martedì 16 giugno 2015

La risposta al Sinodo delle famiglie interconfessionali

di Rete internazionale delle famiglie interconfessionali*
Lo scorso 17 aprile, la Rete internazionale delle famiglie interconfessionali (Interchurch Families International Network – IFIN) ha inviato alla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi una risposta ufficiale in vista dell’assemblea ordinaria di ottobre per attirare l’attenzione dei vescovi sul contributo specifico che molti «matrimoni misti» impegnati offrono alla ricerca dell’unità tra le Chiese cristiane divise. Partendo dalla domanda 39 dei Lineamenta La normativa attuale permette di dare risposte valide alle sfide poste dai matrimoni misti e da quelli interconfessionali? Occorre tenere conto di altri elementi?»; Regno-doc. 15,2015,23), l’IFIN propone una riflessione – datata 6 aprile – sulla condizione specifica delle «famiglie miste interconfessionali» nella Chiesa e nei contesti culturali in cui vivono; sulle difficoltà e le gioie di una vita coniugale e familiare attraversata dai confini confessionali; su quali nuove sfide vedono per la loro vita coniugale e familiare e sulle concrete speranze riguardo a come il prossimo Sinodo e la Chiesa in generale dovrebbero affrontare le questioni relative alla loro situazione. Un ampio commento al testo si trova in Regno-att. 5,2015,305ss.
Stampa (24.4.2015) da sito web www.interchurchfamilies.org.uk. Nostra traduzione dall’inglese.
Introduzione
La Rete internazionale delle famiglie interconfessionali (IFIN) dà voce alle famiglie miste a livello globale, riunendo associazioni e gruppi di famiglie miste in diverse parti del mondo. Dopo il concilio Vaticano II e il suo atteggiamento più positivo verso i matrimoni misti, a partire dagli anni Sessanta gruppi e associazioni nazionali e regionali hanno cominciato a formarsi in molti paesi europei (Francia, Italia, Svizzera, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Germania e Austria) e poi anche negli USA, in Canada, Australia e Nuova Zelanda.
A un incontro internazionale, che si è tenuto a Roma nel 2003, i rappresentanti sono giunti da undici diversi paesi e tre continenti. In quell’occasione è stato adottato il documento «Famiglie miste e unità cristiana», che è ancora il testo più completo, in forma sintetica, sull’autocomprensione delle famiglie miste, sul contributo che esse sentono di poter portare all’unità dei cristiani e sul tipo di comprensione pastorale di cui hanno bisogno per esprimere il proprio potenziale (disponibile in inglese, francese, tedesco e italiano sul sito web www.interchurchfamilies.org).
L’IFIN è in contatto anche con coppie e famiglie interconfessionali nei paesi in cui non esistono ancora gruppi e associazioni, tra cui l’Africa.

Sintesi delle risposte
I. Famiglie miste e interconfessionali
Questo contributo al Sinodo suggerisce che l’Instrumentum laboris dedichi alle famiglie miste (cristiane) e interreligiose un capitolo speciale, con un chiaro titolo (cf. n. 1 del documento completo pubblicato di seguito).
Si nota che i matrimoni con «disparità di culto» vengono ora chiamati «matrimoni interreligiosi» e si suggerisce che una terminologia più specifica venga riservata ai «matrimoni misti» (tra cristiani battezzati), ad esempio in inglese «interchurch marriages», ed espressioni simili, che sono diventate di uso corrente nelle altre lingue. «Famiglie interconfessionali» sembra essere una descrizione appropriata parallela a «famiglie interreligiose» (cf. n. 2).
II. La vocazione e la missione delle famiglie interconfessionali nella Chiesa e nel mondo contemporaneo
Si descrive la particolare vocazione delle famiglie interconfessionali (cf. n. 3). Come le altre famiglie cristiane, esse sono chiamate a essere immagine dell’amore riconciliante di Dio in Cristo, sul modello dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Nell’alleanza matrimoniale esse formano una Chiesa domestica, ma nel loro caso tale Chiesa domestica fa riferimento a due separate comunioni ecclesiali. Così, le famiglie interconfessionali incarnano l’unità cristiana. Semplicemente con la loro esistenza, le famiglie interconfessionali possono offrire un segno visibile di unità e con il loro coinvolgimento nella vita di due Chiese possono essere di aiuto ad avvicinarle.
Si delinea la missione delle famiglie interconfessionali (cf. n. 4). La prima testimonianza dei coniugi è quella reciproca, all’interno della coppia. Con la crescita del loro amore e della loro mutua comprensione, vivono un’esperienza concreta della «gerarchia delle verità», dello «scambio dei doni» e dell’«ecumenismo recettivo». Condividono con i figli le particolari ricchezze di entrambe le loro comunioni ecclesiali, sottolineando l’unità nella diversità. Riuniscono le loro famiglie allargate e le loro comunità locali in occasione delle importanti celebrazioni di famiglia, come ad esempio un battesimo. Assumono responsabilità ecumeniche locali, stimolando la preghiera comune, lo studio comune e il servizio condiviso alla comunità. Mostrano, a livello di famiglia, le condizioni in cui la crescita dell’unità può diventare possibile. In questo modo esemplificano e anticipano alcuni atteggiamenti e azioni di cui anche le Chiese necessitano nel loro cammino di crescita nell’unità.
Le famiglie interconfessionali hanno bisogno di una saggia comprensione pastorale per poter adempiere alla loro vocazione e missione di essere un segno e un mezzo visibile di unità all’interno delle loro Chiese (cf. n. 5). In alcune situazioni le norme e gli atteggiamenti ecclesiali sembrano allontanare i coniugi, anziché rafforzare la loro unità. Ciò di cui hanno innanzitutto bisogno è una comprensione pastorale che si concentri sulla crescita del loro matrimonio nel rispetto dell’unità e dell’uguaglianza dei coniugi.
Il documento affronta poi alcuni temi pastorali. Primo, la necessità di una preparazione al matrimonio e di un accompagnamento adeguati alle coppie interconfessionali (cf. n. 6). Dovrebbe essere considerato il contributo che le stesse coppie interconfessionali possono dare alla preparazione del matrimonio e occorrerebbe dare un sostegno pastorale al lavoro dei gruppi di famiglie interconfessionali.
