lunedì 29 giugno 2015

Le risposte dei cattolici del Lussemburgo

Partendo da un’analisi della Relatio Synodi, «questi tre argomenti: i divorziati risposati, la vita di coppia fuori del matrimonio e le coppie omosessuali appaiono come i “punti caldi” del Sinodo. Ciò non sminuisce l’importanza degli altri temi, specialmente quello del linguaggio utilizzato. In questa prospettiva, è importante avanzare fin dall’inizio la questione preliminare relativa al “principio di realtà” che deve sempre orientare la prassi cristiana». Lo scorso 25 marzo, un gruppo di lavoro ad hoc della Chiesa cattolica in Lussemburgo ha pubblicato una sintesi delle risposte alle domande contenute nei Lineamenta in vista del Sinodo di ottobre, «frutto dei lavori di gruppo organizzati dal Servizio della pastorale con la partecipazione di volontari attivi nei cammini di preparazione al matrimonio e in vari movimenti cattolici». Un discernimento posto, nel solco aperto da papa Francesco, in «prospettiva pastorale, ove la morale cattolica è compresa come un insieme di criteri che si adattano alle diverse situazioni umane, specialmente a situazioni tormentate. (...) Lungi dal discernere a partire da norme inflessibili o dottrine immutabili, siamo invitati a coltivare uno spirito di apertura e di accoglienza».
Stampa (8.5.2015) da sito web www.cathol.lu. Nostra traduzione dal francese. Sottotitolazione redazionale.*

Introduzione
Papa Francesco ha voluto che la Relatio Synodi del Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 divenisse il documento preparatorio (Lineamenta) della XIV Assemblea ordinaria del Sinodo convocata per l’ottobre 2015.
Come per il Sinodo precedente, tali Lineamenta sono accompagnati da domande rivolte a tutto il popolo di Dio per dialogare e discernere in maniera comunitaria. Questo fatto non è senza importanza. Si tratta di ascoltare allo stesso tempo l’esperienza del popolo credente (sensus fidelium) e lo Spirito che parla alle Chiese oggi (cf. Ap 2,7), ovvero «scrutare i segni dei tempi» (Gaudium et spes, n. 4; EV 1/1324; cf. Gaudium et spes, n. 11); ascoltare la vox populi e la vox Dei sulla linea dell’Evangelii gaudium.
Siamo dinanzi a una potente ripresa dell’ecclesiologia conciliare della Chiesa «popolo di Dio», aspetto spesso trascurato al momento di proporre la fede il quale invece ci pone in un atteggiamento di discernimento che prende sul serio il vissuto di tutti i battezzati, nella loro diversità culturale e vocazionale. È la valorizzazione della corresponsabilità dei cristiani laici – il «popolo» – che hanno un «istinto della fede, il sensus fidei, che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione» (Evangelii gaudium, n. 119; Regno-doc. 21,2013,664).
Nel rispondere al presente questionario pare utile tenere presente l’esito della Relatio Synodi. Non è infatti privo di interesse ricordare che tutti gli articoli sono stati votati quasi all’unanimità; solo i numeri 52 e 53, che riguardano i divorziati risposati, e il numero 55, relativo alle coppie omosessuali, non hanno avuto la maggioranza dei due terzi. Altri due, i numeri 41 e 42 che si riferiscono alla «vita di coppia» fuori del matrimonio cattolico, hanno avuto la maggioranza dei due terzi ma con un buon numero di voti contrari (54 e 37 rispettivamente).
Questi tre argomenti: i divorziati risposati, la vita di coppia fuori del matrimonio e le coppie omosessuali appaiono dunque come i «punti caldi» del Sinodo. Ciò non sminuisce l’importanza degli altri temi, specialmente quello del linguaggio utilizzato. In questa prospettiva, è importante avanzare fin dall’inizio la questione preliminare relativa al «principio di realtà» che deve sempre orientare la prassi cristiana.
Circa la domanda previa
A guisa di introduzione alla materia poniamo dunque la domanda previa, che si riferisce a tutte le sezioni della Relatio Synodi.
La descrizione della realtà della famiglia presentata nella Relatio Synodi corrisponde a quella che è possibile osservare oggi nella Chiesa e nella società? Quali sono gli aspetti assenti che vi possono essere integrati?
Tale questione, preliminare a tutte le sezioni, è di capitale importanza poiché orienta tutto il discernimento richiesto. Stabilisce infatti che è il «principio di realtà» che deve prevalere per evitare risposte «fornite secondo schemi e prospettive proprie di una pastorale meramente applicativa della dottrina, che non rispetterebbe le conclusioni dell’Assemblea sinodale straordinaria, e allontanerebbe la loro riflessione dal cammino ormai tracciato» (LineamentaRegno-doc. 5,2015,20). Questo cammino tracciato dal Sinodo straordinario «è inserito nel più ampio contesto ecclesiale indicato dall’esortazione Evangelii gaudium di papa Francesco, partendo cioè dalle «periferie esistenziali», con una pastorale contraddistinta dalla «cultura dell’incontro», capace di riconoscere l’opera libera del Signore anche fuori dai nostri schemi consueti e di assumere, senza impaccio, quella condizione di “ospedale da campo” che tanto giova all’annuncio della misericordia di Dio» (ivi).
Concretamente, questa domanda-quadro pone il discernimento in una prospettiva pastorale ove la morale cattolica è compresa come un insieme di criteri che si adattano alle diverse situazioni umane, specialmente a situazioni tormentate. Lungi dal discernere a partire da norme inflessibili o dottrine immutabili, siamo invitati a coltivare uno spirito di apertura e di accoglienza che permetta l’«incremento» della fede (cf. Dei Verbum, n. 8), una morale di responsabilità e di atteggiamenti evangelici anziché ricette universali e omogenee, nella linea del riconoscimento del valore sacro della coscienza (cf. Gaudium et spes, nn. 16-17).
Il presente rapporto è frutto dei lavori di gruppo organizzati dal Servizio della pastorale con la partecipazione di volontari attivi nei cammini di preparazione al matrimonio e in vari movimenti cattolici, e di un piccolo numero di risposte individuali ricevute a seguito dell’appello lanciato attraverso le vie di comunicazione interne della Chiesa in Lussemburgo, come pure il suo sito Internet.
