martedì 2 giugno 2015

La “natura” e il matrimonio


di Andrea Grillo*



Su L’Osservatore Romano del 10 maggio 2015, a p. 5, in una recensione di L. Scaraffia a un libro-intervista pubblicato di recente, troviamo riportata questa interessante dichiarazione del filosofo Remi Brague:


“Per sempre non è una formula enfatica dovuta all’esaltazione di un momento, ma risponde alla struttura stessa dell’amore (…) in un certo senso il cristianesimo non aggiunge nulla all’umano, ma lo prende sul serio, nelle sue dimensioni più profonde. Anche nel campo dei rapporti matrimoniali, quindi, la tentazione è sempre una mancanza di ambizione: essa consiste nel credersi incapaci di ricevere da Dio l’aiuto (la grazia) che ci permetterebbe di realizzare la pienezza della nostra umanità”

Vorrei soffermarmi su queste affermazioni, mettendo in luce una serie di questioni importanti per questo nostro itinerario intersinodale.

“Per sempre”
Recuperare una lettura adeguata del “per sempre” è, in fondo, uno dei compiti fondamentali che il Sinodo si è ripromesso, sia nei confronti delle famiglie felici, sia in relazione alle famiglie ferite. Nel ragionamento di Brague troviamo anzitutto la traccia di una coscienza antica, che la Chiesa di oggi fa fatica a elaborare: ossia la corrispondenza tra il “per sempre” e la “struttura stessa dell’amore”.

Dire che il cristianesimo “non aggiunge nulla all’umano, ma lo prende sul serio” significa accettare che il tema del “rapporto indissolubile” non è specificamente cristiano, ma in senso lato è “umano” e “naturale”. E’ l’amore umano stesso a pretendere, di per sé, di non essere “a termine”. A ciò si aggiunge, tuttavia, la coscienza che l’amore umano, in quanto tale, pur aspirando alla grandezza e alla forza, sperimenta non di rado la piccolezza e la debolezza, il buio e la solitudine. In questo caso – a giudizio di Brague – è una tentazione il disperare dell’aiuto di Dio per dare pienezza “infinita” al nostro rapporto d’amore..

La categoria di “tentazione” – letta in termini di “mancanza di ambizione” – può avere una sua pertinenza. Ma, se ha il vantaggio di entrare profeticamene in una cultura della “facile dimissione”, entra in difficoltà nell’accompagnare le crisi reali, i silenzi assordanti, le anaffettività distruttrici, i rancori senza futuro. Le “patologie matrimoniali” sono forse soltanto il frutto di una “mancanza di ambizione”?

La fenomenologia del matrimonio ci dice che le famiglie sono felici non solo per ambizione, e che le famiglie diventano infelici non solo per mancanza di ambizione. Semplificare l’umano non è un modo per difenderlo e per promuoverlo. La logica della indissolubilità non è riconducibile, semplicemente, alla giusta ambizione di chi sa di ricevere, al momento opportuno, l’aiuto decisivo da Dio. Ci sono crisi che non possono essere lette con questo schema morale semplicistico e – in fondo – inevitabilmente e invariabilmente colpevolizzante.

In un altro passo della medesima intervista, R. Brague chiarisce una cosa interessante anche a proposito della “legge naturale”, che egli considera una utile espressione metaforica: “L’analogia tra le leggi morali e le leggi naturali ha in ogni caso il vantaggio di suggerire che la morale consiste anche nel rispettare le condizioni che permettono la vita”.

In questa formula, tuttavia, le “condizioni che permettono la vita” appaiono come un riferimento troppo vago e indeterminato, quasi come un “principio di eterodeterminazione” che, nella storia, subisce profonde variazioni, anche se mai viene smentito.

San Tommaso
Può essere utile, allora, confrontare questo ragionamento di Brague con l'esposizione che s. Tommaso offre della “indissolubilità” nella sua Summa contra Gentiles, III, 123. Il testo è di grande interesse perché “ragiona sulla indissolubilità” quasi soltanto sul piano della “convenienza naturale”. Vediamo in qual modo Tommaso risponde alla domanda: “Perché il matrimonio deve essere indissolubile?”

Ecco una sintesi del suo pensiero:

Considerato che uomo e donna debbono educare i figli non “per lungo tempo”, ma per tutta la vita, naturale è che il padre si occupi dei figli fino alla fine della vita e che rimanga con la madre fino alla fine, per ordine naturale. Se questa “società” si sciogliesse, ciò sarebbe contrario alla “equità”, poiché il maschio è più perfetto per ragione e più forte nella virtù. E se il maschio lasciasse la moglie quando non può più generare, questo sarebbe contrario alla equità naturale. Sarebbe contrario all’ordine naturale se la moglie potesse lasciare il marito, perché è naturalmente sottoposta all’uomo; né l’uomo potrebbe lasciare la moglie, perché non sarebbe una società giusta, ma una sorta di schiavitù. Inoltre, è contrario all’istinto umano che moglie e marito si separino per naturale sollecitudine alla certezza della prole. Per questo è necessaria una relazione tra uomo e donna non solo “lunga”, ma “indivisibile”. Ancora: L’amicizia, quanto più è grande, tanto più è forte e lunga. Uomo e donna non solo si uniscono “in actu carnalis copulae”, ma anche “ad totius domesticae conversationis consortium”.

Inoltre, tra gli atti naturali, solo la generazione è ordinata al bene comune: infatti il pasto e la emissione del superfluo riguardano l’individuo. Allora, la legge, essendo orientata al “bene comune”, soprattutto in ambito di generazione deve provvedere sia la legge umana sia la legge divina. La prima procede dall’istinto naturale, che già prevede che la unione tra uomo e donna sia “individua”, mentre la seconda, significando la unione di Cristo e della Chiesa, supplisce al difetto naturale. Poiché poi è necessario che tutto venga ordinato a ciò che per l’uomo è il meglio, l’unione di uomo e donna è non solo per la generazione, ma per i buoni costumi, per la famiglia e per la società civile. E’ stata esclusa la consuetudine di ripudiare le mogli, cosa che nella prima alleanza era concessa: fu permesso un “male minore” per escludere un “male maggiore”.

Il lungo discorso di Tommaso, che qui ho solo riassunto, mostra bene un paradosso. Il riconoscimento della “natura” come orizzonte di un “rapporto individuo” deve fare i conti con la cultura, come riconoscimento dei soggetti implicati nel rapporto. Le argomentazioni di Tommaso appaiono oggi molto fragili, quasi insostenibili, proprio nel momento in cui accettano una “logica” della convenienza naturale che risulta profondamente condizionate dalla forma sociale e dalla cultura ambiente. La questione è affermare la forza di “rapporto individuo” ad individui che hanno elaborato una cultura della libertà che non può essere più barattata con un paternalismo autoritario. In altri termini “individuo” non è più anzitutto il rapporto, ma il singolo. Solo affrontando questa sfida, il “mistero della comunione” potrà essere salvaguardato, senza trasformare la “natura” – come sfondo ragionevole a favore del bene comune – in un nobile pretesto per poter negare misericordia.

*questo articolo è apparso su Settimana n. 20/2015 nella rubrica "Si/si-No/no-Do: questioni intersinodali / 8".

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