La «promessa» prematrimoniale richiesta ai coniugi cattolici può essere ancora causa di problemi pastorali e sembra negare la condivisione di responsabilità dei genitori per l’educazione religiosa dei propri figli (cf. n. 7). Le famiglie interconfessionali si chiedono se una «promessa» prematrimoniale, qualsiasi sia la sua forma, sia necessaria o se non possa essere sufficiente ricordare ai cattolici le loro responsabilità genitoriali, verificando la seria intenzione di condividere la propria fede con i figli, senza richiedere che ciò sia espresso in termini giuridici.
I genitori interconfessionali a volte devono affrontare scelte difficili per quello che riguarda l’educazione religiosa dei propri figli (cf. n. 8). Essi domandano rispetto per le decisioni genitoriali sul battesimo e l’educazione dei propri figli e sostegno per l’unità di tutta la famiglia nel loro sforzo di camminare insieme verso una crescente unità.
Alcune famiglie interconfessionali sperimentano un serio bisogno spirituale e un profondo desiderio di una regolare condivisione eucaristica (cf. n. 9). Le famiglie interconfessionali chiedono quindi un’esplicita dichiarazione per cui gli sposi interconfessionali che manifestano un vero bisogno e desiderio di condivisione eucaristica e che adempiono ai criteri di ammissione possano essere ammessi regolarmente a ricevere la comunione insieme al loro partner cattolico ogni volta in cui sono a messa insieme.
Le famiglie interconfessionali sono molto incoraggiate se le loro comunità ecclesiali non li vedono come un problema, ma come pionieri dell’unità dei cristiani. Hanno bisogno di comprensione e sostegno pastorale che li renda capaci di dare questa testimonianza al meglio della loro capacità (cf. n. 10). Nella misura in cui sono accolti come nuclei familiari all’interno delle due rispettive comunità, il dono della comunione ecclesiale che essi offrono su piccola scala alle loro Chiese sarà visto in modo più chiaro. Essi chiedono un accompagnamento pastorale che li accolga come nuclei familiari, pur riconoscendo che devono anche essere leali a un’altra comunità ecclesiale.

I. Famiglie miste e interconfessionali
1. Un’attenzione speciale alle famiglie miste (cristiane) e interreligiose
Una delle domande preliminari nella sezione finale dei Lineamenta per il Sinodo sulla famiglia 2015 chiede se la descrizione delle diverse situazioni familiari corrisponda a ciò che esiste oggi nella Chiesa e nella società e quale aspetto mancante andrebbe incluso.
Vorremmo segnalare lo spazio molto limitato riservato ai matrimoni misti (tra cristiani battezzati) e ai matrimoni interreligiosi, e anche il fatto che non viene dedicato loro un titolo specifico nel testo.
Nella parte I, «L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia» c’è un chiaro riconoscimento dell’esistenza di molti matrimoni misti e interreligiosi. Si parla delle «difficoltà che essi comportano riguardo alla configurazione giuridica, al battesimo e all’educazione dei figli e al reciproco rispetto dal punto di vista della diversità della fede». Si riconosce che in questi matrimoni «può esistere il pericolo del relativismo o dell’indifferenza». Tuttavia, si afferma, «vi può essere anche la possibilità di favorire lo spirito ecumenico e il dialogo interreligioso» (Relatio Synodi, n. 7; Regno-doc. 19,2014,623s).
Tuttavia, nel resto della Relatio sembra che non ci sia nulla riguardo la cura pastorale delle famiglie miste (cristiane) e interreligiose (c’è semplicemente un riferimento al fatto che le regole matrimoniali delle Chiese ortodosse creano seri problemi in alcuni contesti al n. 54; null’altro). Non si dovrebbe dare speciale considerazione alle particolari difficoltà e potenzialità di questi matrimoni? Non si dovrebbero aiutare queste famiglie a coltivare lo spirito dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, piuttosto che lasciarle cadere nel relativismo o nell’indifferenza per negligenza?
Nella parte III, «Prospettive pastorali», la Relatio afferma che i problemi relativi ai matrimoni misti sono stati frequentemente menzionati negli interventi dei padri sinodali nel 2014 (cf. n. 54). Ma questo fugace riferimento è quasi nascosto alla fine della sezione intitolata: «Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali)». Questo non sembra un titolo adatto sotto il quale affrontare le necessità specifiche delle famiglie miste (cristiane) e interreligiose.
Similmente, nella lista di domande proposte nella sezione finale dei Lineamenta, la domanda sui matrimoni misti e interreligiosi rientra sotto il titolo «Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali)». Si chiede: «La normativa attuale permette di dare risposte valide alle sfide poste dai matrimoni misti e da quelli interconfessionali? Occorre tenere conto di altri elementi?» (domanda 39; Regno-doc.5,2015,23). Di nuovo, questa domanda sembra non avere riferimenti con il titolo.
Chiediamo che una sezione specifica dell’Instrumentum laboris venga dedicata alle famiglie miste (cristiane) e interreligiose, con un suo chiaro titolo.
2. Somiglianze, differenze e terminologia
Nello stesso ambito, ci sono alcune questioni che riguardano sia i matrimoni misti (tra cristiani battezzati) sia i matrimoni interreligiosi. Una è quella della promessa prematrimoniale richiesta al coniuge cattolico di fare tutto il possibile per il battesimo e l’educazione cattolica di ogni figlio. Questo può generare difficoltà pastorali in entrambe le tipologie di coppie. Non sarebbe sufficiente assicurarsi che ai coniugi cattolici siano ricordate, prima del matrimonio, le loro responsabilità di condividere la propria fede con i figli? Allo stesso modo, sia le coppie miste (cristiane) sia quelle interreligiose hanno bisogno di un’attenzione particolare durante il periodo della preparazione al matrimonio; dovranno affrontare situazioni e decisioni particolari che non si verificano nei matrimoni tra due cattolici. Non si dovrebbe considerare questo aspetto nella sezione «Guidare i nubendi nel cammino di preparazione al matrimonio» e in quello successivo, «Accompagnare i primi anni della vita matrimoniale», oppure nella nuova sezione proposta?