Per assicurare la continuazione del percorso e la compilazione dei risultati, l’arcivescovo del Lussemburgo aveva designato un gruppo di lavoro ad hoc, composto dai seguenti membri: Milly Hellers, referente per la pastorale familiare del Servizio della pastorale; Patrick de Rond, responsabile della sezione «Annuncio della fede e catechesi» del Servizio della pastorale; Elisabeth Werner, coordinatrice del Servizio della pastorale; prof. Daniel Laliberté, docente di Teologia catechetica e pastorale del Centro Giovanni XXIII; Paul Estgen, collaboratore scientifico presso l’unità di formazione e ricerca in Teologia catechetica e pastorale del Centro Giovanni XXIII. Hanno inoltre contribuito: i membri dell’Officialité [in Lussemburgo, Tribunale diocesano di prima istanza – ndt]: abbé Patrick Hubert, Elena Schmit e Jean-Louis Hencks; Luis Martinez, referente per la pastorale biblica del Servizio della pastorale; abbé Patrick Muller, preside del Seminario maggiore del Lussemburgo.
Una consultazione poco sentita
Mentre il primo questionario (ottobre 2013) aveva raccolto oltre un centinaio di risposte, bisogna ammettere che in questo caso l’appello, comunque rinnovato a più riprese, non ha suscitato alcun interesse presso i fedeli. Sembra che il numero, la densità, lo stile e la complessità delle domande poste abbia scoraggiato più di una persona di buona volontà.
Consideriamo significativo il fatto che alcune domande pare non abbiamo interessato i nostri interlocutori: sia che non ne sia stato compreso il senso, sia che il contenuto non abbia loro «parlato».
Un’attenzione speciale è stata data alla dimensione catechetica, poiché la situazione attuale della Chiesa in Lussemburgo conferisce un certo carattere d’urgenza alla questione. Infatti, la rimozione, decisa dal governo, dell’insegnamento religioso confessionale dal sistema scolastico ci obbliga a prendere seriamente in esame la nostra capacità di trasmettere la fede in Gesù Cristo alle generazioni a venire. Siamo ben consapevoli che non si tratta di sostituire quell’insegnamento religioso scolastico con un equivalente parrocchiale. È tutta l’organizzazione ecclesiale, tanto nelle proprie strutture parrocchiali e comunitarie quanto nelle relazioni con i giovani e le famiglie, che viene direttamente interpellata.
Ecco dunque perché, al momento di una riflessione sulla famiglia, ci è parso imperativo proporre degli elementi di riflessione sul modo in cui tutta la comunità cristiana debba ormai considerarsi luogo privilegiato di apprendimento della fede e della vita cristiana e, di conseguenza, possa immaginare di offrire alle famiglie non soltanto delle attività a loro destinate, ma anche, e soprattutto, un ambiente fraterno ove ogni generazione possa crescere e svilupparsi.
Lussemburgo, 25 marzo 2015.

I. L’ascolto: il contesto e le sfide sulla famiglia
a. Il contesto socioculturale (nn. 5-8)
1. Quali sono le iniziative in corso e quelle in programma rispetto alle sfide che pongono alla famiglia le contraddizioni culturali (cf. nn. 6-7): quelle orientate al risveglio della presenza di Dio nella vita delle famiglie; quelle volte a educare e stabilire solide relazioni interpersonali; quelle tese a favorire politiche sociali ed economiche utili alla famiglia; quelle per alleviare le difficoltà annesse all’attenzione dei bambini, anziani e familiari ammalati; quelle per affrontare il contesto culturale più specifico in cui è coinvolta la Chiesa locale?
2. Quali strumenti di analisi si stanno impiegando, e quali i risultati più rilevanti circa gli aspetti (positivi e non) del cambiamento antropologico culturale? (cf. n.5). Tra i risultati si percepisce la possibilità di trovare elementi comuni nel pluralismo culturale?
(1-2) Partendo dal principio di realtà citato nell’Introduzione, si desidera innanzitutto sottolineare che le trasformazioni socioculturali che riguardano la famiglia variano a seconda dei grandi ambiti culturali; infatti l’evoluzione della famiglia dal punto di vista sociologico e i cambiamenti antropologici sopravvenuti in Europa occidentale sono molto diversi da quelli di altre aree, come Africa o Asia. Le principali trasformazioni che toccano la famiglia descritte di seguito sono prese nel contesto del Lussemburgo, che ha visto un’evoluzione simile a quella dei paesi vicini.
Fino alla fine del XIX secolo il Lussemburgo è stato un paese rurale ove numerose generazioni coabitavano nelle case in campagna. Nel passato, in uno spazio culturale quasi esclusivamente cattolico e auspicante una discendenza numerosa, la povertà e la mancanza di un sistema sanitario facevano sì che la speranza di vita fosse ridotta e la mortalità infantile elevata. Con il sorgere della società industriale, basata sull’innovazione tecnica e sociale, sono sopravvenuti grandi cambiamenti antropologici.
L’evoluzione delle tecniche mediche legate alla contraccezione ha avuto un forte impatto, comportando una certa dissociazione fra sessualità e procreazione, il che ha profondamente modificato il ruolo della donna e della madre. Questo è stato all’origine di una liberazione della donna in diversi ambiti di vita, di una maggiore uguaglianza fra uomini e donne, ma anche di un’individualizzazione crescente, che incontra l’aspirazione cristiana alla dignità individuale che Dio dona a ogni essere umano. Il cristianesimo infatti non si oppone alla nozione di individualità poiché la chiamata di Gesù conferisce a ognuno la propria dignità individuale.
Un nuovo modello familiare
Questa evoluzione ha avuto rilevanti conseguenze per il modello familiare. L’unione coniugale non è più frutto dell’alleanza fra due famiglie, ma il risultato di una decisione individuale. Al centro di questo nuovo modello si trova l’amore, quel sentimento individuale che crea la coppia e che diviene il valore centrale alla base delle famiglie.
