai pasti, il bacio della buonanotte, il chiedersi scusa: questi sono gli strumenti semplici che evangelizzano più in profondità.

Catecumenato. Per molti e noti motivi oggi sposarsi si è fatto difficile; tanto più «in chiesa». Tutte le risposte concordano che i corsi di preparazione al matrimonio sono necessari ma ampiamente insufficienti, in quanto nella maggior parte dei casi devono far fronte a un vero e proprio percorso catecumenale. Molte diocesi si sono già organizzate in tal senso ma naturalmente il dato che viene evidenziato è: che cosa ne è del dopo? Le coppie appena sposate, che spesso hanno già figli piccoli, tendono a chiudersi e la comunità ecclesiale fatica a intercettarle. Almeno sin tanto che non si arriva alla preparazione dei figli ai sacramenti. A stragrande maggioranza si caldeggia un accompagnamento specifico lungo i primi anni della vita matrimoniale da parte di coppie sposate da più tempo e specificamente formate.

Qualcuno rileva che vi sono molte coppie che si rivolgono alla Chiesa per avere una «bella cerimonia» ma sono decisamente poco convinte del sacramento. A volte sarebbe meglio dire dei no, magari proponendo la celebrazione del matrimonio civile come prima tappa di un cammino di riscoperta della fede che non conceda il sacramento con leggerezza. «Come dare un sacramento a chi da anni vive etsi Christus non daretur?» – sottolinea un gruppo da Torino.

Chiesa sì, ma quale? La comunità rimane e deve rimanere il luogo «caldo» e accogliente dove tutti possono «sentirsi a casa». Anche perché – dice il gruppo legato alla rivista Matrimonio –, senza una comunità che condivide il medesimo cammino e nella quale ci si aiuta a portare i pesi gli uni degli altri, il messaggio evangelico sul matrimonio rimane una «prescrizione» rigida e inflessibile.

Allo stesso modo vengono da molti valorizzati i gruppi, movimenti o associazioni che sono presenti nel quotidiano della famiglia come percorso di approfondimento della fede e occasione di condivisione (vengono citati i gruppi famiglia in generale, le Equipes Notre Dame e anche il Movimento neocatecumenale). La comunità ha tuttavia necessità di una decisa sterzata verso un effettivo protagonismo dei laici valorizzandone appieno la ministerialità battesimale e, solo dopo questa priorità, di una conseguente ripresa della valorizzazione della coppia – anche con forme di ministerialità «a due» (Bologna 2) – e del significato della famiglia come Chiesa domestica, ben consapevoli delle fragilità e dei «peccati» di cui si è detto.

Terreni da dissodare
Bibbia (poca). Per questo a gran voce viene ribadita da tutti la necessità d’alimentare meglio e di più la spiritualità all’interno della coppia tramite un maggiore ricorso alla Parola che da molti viene ritenuta ancora «poco conosciuta» perché inflazionata da letture troppo «catechistiche» o di «seconda mano». Non si può – lo dicono molte risposte – fare del catechismo una sorta di «parcheggio» non solo dei figli ma anche dell’approfondimento della fede: il campo richiede un’ulteriore dissodatura. Si rileva inoltre un fatto: spesso è proprio chi viene da una precedente unione che manifesta un’esigenza forte di riandare alle radici della propria spiritualità e questo richiama tutte le altre coppie a non trascurare o minimizzare questo obiettivo che deve rimanere prioritario per tutti. La Bibbia a cinquant’anni dal Vaticano II non è ancora compagna della vita quotidiana nelle famiglie.

Il Concilio è richiamato a gran voce in causa anche nel giudizio verso una Chiesa (gerarchica) percepita ancora molto «clericale» e – in molti casi anche se con notevoli eccezioni – poco preparata a condividere «le gioie e… le tristezze» delle famiglie d’oggi. Specie nei sacerdoti giovani le risposte arrivate rilevano una formazione astratta e poco abituata alla vita comunitaria; una formazione che tuttavia improvvisamente deve fare i conti con il lato meno nobile della vita di relazione venendo a contatto con il suo lato peggiore attraverso il confessionale (Ivrea); vi è un grande consenso rispetto al fatto di ripensare la formazione dei seminaristi in un maggiore intreccio con il quotidiano dei laici; in molti non vedono ostacoli alla proposta di togliere l’obbligatorietà del celibato – pur riconoscendone il valore e il significato – per il sacerdozio. La solitudine, pur essendo un dato esistenziale irriducibile, non è un bene se non è accompagnata da una sana vita «comunitaria» in senso specifico o in senso generale. I sacerdoti spesso sono «chiusi negli uffici» – dice una coppia di Modena.