Sebbene ci siano somiglianze tra matrimoni misti (tra cristiani battezzati) e interreligiosi, ci sono anche grandi differenze e le due realtà dovrebbero essere prese in esame separatamente. Se la Chiesa cattolica dà l’autorizzazione o la dispensa per entrambi, li riconosce entrambi come matrimoni validi e quindi da sostenere. Tuttavia, il matrimonio di un cattolico con un cristiano battezzato di un’altra Chiesa o comunità ecclesiale è pienamente riconosciuto come matrimonio sacramentale. I coniugi «hanno in comune i sacramenti del battesimo e del matrimonio» (Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo, n. 160; EV 13/2443). Ciò che si dice del matrimonio cristiano nella parte II della Relatio, «Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia», si applica a tutti i matrimoni misti tra cristiani battezzati. Tuttavia, il tipo di cura pastorale necessaria per i matrimoni cristiani misti, da una parte, e per i matrimoni interreligiosi, dall’altra, è differente. Viene infatti riconosciuto nella parte I (cf. n. 7) che i matrimoni misti possono promuovere l’unità dei cristiani, mentre i matrimoni interreligiosi possono contribuire al dialogo interreligioso.
La distinzione tra i due è da tempo canonicamente riconosciuta dalla terminologia matrimoni «misti» e matrimoni con «disparità di culto». Nei documenti preparatori per il Sinodo, l’espressione «disparità di culto» è stata sostituita da «matrimoni interreligiosi». Vorremmo suggerire che forse è giunto il tempo di rivedere la terminologia per i matrimoni misti (tra cristiani). Per molto tempo le coppie non hanno apprezzato la denominazione «matrimoni misti», che è espressione ambigua, applicabile a diversi tipi di unione, compresi i matrimoni interrazziali e interreligiosi. Quando queste coppie si sono riunite in gruppi o in associazioni di mutuo sostegno hanno usato un’altra terminologia per identificarsi. Nelle regioni di lingua inglese, si autodefiniscono «interchurch families»; nelle regioni di lingua tedesca «konfessionsverbindende Familien»; nelle regioni di lingua francese, «foyers mixtes interconfessionnels»; e in Italia «famiglie miste interconfessionali».
Chiediamo che si prenda in considerazione la revisione della terminologia «matrimoni misti» quando si fa riferimento ai matrimoni misti tra cristiani battezzati. «Famiglie miste interconfessionali» sembra essere un’adeguata descrizione parallela a «famiglie interreligiose».

II. La vocazione e la missione delle famiglie interconfessionali nella Chiesa e nel mondo contemporaneo
3. La vocazione delle famiglie interconfessionali
Ci sono molti tipi di famiglie miste (cristiane) in cui i coniugi «hanno in comune il sacramento del battesimo e del matrimonio» (Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo, n. 160; EV 13/2443). Qui ci riferiamo principalmente a quelle che intenzionalmente chiamerebbero sé stesse «famiglie miste interconfessionali». Marito e moglie conservano la loro originaria appartenenza ecclesiale, ma per quanto possibile s’impegnano a vivere, celebrare e partecipare anche nella Chiesa del coniuge. Come genitori, esercitano di fronte a Dio una responsabilità condivisa e uguale per l’educazione religiosa e spirituale dei figli, e insegnano a essi con la parola e l’esempio ad apprezzare entrambe le loro tradizioni cristiane. Non c’è un modello per le famiglie miste interconfessionali; ognuna è unica e compie in coscienza le proprie scelte riguardo al modo in cui vivere il suo carattere di doppia-ecclesialità. Ma se come coppia e famiglia lottano per costruire l’unità della loro «intima comunione di vita e amore», la loro «Chiesa domestica», essi intenzionalmente situano i loro sforzi all’interno del più ampio impegno ecumenico delle Chiese cui appartengono. Credono che questo sia ciò a cui Dio li chiama.
Non hanno scelto questo cammino da soli. Per molti non è stato facile giungere alla decisione a cui Dio li stava chiamando di sposare qualcuno appartenente a un’altra comunione ecclesiale. Spesso sono stati fortemente scoraggiati dalle autorità ecclesiali e dalle loro famiglie, e in alcuni luoghi dalle società in cui vivono. Tuttavia, spesso è la profonda fede cristiana dell’altra persona che li ha attirati. Come ha affermato una moglie cattolica canadese: «Dio mi ha dato tutto ciò che io volevo in un marito; mi ero solo dimenticata di dire che doveva essere cattolico». E una moglie protestante della Nuova Zelanda ha detto la stessa cosa: «L’unica cosa che non avevo chiesto era che non fosse un cattolico romano».
Quando la decisione di mettersi insieme per la vita è stata presa, i due sposi vogliono condividere tutto ciò che è di valore nelle loro vite, e in quanto coniugi cristiani ciò include in modo speciale le ricchezze delle rispettive comunioni ecclesiali. Quando s’incontrano, i due individui spesso hanno in comune la reciproca ignoranza e il pregiudizio dei membri delle loro Chiese. Ma poiché si amano, si rispettano e cercano di perdonarsi reciprocamente le debolezze, crescono nell’amore e nel rispetto per le reciproche Chiese. Proprio come la «tua famiglia» diventa la «mia famiglia», così la «tua Chiesa» diventa anche la «mia Chiesa», e i figli occupano in modo spontaneo il loro posto nelle «nostre Chiese». Imparando a vivere nelle tradizioni delle comunità l’uno dell’altro, comprendono che non tutte le differenze tra le Chiese sono divisive, che molte sono complementari e possono portare l’arricchimento della diversità. Essi vogliono condividere la loro gioia di questa scoperta con i loro fratelli cristiani. Così una vocazione al matrimonio diventa anche una vocazione a promuovere l’unità dei cristiani.