Il nuovo modello dopo la seconda guerra mondiale diventa la norma. Il modo di vedere la procreazione cambia radicalmente: essa non è più una finalità inscritta in un progetto generazionale familiare, ma un progetto personale della coppia che celebra il proprio amore. Quando la famiglia si riassume nella coppia, la coabitazione intergenerazionale non ha più molto senso poiché essa si configura come un insieme di coppie diverse, ognuna con un autonomo progetto di vita. L’organizzazione sociale ha dunque accompagnato questa evoluzione adattando i sistemi assistenziali a questa nuova concezione della famiglia.
L’importanza accordata al valore dell’amore di coppia in parte spiega il riconoscimento del matrimonio delle coppie omosessuali in Lussemburgo. L’amore non può essere invalidato dall’esterno; esso è inerente alla sfera privata e intima. Se il matrimonio è la consacrazione dell’amore, la società ha così riconosciuto la verità di questo amore fra persone dello stesso sesso. Oggi una larga parte dell’opinione pubblica rifiuta che un’autorità civile o religiosa si arroghi il diritto di dare un giudizio morale su tale scelta individuale. L’importanza dei sentimenti nella vita della coppia diviene la misura della sua praticabilità nel tempo. Il divorzio è vissuto come il fallimento di una storia d’amore, e quando non vi è più amore ci si dovrebbe lasciare, pena la condanna a vivere nella non-verità. Le questioni materiali e genitoriali sono affrontate in funzione di tale verità dell’amore.

I figli e la loro educazione
Questo cambiamento di prospettiva sulla coppia e sulla famiglia ha avuto ripercussioni importanti sul ruolo dei figli. Frutto dell’amore dei suoi genitori, il figlio acquisisce nella coppia una importanza simbolica. Un tempo erede e depositario di una storia di famiglia, è divenuto un individuo amato e sacralizzato dalla coppia. Il legame fra il figlio e i suoi genitori è meno un legame di famiglia e più un legame d’amore, il che lo rende sempre meno portatore della storia e della cultura dei suoi genitori. Più libero, egli è al contempo più solo quando si tratta di costruire la propria vita e la propria coscienza.
Questa nuova relazione fra genitori e figli ha anche la conseguenza di facilitare l’esternalizzazione della funzione «educativa» delle famiglie. I genitori ritengono che un’istituzione professionale possa trasmettere non soltanto le conoscenze intellettuali e pratiche, ma anche l’educazione alla vita necessaria al figlio. In seno alla società lussemburghese si crede generalmente che tale trasmissione debba essere neutra e universale, fornendo così ai giovani adulti il bagaglio culturale di base necessario per costruire il proprio progetto di vita in tutta libertà. Questo approccio è in parte dettato da necessità economiche, con l’esigenza di avere in famiglia due stipendi da impieghi a tempo pieno che consentano il livello di vita su cui normalmente si conta. Inoltre, a livello valoriale un certo orientamento richiede che l’istituzione che si assume il compito della cura dei minori ponga in primo piano l’uguaglianza sociale: gli asili e le scuole materne pubblici assicurano a tutti i bambini il medesimo tipo di accompagnamento, cosa che non potrebbe avvenire educando i figli a casa.
Infine, va citata la necessità di offrire a donne e uomini le medesime opportunità di esercitare una professione, come valore di uguaglianza fra i sessi. Questo punto di vista sulla custodia dei figli da parte delle istituzioni non è da tutti condiviso. Vi è chi afferma che non poter scegliere di occuparsi dei propri figli è il risultato di una politica familiare ed economica che si ispira a un’ideologia liberale e anti-familiare.

Verso una pastorale dell’amore
I cambiamenti antropologici descritti hanno avuto considerevoli ripercussioni sulla recezione del magistero della Chiesa in campo familiare. Il progetto personale dei singoli non è innanzitutto fondare una famiglia, ma piuttosto trovare la felicità in una relazione d’amore.
Il matrimonio è considerato la consacrazione dell’amore fra due persone, inscritta in una storia. E dunque non si celebrerà all’inizio di una relazione, ma al momento in cui i suoi protagonisti maturano la convinzione che la loro relazione è fatta per durare. Di conseguenza oggi tante coppie si sposano dopo l’arrivo del primo figlio. Questa evoluzione sociologica spinge la Chiesa ad affrontare le questioni relative alla famiglia a partire da questa opzione radicale per l’amore. Accettando questo punto di partenza e sottolineando il disegno di Dio nella formazione delle coppie, diventa possibile la transizione di una pastorale delle famiglie verso una pastorale dell’amore.
Più che mai il ruolo della Chiesa sarà di accompagnare le coppie nel proprio progetto d’amore, di essere presente e di sostenere i cristiani e le cristiane nel loro cammino con il passaggio obbligato da un amore-passione, il «colpo di fulmine», a un amore di relazione duratura. L’attenzione pastorale dovrà allo stesso tempo fissarsi su quanti hanno visto infrangersi il proprio sogno di felicità. Ogni relazione basata sull’amore è una relazione fragile in essenza; lo testimonia il crescente numero dei divorzi nelle nostre società. La separazione è vissuta come un fallimento e numerose sono le persone che ne soffrono profondamente. La comunità cristiana ha il dovere del sostegno, dell’accompagnamento e della compassione. Sono rari i cattolici che ancora accettano che le persone divorziate siano escluse dalla piena comunione a livello dell’eucaristia. La realtà pastorale è molto spesso tale che i ministri del culto non danno più giudizi sulle persone a partire dal fatto che il loro matrimonio si sia spezzato.
La varietà degli universi culturali in cui vivono le comunità cristiane pone il problema di conciliare il nucleo dei criteri morali con la diversità delle situazioni. Questo problema è antico quanto la missione; al tempo del Concilio, furono i vescovi provenienti dal di fuori dell’Europa a sollevare la questione. La diversità culturale si riferisce anche agli sviluppi diacronici – nella durata – di ogni cultura: un ragazzo o una ragazza di oggi difficilmente accetteranno di vivere come i propri nonni.
