mercoledì 1 aprile 2015

Una nuova stagione di confronto?

di Gianenrico Ruscondi
di Gianenrico Rusconi

Riprendiamo da Vatican Insider (27.3.2015) la riflessione che il politologo Gianenrico Rusconi ha svolto a Torino nell’ambito di "Biennale Democrazia". In essa - con la moderazione di Gustavo Zagrebelsky - egli ha dialogato col cardinale Scola sui temi del pontificato di Francesco.


Il Sinodo dei vescovi sulla famiglia dello scorso ottobre ha lasciato dietro di sé incertezza sulla strada che intraprenderà la Chiesa in Italia su alcune questioni controverse: l’eucaristia ai divorziati risposati e il riconoscimento dello status di coppia anche a quelle formate da persone dello stesso sesso. Sembrano temi secondari, rispetto a ben più gravi problemi della società e della Chiesa, ma toccano punti nevralgici di carattere dottrinale.

Si possono avanzare due ipotesi.
La prima è che sui punti rimasti irrisolti aumenterà sensibilmente la discrezionalità dei vescovi, con relativa crescita delle differenze e delle tensioni istituzionali, territoriali e personali.
Ma non si può escludere (seconda ipotesi) che si stia mettendo in moto un processo di riflessione di difficile identificazione - cioè di natura dottrinale (addirittura teologica) o ermeneutica e semantica.

Ermeneutica è una (re)interpretazione argomentata del dato dottrinale tradizionale che risponde a nuove sensibilità, confrontandole apertamente con i principi della dottrina. In questa ottica diventa decisivo il linguaggio, quasi una nuova semantica che di fatto promuove modi di intendere il dato dottrinale in modo diverso dal passato.

Con il suo stile e modo di esprimersi pubblico, Papa Bergoglio sembra andare in questa direzione, senza porre esplicitamente in discussione la dottrina. In questo approccio è implicita una sorta di de-dogmatizzazione, che stimola una nuova espressività religiosa dalle conseguenze tutt’altro che lineari. Personalmente non mi è chiaro se questa è la soluzione, oppure l’elusione di una impasse dottrinale su alcuni punti importanti.

Papa Francesco è diventato uno dei protagonisti principali del circuito mediatico, tramite il quale entra in contatto diretto con il grande pubblico dei credenti e dei non credenti. Raccoglie un consenso che insospettisce una parte della gerarchia ecclesiastica che teme che si inneschi un processo incontrollabile dai confini labili, mettendo a repentaglio certezze dottrinali.

Ma papa Bergoglio non è uno sprovveduto. Nella sua strategia comunicativa ha cura di ribadire la certezza dei valori tradizionali. Non è casuale che recentemente si sia espresso in modo fermo sul tema dell’aborto, della eutanasia, della validità dell’«obiezione di coscienza» dei medici a questo proposito, inserendo significativamente queste dichiarazioni nel contesto dei concetti a lui cari di «compassione» e di «misericordia».
La scorsa settimana ha usato l’espressione «sbaglio della mente umana» per squalificare la cosiddetta «teoria del gender», su cui sembrano concentrarsi esageratamente le ansie (se non le ossessioni) di molti uomini di Chiesa.

Tornando alle questioni ricordate all’inizio (eucaristia ai divorziati risposati e omosessualità) è evidente che sono di qualità dottrinale assai diversa.

La prima è affrontabile all’interno della disciplina ecclesiale vigente sul matrimonio e sul senso del sacramento eucaristico, la seconda invece tocca il principio stesso di che cosa sia «naturale» per l’uomo e per la donna nella loro espressione sessuale e quindi nella loro proiezione nella dimensione religiosa. Ciò che le accomuna è la problematica della sessualità in tutti i suoi aspetti, che sta monopolizzando di fatto la teologia morale della Chiesa. Tocca le radici di quella centralità della «famiglia» attorno a cui la Chiesa sta giocando la sua partita più difficile.

Tra gli innumerevoli approcci a questo problema, scelgo qui quello teologicamente più diretto che collega il «matrimonio naturale» all’idea di creazione, senza mediazioni.