Le famiglie interconfessionali, come le altre famiglie cristiane, sono chiamate a rispecchiare l’amore riconciliante di Dio nel Cristo, sul modello dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Nell’alleanza matrimoniale formano una Chiesa domestica; ma nel loro caso, questa Chiesa domestica si rapporta a due comunioni ecclesiali, ancorché separate. Così le famiglie interconfessionali incarnano l’unità cristiana. Semplicemente con la loro esistenza, le famiglie interconfessionali possono offrire un segno visibile di unità, e con il loro coinvolgimento nella vita di due Chiese possono aiutarle ad avvicinarsi. Possono formare un tessuto connettivo, aiutando in piccolo a riunire le Chiese nell’unico corpo di Cristo. La loro Chiesa domestica può diventare un segno visibile e profetico dell’unità a cui tutti i cristiani sono chiamati; un segno imperfetto, a motivo dell’umana debolezza e fragilità, ma allo stesso tempo un segno reale che può essere riconosciuto nel loro amore reciproco e nel reciproco perdono, nel modo in cui condividono tutta la loro esistenza e nello sforzo di aiutarsi reciprocamente nel cammino verso la casa del Padre.
4. La missione delle famiglie interconfessionali
I coniugi cristiani sono chiamati ad accompagnarsi l’un l’altro alla perfezione nell’amore di Dio. La loro prima testimonianza è reciproca. Poiché si amano l’un l’altro vogliono comprendersi e si pongono continuamente domande. Così, molti coniugi hanno detto: «Sono un cattolico migliore perché ho sposato un cristiano di un’altra tradizione. Ho dovuto pensare alla mia fede in modo approfondito e articolato, cosa che altrimenti non avrei mai fatto». Una moglie anglicana faceva questa riflessione: «Non penso che molte coppie di fidanzati passino una serata a discutere che cosa significhi chiedere l’intercessione di un santo, che cosa sia l’incenso o che cosa significhi realmente la parola “sacerdote”. Ancora ci raccontiamo e ancora continuiamo a crescere nella conoscenza e nel rispetto per le nostre reciproche Chiese». I coniugi interconfessionali hanno esperienza concreta della «gerarchia delle verità», dal momento che scoprono le numerose risorse cristiane che hanno in comune. Essi capiscono anche, partendo dalla loro vita quotidiana insieme, «lo scambio di doni» che deriva dal condividere le ricchezze specifiche delle rispettive tradizioni. Essi hanno praticato «l’ecumenismo recettivo» ancor prima che gli si desse questo nome.
I coniugi interconfessionali sono a volte anche capaci di portare le loro famiglie d’origine in un’orbita ecumenica. I genitori possono essere a volte scioccati, in prima battuta, dalla scelta della propria figlia o figlio; ma possono poi essere conquistati dalle qualità umane e cristiane del loro genero o nuora, ed essere arricchiti dal coinvolgimento in un contesto ecumenico più ampio. Invece di litigare su quale famiglia controllerà l’educazione religiosa dei nipoti, entrambe possono arrivare a gioire insieme per la prospettiva più ampia in cui avviene l’iniziazione cristiana dei bambini.
La responsabilità primaria per la crescita e la formazione cristiana dei figli rimane dei genitori. I genitori interconfessionali, come tutti i genitori cristiani, sono insieme i primi insegnanti dei loro figli. Fin dai primi anni essi testimoniano ai figli, con le loro azioni e le loro parole, l’amore di Dio che si dona e che riconcilia. È naturale che entrambi i genitori desiderino condividere con i propri figli i tesori della comunione ecclesiale a cui essi appartengono. Ma devono comprendere come farlo insieme, sottolineando l’unità nella diversità, anziché trattare le differenze come una minaccia che li divide. Molti figli di coppie miste crescono sentendosi a casa nelle tradizioni di entrambi i genitori e si sentono privilegiati, anziché confusi, per essere cresciuti in questo modo. «Sono fortunato, non strano», ha detto un bambino dell’Irlanda del Nord.
I coniugi interconfessionali possono anche aiutare a creare legami tra le comunità ecclesiali a cui appartengono. Partecipando alla vita e alla preghiera della Chiesa del proprio coniuge, possono giungere ad apprezzare la testimonianza precipua di quella comunità e sentirsi accolti. A volte accettano un particolare incarico di responsabilità nella comunità del loro coniuge, come l’insegnamento ai bambini, il lavoro con i giovani, il canto o la partecipazione al gruppo musicale, la partecipazione al gruppo di accoglienza. Possono diventare «uno di noi», anziché rimanere «uno di loro». Con la crescita della comprensione reciproca, i pregiudizi si possono sciogliere. Quando ci sono importanti celebrazioni di famiglia, entrambi i ministri e le comunità a volte sono invitati a partecipare. In occasione di un battesimo, ad esempio, una celebrazione comune può mostrare e rendere reale, a un livello che nessun dialogo potrà raggiungere, il fatto che è l’unico battesimo che viene celebrato nelle diverse comunioni.
La Chiesa cattolica ha riconosciuto la missione che alle famiglie interconfessionali può essere chiesto di assumere nelle proprie comunità ecclesiali. Nel suo volume L’ecumenismo spirituale (Città Nuova, Roma 2006), Kasper scrive che tali famiglie possono «essere chiamate a svolgere una parte attiva nell’organizzare e guidare gruppi ecumenici che si riuniscono per pregare e studiare le Scritture o per assistere altre famiglie di matrimoni misti. (...) Essere incaricate di una particolare responsabilità nella preparazione di celebrazioni ecumeniche durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e nel corso dell’anno. Essere invitate a studiare e a far conoscere l’insegnamento della Chiesa circa la promozione dell’unità dei cristiani e gli sviluppi che conseguono dal dialogo ecumenico» (p. 68).
Le famiglie interconfessionali, in quanto Chiese domestiche, possono anche mostrare alle loro comunità ecclesiali le condizioni attraverso cui la crescita nell’unità diventa possibile. Nel matrimonio il loro amore non è soddisfatto da un’esistenza parallela e separata, ma anela a, e quindi promuove la crescita in un’unità sempre più profonda. La loro alleanza matrimoniale dà espressione formale a questo amore e offre un sostegno e un quadro che ne incoraggia la crescita e l’approfondimento. Vivere insieme, sotto lo stesso tetto, rende capaci di condividere la vita e le attività quotidiane e di conoscersi a un livello profondo. I coniugi condividono le loro risorse e prendono decisioni insieme su come si debbano usare per il bene di tutta la famiglia e del loro prossimo. Si chiedono scusa e chiedono perdono quando le cose non funzionano. I genitori condividono la responsabilità per l’educazione dei figli e celebrano le tappe della loro crescita cristiana (battesimo, prima comunione, confermazione o professione di fede) nella più grande unità possibile. Sono ospitali verso gli altri e attenti ai bisogni di ciascuno, così che nessuno sia costretto ad agire contro la propria coscienza. Se le Chiese potessero assumere alcuni di questi atteggiamenti e pratiche, così essenziali per la crescita delle famiglie interconfessionali, il cammino insieme verso l’unità dei cristiani diverrebbe più semplice.