3. Oltre all’annuncio e alla denuncia, quali sono le modalità scelte per essere presenti come Chiesa accanto alle famiglie nelle situazioni estreme? (cf. n. 8). Quali le strategie educative per prevenirle? Che cosa si può fare per sostenere e rafforzare le famiglie credenti, fedeli al vincolo?
(3) Restare attaccati a una concezione morale fissa e dottrinaria, ancorata in un universo culturale specifico, rifiuta qualunque possibilità di diversità nel vivere le norme; mentre una morale fondata sulla persona è più adatta ad accettare un «denominatore comune», che attraversa le diverse pratiche culturali dei popoli. I denominatori comuni potrebbero essere nell’ordine del rispetto della dignità delle persone, della reciprocità dei diritti e dei doveri nella vita comune, dello sviluppo personale ecc. In questa ricerca di un denominatore comune, è opportuno il discernimento fra l’essenziale e il secondario nella dottrina e nella disciplina ecclesiastica. L’Evangelii gaudium ci sembra di grande pertinenza.
«Alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso. Il problema maggiore si verifica quando il messaggio che annunciamo sembra allora identificato con tali aspetti secondari che, pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo» (Evangelii gaudium, n. 34;Regno-doc. 21,2013,647).
«Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita. San Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio “sono pochissimi”. Citando sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione “per non appesantire la vita ai fedeli” e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando “la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”. Questo avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha una tremenda attualità. Dovrebbe essere uno dei criteri da considerare al momento di pensare una riforma della Chiesa e della sua predicazione che permetta realmente di giungere a tutti» (Evangelii gaudium, n. 43; Regno-doc. 21,2013,649).

Nel solco aperto da papa Francesco
Di fronte alla realtà dolorosa delle famiglie in «situazioni estreme», la Chiesa è chiamata a superare le facili risposte pastorali fondate sull’annuncio dell’ideale proposto dalla dottrina cattolica e sulla denuncia delle situazioni che non si conformano a tale ideale. Nel solco aperto da papa Francesco, occorrerebbe andare verso una prassi pastorale orientata al «principio di misericordia» – «la più grande di tutte le virtù» (Evangelii gaudium, n. 37; Regno-doc. 21,2013,648) – per l’accoglienza e l’accompagnamento di quanti vivono circostanze difficili, spesso non volute (come, ad esempio, le rotture matrimoniali), sostenendole nella ricerca di una vita pienamente realizzata. Si tratta di un atteggiamento più evangelico il quale, sull’esempio di Gesù davanti alla donna adultera, anziché condannare si fa solidale con chi è nella sofferenza e cerca di rialzarsi (cf. Gv 8,11).
Sul piano sociale, strutture vicine alla Chiesa in Lussemburgo – sia associazioni laiche come Vie naissante o Caritas, sia strutture rette da comunità religiose – offrono un aiuto alle famiglie in difficoltà o nella sofferenza. Alcune iniziative nate da movimenti di laici presenti in diocesi offrono a coppie, giovani famiglie o giovani genitori spazi di ascolto, di condivisione, di celebrazione e di convivialità. Si avviano nuovi progetti, come la realizzazione dei «Percorsi Alfa per coppie e famiglie».
4. Come l’azione pastorale della Chiesa reagisce alla diffusione del relativismo culturale nella società secolarizzata e al conseguente rigetto da parte di molti del modello di famiglia formato dall’uomo e dalla donna uniti nel vincolo matrimoniale e aperto alla procreazione?
(4) I principali mutamenti antropologici della famiglia in Lussemburgo (descritti nelle risposte alle domande 1 e 2) sono accolti dalla vasta maggioranza dei cattolici praticanti. L’omosessualità è considerata una condizione individuale che occorre rispettare in ragione della libertà di ognuno di trovare la propria strada verso la felicità.
Allo stesso modo la popolazione del Lussemburgo ritiene che la scelta di procreare sia di ordine personale. La Chiesa accoglie questa posizione della paternità responsabile, ove l’individuo deve operare una scelta che si fonda sulla libertà di coscienza di ognuno. Non vi è percezione che la società si trovi in situazione di denatalità, e gli esperti segnalano piuttosto un problema di invecchiamento della società. In Lussemburgo, nonostante un tasso di fecondità di 1,57 (nel 2012), la popolazione aumenta continuamente sotto la spinta di una massiccia immigrazione. Esiste un’inquietudine largamente diffusa riguardo all’affidamento dei figli a istituzioni di custodia ed educazione, in quanto la maggior parte dei genitori ha un’occupazione retribuita.
A livello pastorale, si evita di affrontare le questioni legate alla sessualità e quelle relative alla vita della coppia e alla vita familiare. Questa posizione è dovuta al fatto che la dottrina della Chiesa è troppo lontana dalla realtà che vivono le persone. Negli anni Settanta la Chiesa in Lussemburgo ha molto investito sull’accompagnamento delle coppie e delle famiglie creando una struttura professionale, il Centro di pastorale familiare (CPF). Tale struttura è stata ripresa qualche anno fa dallo stato.
b. La rilevanza della vita affettiva (nn. 9-10)
5. In che modo, con quali attività sono coinvolte le famiglie cristiane nel testimoniare alle nuove generazioni il progresso nella maturazione affettiva? (cf. nn. 9-10). Come si potrebbe aiutare la formazione dei ministri ordinati rispetto a questi temi? Quali figure di agenti di pastorale specificamente qualificati si sentono come più urgenti?
(5) Il concetto di «famiglia cristiana» non è presente nella realtà sociale lussemburghese. Non vi sono specifiche attività portate avanti su vasta scala a questo titolo. Vi sono certamente attività di promozione della famiglia cristiana da parte di alcuni movimenti e comunità laiche, ma senza che se ne possa constatare un effetto percepibile sulle giovani generazioni.
Nelle parrocchie si affronta di rado la questione della famiglia poiché esiste uno scarto enorme fra ciò che i credenti pensano e ciò che il magistero propone. Le giovani generazioni, anche quando sono a contatto con la cultura cristiana, non scorgono nella Chiesa un interlocutore con cui trattare argomenti legati all’amore, alla sessualità, alla coppia o alla famiglia.