Il clericalismo si fa giudizio molto severo nei confronti di parroci, vescovi – e qualcuno azzarda anche nei confronti della Chiesa italiana – per come è stata considerata, in alcuni casi ignorata, la consultazione sinodale: non avendo strumenti per verificare questo rilievo, mi limito a registrare una considerazione che, tuttavia, non pare del tutto infondata.

Omosessualità. Tutti i questionari segnalano la necessità di una «nuova» accoglienza delle persone omosessuali e, come dice una risposta giunta da Modena: «C’è ancora molto da capire sul tema; certo è che Gesù non discriminava nessuno». La domanda se la sessualità «agita» all’interno di queste coppie sia da «sanzionare» moralmente o meno è stralciata come irrilevante, a partire da una diffusa valorizzazione dell’aspetto unitivo della sessualità, che deve mitigare il giudizio anche sui rapporti pre-matrimoniali o nelle convivenze.

Tutti dichiarano la possibilità di un riconoscimento civile delle unioni omosessuali anche se il matrimonio come istituto (e sacramento) è proprio della coppia eterosessuale. Qualcuno ipotizza una formula di benedizione ad hoc. Uno dei gruppi di omosessuali credenti italiani, il Gruppo Gionata, ha poi steso le risposte a 4 domande (8, 20, 38 e 40) invitando i singoli ad assumerle come proprie e a spedirle sia a noi sia al Sinodo per fare «massa critica». Sulla domanda 40, in particolare, afferma che «l’invito ad accogliere le persone omosessuali si scontra però con i documenti emanati dal magistero» e vi è il paradosso per cui «alla rigidezza dei principi si oppone una grande flessibilità pastorale», in modo tale che «una vera pastorale per le persone omosessuale non esiste». Non si vuole creare «una pastorale speciale», quanto partire dalla costatazione che le persone omosessuali (che sono «anche tra i chierici») meritano «alcune attenzioni» specifiche.

Un altro gruppo di omosessuali credenti di Milano che ci ha inviato le proprie riflessioni, Il Guado, afferma che l’«omosessualità nelle nostre comunità è quasi sempre un tabù», che i genitori di ragazzi omosessuali «vengono lasciati soli e spesso vengono accusati (contro ogni evidenza scientifica) di essere causa dell’omosessualità dei figli. Vero è che – afferma il gruppo – le persone omosessuali incontrano «difficoltà maggiori (…) nel realizzare la volontà di Dio nella loro vita». La Chiesa dovrebbe «seguire con particolare attenzione le persone omosessuali, approfondendo le conoscenze a cui sono approdate le scienze umane e cercando, appoggiandosi a quelle conoscenze, gli strumenti più adatti per aiutare le persone omosessuali a vivere il Vangelo».1

S. Tommaso e la legge naturale
Sessualità e genitorialità responsabile. Nessuno inneggia a un esercizio della sessualità avulso dal matrimonio, anche se per molti, anche qui, occorre applicare il criterio della gradualità e del riconoscimento dei germi di bene presenti in realtà in divenire come possono essere rapporti di convivenza oggi molto diffusi per vari motivi anche di tipo economico-sociale.
Molti concordano sull’idea che per troppo tempo la sessualità sia stata svilita da una lettura (reale o percepita tale) prevalentemente moralistico-funzionale che di fatto l’ha circoscritta al suo mero esercizio genitale. Qualcuno cita le catechesi di Giovanni Paolo II sulla corporeità come esempio positivo di un insegnamento «liberante» tuttavia poco conosciuto.

Sullo specifico della paternità responsabile, ovvero del ricorso all’uso di contraccettivi anche all’interno delle coppie «cattoliche», tutte le risposte unanimemente ribadiscono il ruolo di discernimento che deve essere affidato alla coscienza degli sposi, fatta salva la distinzione – anche questa condivisa – tra dispositivi che impediscono il concepimento e dispositivi abortivi.