5. Comprensione pastorale per le famiglie interconfessionali
I problemi particolari che le famiglie interconfessionali affrontano nascono dal fatto che le due Chiese rappresentate nella loro unica Chiesa domestica sono divise. Fortunatamente, dal Vaticano II, la Chiesa cattolica si è impegnata nella promozione dell’unità dei cristiani e questo ha reso possibile guardare alle coppie miste in una luce molto più positiva di quanto non avvenisse prima. Invece di essere semplicemente liquidate come un problema, sono state sempre più viste come un potenziale contributo all’unità dei cristiani. Questo era già stato riconosciuto (sebbene nascosto in una formulazione negativa) nella lettera apostolica di papa Paolo VI Matrimonia mixta, nel 1970: «I matrimoni (...) misti non giovano ordinariamente, tranne alcuni casi, alla ricomposizione dell’unità tra tutti i cristiani» (EV 3/2416). Si è giunti ad apprezzarli come ecumenismo vivente di tipo interiore: «Si vivono nel proprio matrimonio le speranze e le difficoltà del cammino verso l’unità cristiana», ha detto Giovanni Paolo II nel 1982. Nel 2006, Benedetto XVI ha affermato che la decisione di fondare una famiglia mista cristiana «può portare alla formazione di un laboratorio pratico di unità». Così, la Relatio del Sinodo sulla famiglia del 2014, nel suo breve riferimento ai matrimoni misti cristiani, dice che hanno «la possibilità di favorire lo spirito ecumenico» (Relatio Synodi, n. 7; Regno-doc. 19,2014,624).
Questo però non avviene automaticamente, e nonostante queste parole positive ci sono ancora ambiti in cui le norme ecclesiali sembrano dividere i coniugi di un matrimonio interconfessionale, anziché rafforzare la loro unità. Le famiglie interconfessionali non possono rispondere alla loro vocazione e missione di essere segno e strumento di unità visibile nelle loro Chiese se non sono accolte, comprese e sostenute dalle loro famiglie allargate, dalle comunità locali e dai loro pastori. Il ruolo del clero è fondamentale e molti non sono stati preparati per questo. Sarebbe utile se una formazione ulteriore alla cura pastorale delle famiglie interconfessionali fosse inclusa in tutti i seminari e soprattutto se una parte dei contributi a tale formazione arrivasse dalle stesse coppie interconfessionali. Dove è stato fatto si è rivelato molto positivo.
Ciò di cui le famiglie interconfessionali hanno soprattutto bisogno è una comprensione pastorale che si concentri sulla costruzione del matrimonio nel rispetto dell’unità e dell’uguaglianza tra i coniugi. In alcune parti del mondo, ad esempio in Africa, questo potrebbe significare opporsi alla pressione sociale che obbliga una donna ad aderire alla Chiesa del marito, e non solo quando è la moglie a essere cattolica. In altre parti del mondo, potrebbe significare estendere con maggiore apertura le clausole per la condivisione eucaristica nel caso di alcune coppie interconfessionali.
Nel suo discorso finale al Sinodo del 2014, papa Francesco ha parlato dell’anno che ci stava di fronte come di un anno in cui «trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare; a dare risposte ai tanti scoraggiamenti che circondano e soffocano le famiglie» (Regno-doc. 19,2014,610). Come piccolo contributo a questo lavoro la rete IFIN intende fare riferimento ad alcuni temi pastorali concreti che riguardano la vita delle famiglie interconfessionali e miste.
6. Una preparazione al matrimonio adatta ai fidanzati interconfessionali e misti
In passato, le coppie interconfessionali erano trattate come un problema quando si presentavano per il matrimonio, salvo che non fossero pronte ad accettare senza obiezione tutte le condizioni poste dalla Chiesa cattolica: il cattolico doveva lavorare per la «conversione» del suo o della sua partner, ed entrambi dovevano promettere che tutti i figli del matrimonio sarebbero stati allevati come cattolici. Anche così il matrimonio sarebbe stato di seconda categoria, da svolgersi in sacrestia, senza musica o fiori.
Quei tempi sono passati, ma alcuni sacerdoti cattolici preferiscono ancora avere a che fare con cristiani non praticanti, che non creano difficoltà, piuttosto che con un anglicano o un luterano devoti. È un problema per molti sacerdoti o pastori incontrare potenziali coniugi le cui attese, soprattutto su temi come l’educazione religiosa dei figli e l’ammissione alla comunione, sembrano in conflitto con le regole canoniche e le norme pastorali esistenti. Se reagiscono presentando la posizione della Chiesa in modo autoritario o distante la coppia si sentirà non accolta e potrebbe allontanarsi dalla Chiesa. Ascoltare e cercare di capire è cruciale. Solo in un secondo momento la posizione della Chiesa potrà essere spiegata in modo da aiutare la coppia a comprendere che sposarsi oltre i confini delle denominazioni può non essere così semplice come immaginato.
Non è facile, e a volte è impossibile a causa della distanza, che i pastori delle due comunità s’incontrino insieme con la coppia prima del matrimonio per un accompagnamento pastorale congiunto. Dove possibile, questa è la condizione ideale e rassicura la coppia per il fatto che entrambe le Chiese sono coinvolte nel loro matrimonio e si preoccupano per il bene della loro famiglia futura. Sarà proficuo non solo per la coppia e per le loro famiglie di origine, ma anche per le relazioni ecumeniche dei due pastori.