Oggi in Lussemburgo pare illusorio sperare di poter trasmettere alle prossime generazioni, con adattamenti di metodo o di pedagogia, la dottrina della famiglia nel quadro di formazioni permanenti o introduttive. Il contesto antropologico è mutato in modo tanto sostanziale che l’attuale discorso della Chiesa appare totalmente incomprensibile nella cultura lussemburghese.
Con ciò non s’intende che i valori soggiacenti, i grandi principi, o l’essenza della parola di Dio non sarebbero più comprensibili e necessiterebbero di spiegazione. Oggi occorre riformulare l’insegnamento, accettando di confrontarsi di nuovo con il compito di «interpretare autenticamente la parola di Dio scritta».
c. La sfida per la pastorale (n. 11)
6. In quale proporzione, e attraverso quali mezzi, la pastorale familiare ordinaria è rivolta ai lontani? (cf. n. 11). Quali le linee operative predisposte per suscitare e valorizzare il «desiderio di famiglia» seminato dal Creatore nel cuore di ogni persona, e presente specialmente nei giovani, anche di chi è coinvolto in situazioni di famiglie non corrispondenti alla visione cristiana? Quale l’effettivo riscontro tra di essi della missione loro rivolta? Tra i non battezzati quanto è forte la presenza di matrimoni naturali, anche in relazione al desiderio di famiglia dei giovani?
(6) Un momento ricorrente di contatto con le persone lontane dalla Chiesa sono i funerali, che spesso per l’occasione riuniscono famiglie disperse o ricomposte, talvolta riaprono ferite o ravvivano sofferenze, attirando l’attenzione sulla «famiglia» come luogo di lutto, di conflitto o di riconforto, di un ritrovarsi attorno alla sofferenza e alla morte. Nel quadro della pastorale delle esequie, la Chiesa ha l’opportunità e il dovere di farsi vicina alle persone e alle famiglie con uno sguardo di empatia e di incoraggiamento.
Attualmente non si può parlare esattamente di una pastorale familiare organizzata rivolta ai lontani. Le idee non mancano, ma realizzare quei progetti richiede un forte investimento di tem-po e di creatività. In considerazione dei mutamenti strutturali all’interno dell’arcidiocesi del Lussemburgo, portarli a compimento è possibile soltanto con la collaborazione di volontari a contatto con i destinatari, che siano disposti a farsene carico.

II. Lo sguardo su Cristo: il Vangelo della famiglia
a. Lo sguardo su Gesù e la pedagogia divina nella storia della salvezza (nn. 12-14)
7. Lo sguardo rivolto a Cristo apre nuove possibilità. «Infatti, ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e possibilità impensate» (n. 12). Come è utilizzato l’insegnamento della Sacra Scrittura nell’azione pastorale verso le famiglie? In quale misura tale sguardo alimenta una pastorale familiare coraggiosa e fedele?
(7) Desiderare una pastorale della famiglia più evangelica, incoraggiante per le coppie cristiane di oggi, significa ricorrere alla parola di Dio secondo lo stile di Gesù: egli ricorda all’uomo e alla donna che sono chiamati all’infinito, conosce i loro limiti e si mostra sempre pronto al perdono. Papa Francesco ci ha appena consegnato pagine molto belle nella sua recente esortazione Evangelii gaudium sull’importanza di rivisitare la dottrina e i precetti legati all’amore umano e alla famiglia in accordo con il Vangelo e con le nuove circostanze. Citiamo per esteso, ad esempio, il numero 43.
«Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini proprie non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita. San Tommaso d’Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli Apostoli al popolo di Dio “sono pochissimi”. Citando sant’Agostino, notava che i precetti aggiunti dalla Chiesa posteriormente si devono esigere con moderazione “per non appesantire la vita ai fedeli” e trasformare la nostra religione in una schiavitù, quando “la misericordia di Dio ha voluto che fosse libera”. Questo avvertimento, fatto diversi secoli fa, ha una tremenda attualità. Dovrebbe essere uno dei criteri da considerare al momento di pensare una riforma della Chiesa e della sua predicazione che permetta realmente di giungere a tutti» (Evangelii gaudium, n. 43; Regno-doc. 21,2013,649).
Così, una pastorale familiare che si nutre della parola di Dio deve riscoprire la Scrittura come parola non soltanto «ispirata», ma «di ispirazione» per la vita quotidiana e che va «riscritta» nell’oggi di ogni coppia. Questa recezione della Parola al centro della coppia e della famiglia è il fondamento di una spiritualità dagli occhi aperti, capace di dialogare con la nuova società e non rivolta a un passato che non c’è più; una spiritualità che sa leggere i segni di Dio nella storia umana e si impegna nel mondo alla costruzione del Regno della giustizia e della pace, specialmente annunciate ai poveri (cf. Lc 4,14ss; Mt 25,31ss).
Occorre dunque deplorare, nell’accompagnamento alle famiglie, una presenza delle Scritture davvero troppo spesso ridotta al rammentare alcuni testi che sono la base di una lettura riduttiva e legalista della morale per le coppie (cf. Mt 5,31s; Mt 19,4-9; Ef 5,31-32 e 1Cor 7,10-11). Testi che sono raramente posti in contesto: né nel grande contesto di un Dio che si rivela come Dio di misericordia né in quello della cultura e della situazione ecclesiale che ne sono all’origine. Il risultato è un’utilizzazione dottrinale della parola di Dio, la quale dimentica che sia le parole sia le azioni di Gesù sono assai sobrie su questo argomento.
La parola di Dio non deve essere «sollecitata» per giustificare una dottrina, ma ricevuta e attualizzata a partire dalle nuove acquisizioni delle scienze – sociali e non solo – e degli studi biblici contemporanei. Un tale approccio potrebbe meglio valorizzare la relazione fra due persone che si amano e che progettano questo amore nella durata, senza opprimerli di norme e di precetti sempre situati in un tempo e in uno spazio determinati (cf. Mc 7,1-13).