Vi è un’evoluzione delle riflessioni meno banale del previsto sulla dicotomia naturale/artificiale, tanto è vero che il gruppo dei Viandanti riprende la frase di papa Francesco sull’«ecologia del generare». Un’espressione che potrebbe comportare numerose conseguenze. Una sul tema della «responsabilità» rispetto al numero di figli da generare rispetto alle concrete possibilità famigliari, al ben-essere di tutti – ma anche, visto dal lato dei figli, del fatto di poter avere dei fratelli –; al ricorso con discernimento alle tecnologie per facilitare il concepimento in coppie che si formano avanti negli anni; al fatto che esistono tanti bambini orfani o abbandonati che chiedono di essere accolti.

Una menzione particolare merita la risposta su questo punto inviata da un missionario italiano in Africa che, riandando alle radici della propria formazione morale afferma: «Secondo s. Tommaso la “legge naturale umana”, quindi quella propria della “persona umana” non consiste nei ritmi biologici né negli istinti animali ovvero i “pensanti naturali” quanto piuttosto la legge della sua libertà responsabile e della propria coscienza solidale. In effetti s. Tommaso già nel XIII secolo scriveva che la legge “naturale per l’essere umano” è una “participatio legis aeternae” (partecipazione alla legge eterna) in base alla quale l’uomo è “particeps, sibi ipsi et aliis providens” (“parte attiva provvedendo a se stesso e agli altri”) nel disegno provvidente di Dio; S.Th. II-II, Q 91, A. 2.
Così la legge naturale “umana” non significa sottomettersi passivamente alle leggi biologiche o cosmiche ma “designa la legge della libertà inscritta da Dio nel cuore dell’uomo, per aiutarlo a discernere il buon cammino verso la sua piena umanizzazione (H. Thévenot, in La Croix, 13.1.1995, 8)».

In generale una Chiesa rigida sui principi ma in via di fatto tollerante è ritenuta incoerente. Un gruppo trentino riprende l’idea attribuita all’intellettuale Pietro Scoppola, che l’esistenza di un «“regime di doppia verità”, in cui “la norma intransigente” convive nella Chiesa con una “prassi tollerante”» è un’“educare all’ipocrisia”. Tale è il ricorso alla coppia di opposti dottrinale / pastorale che non avrebbe ragion d’essere se viene invocato a giustificazione di un tale doppio regime.

I doppi paletti – delineati già nel discorso conclusivo di papa Francesco al Sinodo straordinario sulle «tentazioni» – dell’intransigenza da un lato e del relativismo dall’altro possono diventare guide efficaci ancorché in divenire solo se si accetta d’immaginare il Vangelo della famiglia – scrive felicemente il gruppo da Acqui (Torino) non come «un fortino che resiste ma una buona novella che contagia».

*Il testo verrà pubblicato sul prossimo numero de Il Regno n. 4/2015 attualmente in corso di stampa.
1 Riporto un’annotazione interessante offerta dal gruppo: «Invece d’affrontare il tema dell’omosessualità con “studio attento, impegno concreto e riflessione onesta” (Homosexualitatis problema, n. 2), si dà spazio a gruppi di ciarlatani che, contro qualunque evidenza scientifica, elaborano le ipotesi più strampalate sull’origine dell’omosessualità, confondono l’orientamento sessuale (che ha a che fare con l’omosessualità) con l’identità di genere (che riguarda invece la transessualità e con l’omosessualità non ha niente a che fare), parlano di possibili terapie riparative dell’omosessualità (che quando non sono inutili sono addirittura dannose […]) e s’inventano “ideologie del gender” che nessun autore serio definirebbe tali.
Dietro a questo atteggiamento c’è una sostanziale sfiducia nell’azione della grazia di Dio che si ritiene incapace di ricavare dalla vita delle persone omosessuali dei percorsi concreti verso la santità. A pensarci bene si tratta di un peccato grave di cui si macchiano molte comunità ecclesiali e molti pastori che sono chiamati a guidarle. Un peccato che nasce da un sentimento di paura che condiziona l’atteggiamento di tutta la Chiesa quando si parla di omosessualità».

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