A questo proposito nel testo del Sinodo dell’ottobre 2014 c’è un passaggio che merita di essere ripreso criticamente. «L’ordine della creazione - leggiamo - evolve in quello della redenzione attraverso tappe successive; occorre comprendere la novità del sacramento nuziale cristiano in continuità con il matrimonio naturale delle origini». In poche righe è sintetizzata la dottrina tradizionale che lega strettamente il concetto di «natura/naturale» all’ordine della creazione, che «evolve» verso l’evento della redenzione.

In realtà quello che qui si presenta come un ferreo ragionamento storico, logico e teologico si basa su un equivoco nominalistico. Alla luce delle esaurienti conoscenze storiche e antropologiche sappiamo che non è mai esistito un «matrimonio naturale delle origini», ma una varietà di modi di organizzare i rapporti tra uomini e donne, specie in merito alla filiazione.

Ma il punto su cui vorrei attirare l’attenzione è un altro.

La narrazione biblica della creazione dell’universo e dell’uomo oggi assume spesso la forma di una meravigliosa storia edificante. Sul mercato editoriale ci sono bellissimi racconti biblici per ragazzi del tutto competitivi con quelli profani. Ma in questa narrazione si è sdrammatizzata l’esperienza vissuta dalla coppia dei progenitori: la proibizione divina di mangiare il frutto dell’albero, la disobbedienza di Adamo ed Eva seguita dalla terribile punizione, e quindi in prospettiva (cristiana) la redenzione tramite l’inaudito sacrificio del Figlio di Dio.

Che cosa è rimasto della densità traumatica di questa storia della disobbedienza?
Nel frattempo l’idea di creazione subisce una singolare metamorfosi. Si sovraccarica di significato psicologico e bio-etico strettamente riferito alla procreazione umana. Ricordo un intervento carico di forte emozione di papa Ratzinger che parlava di Dio creatore presentandolo plasticamente come un padre amorosamente chino sul grembo della donna sin dal primo atto del concepimento.

L’associazione diretta del concepimento hic et nunc all’idea di creazione ridà certamente a quest’ultima un pathos cui risponde la trasfigurazione religiosa della procreazione umana. Ma relega tutto il resto – la biologia e la psicologia del processo riproduttivo, della maternità in particolare – a una dimensione secondaria rispetto alle intenzioni divine.

Siamo davanti al paradosso di una rivalutazione della natura/naturalità umana, trasfigurata da una bioteologia che rimuove gli aspetti oscuri e persino angosciosi che per secoli hanno accompagnato l’idea della natura decaduta con il peccato (natura lapsa).

Peggio. Gran parte della dottrina morale cattolica continua ad essere tacitamente, inerzialmente costruita sull’assunto della caduta originaria e delle sue conseguenze catastrofiche per la «natura umana», senza che i teologi abbiano argomenti convincenti per legittimarla a fronte delle nuove domande, delle nuove sensibilità e alla complessa fenomenologia dell’espressione sessuale.
Nel testo del Sinodo si parla di unione matrimoniale originaria «danneggiata dal peccato» senza sbilanciarsi su che cosa esattamente significhi. In realtà la pedagogia e la pastorale odierna hanno difficoltà a identificare il senso della punizione divina. In compenso rimane il sistematico sospetto (o peggio) verso ogni espressione sessuale dichiarata «innaturale» (omosessuale innanzitutto) perché si discosta dai modelli cosiddetti «naturali» tradizionali.

È noto, per la verità, che nel mondo della Chiesa ci sono anche altre posizioni, minoritarie che coraggiosamente affrontano le impasse dottrinali ora individuate. Mi chiedo se la ermeneutica e semantica di papa Bergoglio riuscirà davvero ad aprire una nuova stagione di confronto.

In essa dovrebbe trovare anche uno dialogo vero (non mediatico-pubblicistico) con coloro che non intendono la laicità come semplice stile di vita personale, ma come schietto e serio confronto intellettuale.

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