8. Quali valori del matrimonio e della famiglia vedono realizzati nella loro vita i giovani e i coniugi? E in quale forma? Ci sono valori che possono essere messi in luce? (cf. n. 13). Quali le dimensioni di peccato da evitare e superare?
9. Quale pedagogia umana occorre considerare – in sintonia con la pedagogia divina – per comprendere meglio ciò che è richiesto alla pastorale della Chiesa di fronte alla maturazione della vita di coppia, verso il futuro matrimonio? (cf. n. 13).
10. Che cosa fare per mostrare la grandezza e bellezza del dono dell’indissolubilità, in modo da suscitare il desiderio di viverla e di costruirla sempre di più? (cf. n. 14).
11. In che modo si potrebbe aiutare a capire che la relazione con Dio permette di vincere le fragilità che sono inscritte anche nelle relazioni coniugali? (cf. n. 14). Come testimoniare che la benedizione di Dio accompagna ogni vero matrimonio? Come manifestare che la grazia del sacramento sostiene gli sposi in tutto il cammino della loro vita?
(8-11) Illuminare i valori del matrimonio e della famiglia diventa efficace e contagioso attraverso la testimonianza vissuta, come l’esempio citato di coppie che si dedicano a preparare i fidanzati al sacramento, le quali irradiano tali valori verso quanti si stanno impegnando sulla via del matrimonio. In seguito, l’accoglienza delle coppie e delle famiglie, e il contatto delle famiglie fra di loro in seno alle comunità parrocchiali, ad esempio in occasione del sacramento del battesimo, deve essere tale da incoraggiare a vivere e approfondire questi valori e darne testimonianza.
La dimensione intergenerazionale può avere un ruolo nella misura in cui delle coppie più giovani si sentiranno sostenute da quelle mature, o dei giovani potranno contare sui nonni per ascoltarli e farsi guidare in relazione ai valori. La comunicazione, o meglio la pedagogia, riguardo ai valori forti di un matrimonio inscritto nella durata, che attraversa le crisi e le supera, richiede in primissimo luogo un ascolto di ciò che si vive nello spessore del quotidiano, piuttosto che un insegnamento.
b. La famiglia nel disegno salvifico di Dio (nn. 15-16)
12. Come si potrebbe far comprendere che il matrimonio cristiano corrisponde alla disposizione originaria di Dio e quindi è un’esperienza di pienezza, tutt’altro che di limite? (cf. n. 13).
13. Come concepire la famiglia quale «Chiesa domestica» (cf. Lumen gentium, n. 11), soggetto e oggetto dell’azione evangelizzatrice al servizio del regno di Dio?
14. Come promuovere la coscienza dell’impegno missionario della famiglia?
(12-14) Affinché la famiglia, prima cellula di evangelizzazione, possa vivere e svilupparsi in quanto tale, occorre superare la tendenza alla chiusura su di sé, sia come famiglia in riferimento all’esterno sia come individuo all’interno della famiglia. A questo riguardo, il senso della festa e dell’incontro intergenerazionale è portatore di una dinamica particolare contro la chiusura. Alcuni progetti esistenti meriterebbero di essere più conosciuti e divulgati a livello diocesano e parrocchiale: weekend per famiglie; incontri organizzati a seguire la celebrazione dei sacramenti (battesimo, prima comunione, matrimonio… ); progetti di movimenti cattolici laicali presenti in diocesi, che hanno un’esperienza e una pedagogia da proporre.
Questo indica un cammino che occorrerà seguire con sempre maggiore frequenza negli anni a venire, ossia la necessaria trasformazione del funzionamento delle nostre comunità cristiane, affinché in esse trovino spazio con regolarità tutti gli aspetti della vita cristiana e divengano così l’ambito naturale ove tale vita cristiana si apprende, sia per coloro che vi si iniziano – piccoli o adulti che siano – sia per coloro che, quale che sia la loro età, riconoscono l’importanza di crescere continuamente nella fede.
Occorrerebbe proporre alle famiglie una cultura di momenti rituali per pregare e per dare espressione al vissuto della fede, permettendo loro di respirare, nel mezzo dello stress organizzato della vita quotidiana. Avviene che giovani genitori non catechizzati richiedono idee, saperi e strumenti per sviluppare la propria vita di fede in famiglia: occorre saperli accogliere e offrire alle loro domande risposte di qualità, integrate alla vita delle comunità cristiane, che consentano loro di procedere nel cammino.
c. La famiglia nei documenti della Chiesa (nn. 17-20)
15. La famiglia cristiana vive dinanzi allo sguardo amante del Signore e nel rapporto con lui cresce come vera comunità di vita e di amore. Come sviluppare la spiritualità della famiglia, e come aiutare le famiglie ad essere luogo di vita nuova in Cristo? (cf. n. 21).
(15) Tante persone, anche credenti e motivate – per non parlare dei lontani dalla Chiesa – fanno notare che il linguaggio utilizzato nei documenti del magistero relativi alla coppia e alla famiglia è percepito come ermetico e lontano dal vissuto.
16. Come sviluppare e promuovere iniziative di catechesi che facciano conoscere e aiutino a vivere l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia, favorendo il superamento della distanza possibile fra ciò che è vissuto e ciò che è professato e promuovendo cammini di conversione?
(16) La formulazione della domanda, che vuole sapere come «sviluppare e promuovere iniziative di catechesi che facciano conoscere e aiutino a vivere l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia, favorendo il superamento della distanza possibile fra ciò che è vissuto e ciò che è professato» è stata oggetto di obiezione. In un certo modo essa già fornisce la risposta. Non apre delle porte ma ne chiude. Gli «altri» debbono cambiare.
Sembra che qui si chieda come fare affinché i «membri del gregge» agiscano in modo più conforme all’insegnamento della Chiesa, il che comporta che lo capiscano meglio. E per migliorare questa comprensione si pensa che occorra della «catechesi». Ora, questo modo di considerare la catechesi non ha molto a che vedere con lo scopo definitivo della catechesi proposto dal Direttorio generale per la catechesi: «Mettere qualcuno non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù Cristo» (n. 80; EV 16/842).