Molta della preparazione al matrimonio oggi è fatta da coppie di laici sposati, che a volte lavorano secondo un programma preparato a livello nazionale o diocesano. È importante che i bisogni delle coppie interconfessionali e miste siano affrontati in maniera specifica. È ancora meglio, naturalmente, se ciò avviene nel contesto di Chiese locali che lavorano insieme nella preparazione congiunta al matrimonio. Uno dei modi più efficaci per preparare un matrimonio inter-ecclesiale è risultato essere l’opportunità di parlare con coppie sposate che sono più avanti nel cammino. Se possibile, i futuri coniugi dovrebbero essere messi in contatto con simili gruppi di coppie.
Anche le stesse coppie interconfessionali sono sempre più coinvolte nei cammini di preparazione matrimoniale, sia in contesto ecumenico sia in una denominazione. Dal momento che in alcune parti del mondo tante coppie che si presentano per il matrimonio sono miste, la presenza di una famiglia interconfessionale nel gruppo di preparazione al matrimonio si è spesso rivelata di grande valore. Può dare alle coppie miste di ogni genere l’idea di non essere considerate dei matrimoni di seconda categoria e può aprire la discussione su come affrontare le grandi differenze nel matrimonio e nella vita familiare. Può essere testimonianza dell’importanza di non permettere che la religione e la spiritualità diventino territorio proibito nella coppia e nella famiglia, impoverendo le relazioni che invece potrebbero essere immensamente arricchite da una condivisione profonda.
Come altre coppie sposate, le coppie interconfessionali hanno anche la necessità di essere sostenute e incoraggiate negli anni successivi alle nozze. I gruppi di famiglie interconfessionali sono un’àncora di salvezza per alcune coppie e i gruppi sono riconoscenti per il sostegno che ricevono sia dai sacerdoti cattolici sia dai pastori di altre Chiese. In tali gruppi si può offrire mutuo sostegno, si possono condividere esperienze, si può sviluppare una spiritualità per le famiglie interconfessionali, si possono discutere le sfide che i genitori interconfessionali devono affrontare, accogliere i frutti del dialogo ecumenico ed esaminare insieme la vocazione e la missione delle famiglie interconfessionali. I figli di famiglie interconfessionali possono allo stesso modo scambiare le loro esperienze e sviluppare cammini di fede con i loro coetanei; e, crescendo, possono riflettere con gli adulti circa la loro situazione; a loro volta possono assumere il ruolo d’insegnanti con grande beneficio per i loro genitori. I figli hanno molto da insegnare ai loro genitori, alle loro famiglie allargate e alle loro Chiese. I giovani sostengono che non sono loro a essere confusi: «Siete voi, di generazioni precedenti, che siete stati confusi nell’accettare e perpetrare le divisioni delle Chiese. Cristo ha voluto una Chiesa unica».
Le famiglie interconfessionali chiedono che sia data attenzione pastorale al modo in cui le coppie interconfessionali vengono preparate al matrimonio e che il contributo che le coppie interconfessionali possono dare alla preparazione al matrimonio sia valorizzato. Esse chiedono che una simile cura sia prolungata al periodo successivo alla celebrazione delle nozze, e che ai gruppi di famiglie interconfessionali sia dato incoraggiamento e sostegno.
7. La «promessa» richiesta dalla Chiesa cattolica prima del matrimonio
L’educazione religiosa e spirituale dei figli non è facile per i genitori oggi, e i genitori interconfessionali devono confrontarsi con sfide che genitori appartenenti alla stessa denominazione ecclesiale non hanno. È vero che prima di sposarsi si dovrebbe pensare attentamente a queste cose e cercare di vederle come opportunità anziché come problemi. L’esperienza suggerisce però che non è saggio fare pressioni prima del matrimonio affinché si prendano decisioni definitive sul battesimo e l’educazione di possibili figli. I coniugi non possono sapere come si sentiranno quando effettivamente arriverà un figlio.
Una promessa assoluta, da parte di entrambi i genitori, di battezzare e allevare i figli come cattolici non è più richiesta dalla Chiesa cattolica dal 1970. Tuttavia, l’obbligo alla parte cattolica di «promettere sinceramente di fare quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica» (CIC 1983, can. 1125 §1) è in alcuni contesti ancora interpretato come equivalente alla precedente promessa dei due coniugi. In ogni caso, esso sembra creare una distanza nella coppia e prefigurare una sfida in cui la parte cattolica deve fare tutto ciò che è possibile per «vincere». Naturalmente, le coppie interconfessionali sono grate per il fatto che sia ora riconosciuto che il coniuge membro di un’altra Chiesa possa sentire allo stesso modo un obbligo di coscienza a educare i figli nella sua Chiesa. Viene anche messo in luce che l’unità del matrimonio è di primaria importanza e che se questa è minacciata il coniuge cattolico non sarà sanzionato se i figli sono educati nell’altra Chiesa (cf.Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo, nn. 142, 148, 150-151).
Le coppie tuttavia possono vivere la «promessa» come l’imposizione di una pretesa unilaterale su una relazione che loro si sforzano di rendere pienamente reciproca e molte coppie interconfessionali lo sentono ingiusto e divisivo. A volte, la cosa è presentata in modo tale da negare in apparenza la responsabilità comune dei genitori rispetto all’educazione religiosa dei propri figli. Così, in alcuni cattolici che si sposano, vi è l’impressione che sia negata la relazione di uguaglianza richiesta sia nelle relazioni ecumeniche (par cum pari) sia nel matrimonio. Sfortunatamente, l’intenzione che sta dietro la promessa non viene sempre spiegata in modo tale che essi possano comprenderla. Un rifiuto di fare la promessa può portare i cattolici a sentirsi non accolti dalla propria Chiesa e provocare grandi tensioni nella famiglia e nelle relazioni ecclesiali.
Può essere una contro testimonianza rispetto a tutti quelli che sono preoccupati del benessere della coppia, molti dei quali potrebbero non essere cristiani praticanti. Una fidanzata si è resa conto di tale scandalo parlando con un’amica delle difficoltà prematrimoniali che stava incontrando. «Sono contenta di non essere cristiana se ti causa tutti questi problemi quando ti vuoi sposare», le disse l’amica.
In molti paesi le conferenze episcopali hanno provveduto a modificare negli anni la formula della promessa. In Inghilterra e Galles, l’espressione «come richiede la legge di Dio» è stata sostituita da «all’interno dell’unità della nostra relazione sponsale». La formula austriaca della promessa include la parola «coscienza». In Irlanda tutti i cattolici che si sposano devono comunque fare una promessa sull’educazione religiosa dei propri figli, che sposino cristiani di altre Chiese o meno. In Francia le coppie miste possono esprimere con parole proprie le intenzioni sul battesimo e sulla futura educazione dei figli.
