giovedì 4 giugno 2015

Indissolubile, in che senso?

di Maria Elisabetta Gandolfi*


Anche la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale è entrata nel cuore del dibattito intersinodale, organizzando un (affollato) seminario pomeridiano l’11 maggio scorso dal titolo «Indissolubile: in che senso?».

Attorno allo schema classico di una relazione principale (G. Angelini, «La misericordia e lo scandalo nella “riconciliazione dei divorziati”», che pubblicheremo prossimamente sulle pagine de Il Regno e sul blog L’Indice del Sinodo) e di relazioni di discussione su aspetti specifici (M. Crimella, «Questioni esegetiche intorno a Mt 19»; M. Chiodi, «Un punto di vista della teologia morale»; S. Ubbiali, «Un punto di vista della sacramentaria»; introduzione e conclusioni di P. Sequeri), il dibattito attorno alla questione dell’indissolubilità e alla riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati ha cercato di andare alla radice teologica senza precipitare anzitempo nella ricerca di soluzioni pastorali.
Riprendendo una tesi esposta in un volume curato da T. Goffi (Per una pastorale dei divorziati risposati, Gribaudi, Torino 1974), Angelini ha sottolineato il limite – oggi evidente più che mai – di una concezione «fisica» dell’indissolubilità che «propizia la concezione oggettivistica della norma che ignora il concorso del consenso libero, e dunque della fede, alla sua conoscenza (o coscienza)».

Tale concezione «considera il matrimonio cristiano indissolubile perché il vincolo sussisterebbe per volontà di Dio a prescindere dalla qualità dell’agire e dei comportamenti degli sposi». A parere di Angelini è bene riferirsi a una concezione dell’indissolubilità – da lui chiamata «morale» – che ripensi da un lato la coscienza e il suo processo di formazione e dall’altro l’antropologia fondamentale «per comprendere i dati sistemici della crisi della coscienza morale nel nostro tempo».

Le ipotesi sinora messe in campo sia dal card. W. Kasper sia da B. Petrà – ha detto Angelini – sottintendono – pur proponendo una «correzione della severa disciplina fino a oggi prevista» – una concezione «ontica» delle nozze troppo influenzata dal modello giuridico.

Dopo il dibattito tra le relazioni e le numerose domande del pubblico, Sequeri ha raccolto in quattro punti i temi del pomeriggio e le sfide principali che (su questo tema) saranno sul tavolo del Sinodo di ottobre.

Sulla potenza del vincolo «morale». «Occorre restituire peso morale alla parola data, alla promessa, dargli un rilievo maggiore rispetto al diritto e alle contingenze della vita». Dare spazio al vincolo della coscienza e dei comportamenti non significa alleggerire l’indissolubilità matrimoniale ma renderla più resistente, facendo appello a qualche cosa di più forte della regola, delle «carte bollate». Argomentazione che, paradossalmente, è più facilmente comprensibile e udibile innanzitutto dai giovani. Prendere le distanze dalla norma assoluta – che altrimenti oggi è irricevibile – significa dargli un contenuto più forte e più certo, contenuto che le carte bollate non possono né creare né distruggere ma che deve scriversi nel cuore di ciascuno degli sposi lungo la storia che il sacramento assume.

Non è mai come se non fosse successo niente. In tutti i sacramenti il fallimento fa parte della storia né si può fingere che un tratto di vita non sia stato percorso. Questo – ha detto Sequeri – vale anche per il diritto: «Se si scopre un difetto che rende riconoscibile la nullità formale del matrimonio ed esso è durato 10-15 anni non siamo autorizzati a dire: “è come se non fosse successo niente”»; fa parte della storia. Una vita in comune «che eventualmente ha messo al mondo anche delle responsabilità (…) è certamente qualcosa di rilevante, non semplicemente uno scarto o un rifiuto». Ogni sacramento ha una sua storia e ci chiede di «prenderla sul serio» anche nei suoi fallimenti che sono da fronteggiare e non da ignorare; così come ci richiama a un principio che sta oltre.

Il ruolo della teologia. Essa deve essere più «amichevole nel linguaggio», invece che arroccarsi in formule belle, ma non comprensibili neppure dal diritto canonico. La teologia, infatti, è in grado di «esplicitare il fatto che nel matrimonio sacramentale avviene un nesso intrinseco fra l’affidarsi dei due sposi e l’affidarsi a Dio. Senza il primo affidarsi, il legame non avrebbe storia». Tuttavia la coppia può intuire che senza affidarsi a qualcosa fuori da sé questa scommessa è troppo fragile. Così «i due rapporti d’affidamento devono essere fatti lievitare insieme», non «dalla rigidità della norma» ma da un sostegno da parte della Chiesa intera.

Una Chiesa all’altezza. Per quanto riguarda l’aspetto teologico-pastorale – ha detto infine Sequeri riferendosi implicitamente al dibattito intersinodale – non «possiamo immaginarci un casuismo buono. Abbiamo denunciato il “casuismo cattivo”, cioè la pretesa di regolamentare e seguire caso per caso, atteggiamento che poi porta a non avere più una parola generale da dire perché inevitabilmente vite e storie diverse si agitano e non si riesce a prevedere tutto. Ma dobbiamo denunciare anche un casuismo buono». Quello che immagina di seguire passo passo ogni coppia, ogni giovane, ogni storia per «risolvere tutti i problemi, scongiurare tutti i guai» tramite un’organizzazione di «pastorali sistematiche», atteggiamento definito «impraticabile e ingenuo». «Se la Chiesa o la comunità cristiana è all’altezza del cristianesimo che le è chiesto oggi, essa, per il solo fatto d’esserlo, diventa punto di riferimento, luogo ospitale al quale ricorrere direttamente o indirettamente per chiedere che i propri affidamenti vengano sostenuti dall’Alto». Se non lo è, è difficile che lo diventi grazie ad alchimie pastorali.

* Il testo apparirà sul prossimo numero de Il Regno-attualità, 5/2015; sul numero 6/2015 Il Regno pubblicherà la relazione del prof. G. Angelini. L'audio del Seminario e le sintesi dei diversi relatori sono disponibili qui.

Nessun commento:

Posta un commento