È questo il modo migliore di considerare il problema? Costruire percorsi catechetici per promuovere un «insegnamento», che sarebbe l’insegnamento ufficiale della Chiesa, non è forse ingannarsi sulla natura profonda della catechesi, che è essenzialmente uno «spazio di scoperta di Cristo e del Vangelo»?
D’altronde, «l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia» non è un «a sé». La spiritualità coniugale non deve prima di tutto tendere verso la fedeltà all’insegnamento della Chiesa, ma verso un modo di vivere la coppia e la famiglia che sia fedele al Vangelo. Non si tratta qui di mettere in opposizione «Vangelo» e «magistero». Si tratta più globalmente di considerare la mentalità che presiede alla costruzione di percorsi catechetici.
Infatti, occorrerebbe forse immaginare le cose in modo più globale, puntando sul fatto che una frequentazione di Cristo e del Vangelo possa contribuire a impregnare progressivamente un modello d’amore-dono, che finirà per «palesarsi» in atteggiamenti coerenti in tutti gli ambiti della vita e dunque anche nella vita coniugale e familiare. Di conseguenza, non si tratta di creare attività catechetiche per apprendere «l’insegnamento della Chiesa sulla coppia e la famiglia», ma di proporre un percorso di frequentazione del Vangelo che, poco a poco, susciti una dinamica di conversione, d’amore.
Imparare il Vangelo
In considerazione della recente firma di nuove convenzioni «Chiesa-stato» che impongono un cambiamento di paradigma per la Chiesa in Lussemburgo, adesso si tratta innanzitutto di far nascere la catechesi in senso generale. In questo contesto non si ha l’agio di creare attività catechetiche per trattare l’uno accanto all’altro tutti i temi. Occorre pensare in modo trasversale, il che significa proporre a tutti, in maniera intergenerazionale, delle dinamiche di scoperta della fede cristiana che non siano in primo luogo catechesi di «insegnamento». IlTesto nazionale per l’orientamento della catechesi in Francia parla di un «bagno di vita ecclesiale» per sottolineare che ciò di cui qui si tratta è imparare il Vangelo per mezzo della frequentazione dei fratelli e delle sorelle, il coinvolgimento nella carità, la condivisione della Parola e così via.
È questo che occorre far nascere, con grande urgenza, con la convinzione che ciò avrà anche ripercussioni dirette sulla vita coniugale e familiare di quanti se ne interesseranno. Questa conclusione, «quanti se ne interesseranno», non è casuale. Significa ammettere che ormai non ci si può più immaginare di persuadere tutti riguardo a norme emanate da un’autorità magisteriale, ma si deve andare avanti con coloro nei quali la frequentazione di Cristo, del Vangelo, dei fratelli e delle sorelle ha potuto suscitare interesse.
d. L’indissolubilità del matrimonio e la gioia del vivere insieme (nn. 21-22)
17. Quali sono le iniziative per far comprendere il valore del matrimonio indissolubile e fecondo come cammino di piena realizzazione personale? (cf. n. 21).
18. Come proporre la famiglia come luogo per molti aspetti unico per realizzare la gioia degli esseri umani?
19. Il concilio Vaticano II ha espresso l’apprezzamento per il matrimonio naturale, rinnovando una antica tradizione ecclesiale. In quale misura le pastorali diocesane sanno valorizzare anche questa sapienza dei popoli, come fondamentale per la cultura e la società comune? (cf. n. 22).
(17) La società europea è mutata, come pure la cultura, e in questa nuova cultura non tutto è cattivo. Nel corso degli ultimi decenni è molto cambiato il modo di avviarsi verso l’impegno del matrimonio. Occorre innanzitutto tenere presente questo tipo di cambiamento.
Le giovani coppie e i giovani genitori hanno poche occasioni di riflessione e di scambio sulle questioni fondamentali della vita e della fede, come pure riguardo all’impegno matrimoniale. Le persone che si sentono interessate si rivolgono (ancora) alla Chiesa nei momenti forti della vita (matrimonio, nascita, morte). Ecco perché questi incontri (di preparazione al matrimonio o al battesimo, alla prima comunione, nel momento di un lutto), caratterizzati da una calda accoglienza, preparati e animati nella misura del possibile in collaborazione con persone sposate, costituiscono un luogo di visibilità ecclesiale che esce dagli schemi liturgici, come pure un’occasione di testimonianza e di riflessione vitale e incoraggiante.
Sarebbe importante proporre innanzitutto spazi di riflessione, di testimonianza e di condivisione per adolescenti e giovani adulti (preparazione alla confermazione, Giornata mondiale della gioventù e così via) ove la bellezza della relazione amorosa responsabile, della sessualità, della vita affettiva come pure del matrimonio sia trattata e sviluppata da/in collaborazione con persone che sappiano di cosa stanno parlando!
La Chiesa dovrebbe sostenere maggiormente le coppie e i genitori di confessioni o di religioni miste e aiutarli a fare in modo che la diversità delle credenze sia percepita come un arricchimento importante e un aiuto per la vita di famiglia e di coppia.
I gruppi consultati non hanno espresso opinioni riguardo a «come proporre la famiglia come luogo per molti aspetti unico per realizzare la gioia degli esseri umani» (18) né a proposito della domanda (19): «Il concilio Vaticano II ha espresso l’apprezzamento per il matrimonio naturale, rinnovando una antica tradizione ecclesiale. In quale misura le pastorali diocesane sanno valorizzare anche questa sapienza dei popoli, come fondamentale per la cultura e la società comune?».
e. Verità e bellezza della famiglia e misericordia verso le famiglie ferite e fragili (nn. 23-28)
(20) L’impressione è ancora una volta che l’ottica utilizzata parta dall’idea che la posizione della Chiesa è ferma e immutabile e che si tratta solamente di immaginare i mezzi «pedagogici» che permettano di far meglio recepire tale posizione, affinché non sia compresa come un atteggiamento di esclusione.