Le famiglie interconfessionali si chiedono se una «promessa» prematrimoniale, qualsiasi sia la formula in cui si esprime, sia necessaria; non potrebbe essere sufficiente ricordare ai cattolici le loro responsabilità in quanto genitori, e accertarsi che essi desiderino seriamente condividere la propria fede con i figli, senza richiedere che ciò sia espresso in termini legali?
8. Il battesimo e l’educazione dei figli
I genitori interconfessionali chiedono che le decisioni a volte difficili che devono affrontare riguardo l’educazione dei figli siano rispettate e sostenute dai loro pastori, anche se non sempre possono essere pienamente condivise. Ciò che desiderano, molti di loro, così come molti dei loro figli quando crescono, è che le tappe dell’iniziazione cristiana siano celebrate il più possibile come eventi ecumenici in cui entrambe le Chiese svolgano almeno una parte riconoscibile.
Se entrambi i pastori prendono parte alla celebrazione del matrimonio, sembra naturale che celebrino poi insieme la nascita e il battesimo del figlio. Di solito solo un ministro amministra il battesimo, ma l’altro può partecipare a diverse parti del rito, e la coppia sente così che entrambe le Chiese li sostengono nel loro essere genitori. A volte il battesimo è segnato nei registri delle due Chiese di appartenenza dei genitori, cosa che dà loro serenità. In alcuni paesi, viene prodotto un comune certificato di battesimo, con l’elenco delle Chiese che si sono accordate di accettarlo come testimonianza del battesimo cristiano.
Difficile sopravvalutare la gioia che una celebrazione comune del battesimo può portare ad alcune coppie, alle loro famiglie allargate, agli amici e ai loro pastori e comunità. Un sacerdote dell’Irlanda del Nord, dopo aver partecipato a due celebrazioni condivise del battesimo in famiglie interconfessionali, rifletteva: «Sono venuto via da queste esperienze profondamente convinto dell’impareggiabile valore del tempo speso nella preparazione comune da parte dei due sacerdoti, nello spirito di una relazione collaborativa».
Quanto alla confermazione, è possibile per il ministero e la comunità di una Chiesa prendere parte in modo significativo nella confermazione in un’altra Chiesa. Ciò è molto importante per alcuni figli di famiglie interconfessionali, che hanno sperimentato il nutrimento cristiano in due comunità ecclesiali. Alcuni hanno organizzato una «professione di fede» in cui poter dare testimonianza dell’impegno per Cristo nel contesto delle due comunità di cui hanno condiviso il cammino di fede. La vita delle famiglie interconfessionali è immensamente rafforzata quando sanno di avere il sostegno di entrambi i pastori e le comunità.
Quando muore un membro della famiglia, sia esso un coniuge, un genitore o un figlio, la famiglia ha allo stesso modo bisogno di un simile sostegno. Alcuni funerali in famiglie interconfessionali sono stati una testimonianza particolarmente significativa e gioiosa di unità cristiana e di fede condivisa nella resurrezione, oltre che di grande conforto ai membri delle famiglie che piangevano la perdita e celebravano la vita di un compianto coniuge, genitore, figlio o parente.
Le famiglie interconfessionali chiedono rispetto nei confronti delle decisioni dei genitori riguardo al battesimo e all’educazione dei figli, e sostegno per la loro famiglia mentre camminano insieme verso una crescente unità.
9. Il bisogno di una regolare condivisione eucaristica
Per alcuni genitori interconfessionali il momento culminante del desiderio di ricevere l’eucaristia insieme è stato quando il loro figlio ha ricevuto la prima comunione. Possono aver già desiderato fortemente condividere la comunione come coppia sposata; ma un figlio si domanda perché il suo genitore battezzato è escluso in un’altra comunità; egli esita a ricevere la comunione se entrambi i genitori non possono riceverla con lei o con lui; il dolore aumenta e il dilemma sembra non avere risposte.
I genitori comprendono di non poter testimoniare ai figli ciò che di fatto vivono nell’unità della loro Chiesa domestica. Lo scandalo delle nostre Chiese divise si fa troppo evidente per i figli e può diventare una pietra d’inciampo. Essi cercano di spiegare la situazione meglio che possono. «Non penso sia una buona regola», dice il figlio di una madre anglicana, «perché divide le famiglie». Una coppia italiana è stata molto commossa dalla storia di un bambino francese così tediato dal fatto che la madre protestante non ricevesse la comunione con lui alla sua prima comunione da conservare una parte dell’ostia che aveva ricevuto per portarla alla madre perché la condividesse. Per vent’anni, quando la coppia italiana era a messa insieme, ha fatto «secondo l’insegnamento di quel bambino sconosciuto». Storie di bambini che hanno spontaneamente diviso la loro ostia per condividerla con la madre arrivano da molti paesi e continenti.
Le famiglie interconfessionali sono grate che la condivisione eucaristica in via straordinaria sia ora riconosciuta come appropriata nel caso di alcune coppie e famiglie che «hanno in comune il sacramento del battesimo e del matrimonio». Il coniuge battezzato può essere ammesso alla comunione quando c’è un reale bisogno e desiderio, una libera richiesta, una fede cattolica nell’eucaristia. Ma c’è un diffuso disagio riguardo l’attuale situazione, perché è grande la diversità di pratiche da un paese all’altro, da una diocesi all’altra, da una parrocchia all’altra. Ad alcuni coniugi interconfessionali che esprimono il loro bisogno spirituale e il desiderio di condivisione eucaristica viene ancora detto che non è possibile. Altri, con loro grande gioia, sono ammessi alla comunione con regolarità. Ad altri ancora viene detto che possono essere ammessi solo in rare circostanze, ma che alcune circostanze non sono abbastanza «straordinarie». Questo può essere una reale causa di scandalo in alcune comunità.
Permessi ufficiali e non ufficiali sono concessi a tutti i livelli e vengono prese decisioni su cui non si può discutere. Questa è una cattiva testimonianza. Le famiglie interconfessionali spesso fanno fatica a parlare apertamente delle loro esperienze, per paura di compromettere altri. Sentono che devono proteggere i sacerdoti, la cui preoccupazione pastorale li porta a volte ad andare oltre le regole, almeno per come sono interpretate dove vivono. Le famiglie interconfessionali vorrebbero più libertà di testimoniare la gioia della condivisione eucaristica, concessa a motivo del loro reale bisogno e desiderio nella loro situazione privilegiata di impegno l’uno verso l’altra nella loro Chiesa domestica.
Essi sentono che la loro testimonianza ecumenica è ostacolata nella condizione attuale; o perché portano il peso schiacciante del non poter condividere la comunione se non in rare occasioni, o perché non possono condividere apertamente la gioia di ricevere insieme la comunione. Alcuni sentono che devono fare una scelta tra il mantenere un basso profilo nella comunità locale e ricevere la comunione insieme in modo discreto, per il bene dell’unità della famiglia, da un lato; e l’essere a pieno titolo parte della scena ecumenica locale, dove potrebbero avere molto da offrire, dall’altro. Tutti i cristiani sono chiamati a soffrire per le divisioni che sono contrarie alla volontà del Cristo; ma se una crescente comprensione tra le Chiese può evitare sofferenze inutili e permettere una testimonianza più forte da parte delle famiglie interconfessionali, non è una cosa da celebrare con gioia? La testimonianza di famiglie autenticamente interconfessionali è un dono vivente offerto alle Chiese da coloro che hanno sperimentato la comunione sacramentale nel battesimo e nel matrimonio (e nell’eucaristia, dove possibile), attraverso cui Cristo costruisce la loro Chiesa domestica. La loro testimonianza per l’ecumenismo spirituale e recettivo è vitale. Grande è la perdita quando sentono di dover tacere riguardo la loro situazione.
Non tutti i coniugi in matrimoni misti desiderano condividere la comunione. Essi possono avere credo eucaristici anche molto diversi o pensare la comunione come relazione individuale con Dio. Per coloro che lo desiderano, invece, la condivisione della comunione può trasformare la vita e la testimonianza. Infatti, il bisogno urgente di una regolare condivisione eucaristica può essere sentito di più da quei «casi straordinari» che nel loro matrimonio misto «sono di aiuto al ristabilimento dell’unità tra i cristiani» (Matrimonia mixta). Il matrimonio cristiano non è una successione di occasioni speciali, ma un impegno continuo e quotidiano a diventare sempre più pienamente una comunità intima di vita e di amore, una Chiesa domestica. La condivisione eucaristica straordinaria è necessaria durante tutto il matrimonio interconfessionale, per sostenere questa comunione in Cristo, per esprimerla e approfondirla. Come una coppia interconfessionale ha espresso: «L’eucaristia è ciò che ci lega e ci rafforza come coppia e famiglia, e ci dà una forza nascosta per portare l’amore di Cristo nel nostro mondo bello, ma malato». Riconoscere il bisogno di una condivisione eucaristica regolare in quelle famiglie interconfessionali che la desiderano profondamente sarebbe un chiaro segno dell’importanza che la Chiesa cattolica attribuisce all’alleanza matrimoniale e al sostegno del matrimonio e della vita familiare.
Le famiglie interconfessionali chiedono venga esplicitamente dichiarato che ai coniugi interconfessionali che esprimono un reale bisogno e desiderio della condivisione eucaristica, e che corrispondono ai criteri di ammissione, sia permesso di ricevere regolarmente la comunione insieme al coniuge cattolico, ogni volta in cui sono a messa insieme.
10. La cura pastorale delle famiglie interconfessionali nel rispetto della lealtà alle appartenenze
Se le famiglie interconfessionali sono accolte nelle reciproche Chiese con calore e comprensione, allora il loro carattere e impegno inter-ecclesiale può diventare un dono e un segno visibile di speranza per le Chiese nel cammino verso l’unità. Nel 2006 papa Benedetto XVI ha sottolineato le responsabilità delle rispettive comunità ecclesiali, affinché le famiglie interconfessionali divengano autentici «laboratori di unità». Queste comunità hanno bisogno di «vicendevole benevolenza, comprensione e maturità nella fede», disse allora, «nel pieno rispetto dei diritti e responsabilità dei coniugi per la formazione nella fede della propria famiglia e per l’educazione dei figli» (Discorso a un incontro ecumenico presso la Chiesa luterana della Trinità a Varsavia, 25.5.2006; ndt).
Le famiglie interconfessionali sono molto incoraggiate se le loro comunità ecclesiali non le guardano come problemi, ma come pionieri dell’unità cristiana. Esse portano doni e sfide alle loro Chiese; entrambe devono essere accolte. Le famiglie interconfessionali sono chiamate a testimoniare con la vita, le azioni e le parole, l’unità profonda e in crescita di tutto il popolo cristiano e a condividere una vita comune nella Chiesa per la riconciliazione delle nostre Chiese. Esse hanno bisogno di comprensione pastorale e di sostegno, che le renda capaci di offrire questa testimonianza al meglio delle loro possibilità. Quando ricevono questa comprensione, sono incoraggiate nella fedeltà alla loro vocazione e nella loro testimonianza all’unità dei cristiani. Sono altresì incoraggiate nella loro missione verso quelle coppie «miste» che si sentono respinte dalla Chiesa cattolica.
Secondo papa Giovanni Paolo II «la famiglia cristiana è chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana» (Familiaris consortio, n. 21; EV 7/1590). Se le famiglie interconfessionali sono accolte come nuclei familiari in entrambe le loro comunità, il dono di comunione ecclesiale che rivelano e realizzano diventerà più evidente; esse saranno più efficacemente quel tessuto connettivo che, in piccolo, contribuisce a ricondurre le Chiese nell’unico corpo di Cristo.
Le famiglie interconfessionali chiedono quel genere di comprensione pastorale che le accolga come nuclei familiari, riconoscendo allo stesso tempo i loro impegni di lealtà verso un’altra comunità ecclesiale, e rispettando la loro particolare vocazione e missione ecumenica.

* Pubblicato in Regno-doc. 20,2015,14. 

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