In realtà, come suggerito nella domanda, la misericordia di Dio non esclude nessuno. Dunque, appunto, non è forse la Chiesa che, nei fatti e nonostante tutto ciò che essa afferma, si trova a escludere? Essa prende alla lettera certi passaggi biblici che si riferiscono alle persone sposate, mentre altri che riguardano le persone ordinate non sono affatto tenuti in considerazione (cf. 1Tm 3,1-7).
Dispiace e viene giudicato ingiusto l’atteggiamento della Chiesa verso persone alle quali essa non offre alcuna seconda occasione. Ai preti che lasciano il sacerdozio (anch’esso un sacramento!) la Chiesa propone una procedura che, se necessario, permette un secondo progetto di vita che comprende l’accesso ai sacramenti. Non dovrebbe la Chiesa rinunciare a questo atteggiamento, percepito come ingiusto, e rivedere la propria teologia del matrimonio basandosi sulla misericordia evangelica?
Nell’attesa di un tale mutamento di posizione, sarebbe opportuna una maggiore creatività riguardo alla proposta di spazi di condivisione, di tempi di incontro, di letture bibliche per permettere a persone divorziate o divorziate risposate di incontrarsi al di là dei momenti della celebrazione liturgica. Viene sottolineato quanto è importante che il linguaggio dei rappresentanti della Chiesa verso le persone in questa condizione sia improntato a misericordia e rispetto.
21. Come possono i fedeli mostrare nei confronti delle persone non ancora giunte alla piena comprensione del dono di amore di Cristo, una attitudine di accoglienza e accompagnamento fiducioso, senza mai rinunciare all’annuncio delle esigenze del Vangelo? (cf. n. 24).
(21) Nell’episodio dell’incontro con la samaritana al pozzo di Giacobbe, Gesù stesso ci mostra come «aiutare a capire che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio».
È importante sensibilizzare e formare maggiormente tutta la comunità ecclesiale all’accoglienza e all’incontro di ogni persona, che è responsabilità di tutti – a cominciare dal prete che, dopo le celebrazioni, troppo spesso si ritira in sacrestia invece di salutare le persone all’uscita della Chiesa, manifestando così la propria disponibilità.
22. Che cosa è possibile fare perché nelle varie forme di unione – in cui si possono riscontrare valori umani – l’uomo e la donna avvertano il rispetto, la fiducia e l’incoraggiamento a crescere nel bene da parte della Chiesa e siano aiutate a giungere alla pienezza del matrimonio cristiano? (cf. n. 25).
(22) È importante incontrare le persone senza giudicarle. Ogni forma di vita è anche frutto di una storia, di un percorso, di esperienze gioiose e dolorose. «Chi siamo noi per giudicare gli altri?» (papa Francesco).
Come Gesù da bravo pedagogo ha raggiunto i discepoli di Emmaus, ha camminato con loro e ha posto loro le giuste domande, la Chiesa è chiamata a raggiungere le persone là dove esse sono e ad accompagnarle secondo il loro ritmo nel rispetto della realtà della loro vita personale, familiare e professionale. La testimonianza dei discepoli di Gesù è altrettanto o forse ancora più importante di una moltitudine di bei discorsi sulla misericordia.

III. Il confronto: prospettive pastorali
a. Annunciare il Vangelo della famiglia oggi, nei vari contesti (nn. 29-28)
23. Nella formazione dei presbiteri e degli altri operatori pastorali come viene coltivata la dimensione familiare? Vengono coinvolte le stesse famiglie?
(23) Nel corso della formazione dei presbiteri, la dimensione familiare è coltivata sotto due aspetti.
La famiglia d’origine del seminarista continua a svolgere un ruolo importante dopo la sua entrata in seminario. I seminaristi della nostra diocesi trascorrono all’estero la maggior parte del percorso formativo del seminario. Durante le vacanze e in alcuni weekend dai luoghi di formazione all’estero essi rientrano nella famiglia d’origine; restano dunque in stretto contatto con i parenti nel corso degli anni di formazione.
D’altronde, generalmente, la famiglia d’origine da noi si fa carico di una parte delle spese e dei costi degli studi del figlio seminarista, il quale dunque gode di una maggiore libertà nei confronti della diocesi potendo contare sul sostegno finanziario (e morale) della propria famiglia.
Infine, la famiglia del seminarista è invitata a partecipare alla celebrazione delle principali tappe nel suo cammino verso il sacerdozio: ammissione, lettorato, accolitato, ordinazioni diaconale e sacerdotale. Generalmente tali celebrazioni e feste sono buone occasioni per il seminario e le famiglie dei seminaristi di conoscersi meglio a vicenda. Resta vero che, salvo se al momento dell’entrata in seminario il preside del Seminario maggiore del Lussemburgo ha l’opportunità di incontrare il futuro seminarista a casa sua, la famiglia d’origine di questi ha poca visibilità nella formazione al sacerdozio.
Capita che siano pochissime le altre famiglie con le quali il seminarista entra in contatto nel corso della propria formazione: una famiglia che lavora e/o alloggia nello stabile del seminario, alcune famiglie incontrate nel corso dei tirocini (in parrocchia, in ospedale, in una istituzione caritativa o sociale). Se il seminario evidentemente non prepara alla vita matrimoniale e familiare ma al celibato consacrato promesso fin dall’ordinazione diaconale, pare tuttavia importante non creare una bolla che terrebbe i seminaristi all’interno di un mondo chiuso ed essenzialmente maschile.
Intrattenere sane relazioni con donne, coppie e famiglie sembra un elemento importante da non perdere di vista in una equilibrata formazione dei candidati al sacerdozio ministeriale. Ciò richiederebbe regolari incontri con famiglie, per condividere problemi e difficoltà quotidiane come pure gioie e piaceri. Una formazione particolare a questo riguardo, o uno stage in collaborazione con il servizio diocesano di pastorale, potrebbe contribuire a coltivare meglio la dimensione familiare nella formazione dei futuri presbiteri.
Per una migliore inculturazione e incarnazione del ministero sacerdotale nella nostra realtà culturale ed ecclesiale, si propone che le coppie siano coinvolte nella preparazione dei candidati al sacerdozio. E a monte di tutto ciò, occorre sottoporre l’accettazione dei seminaristi a criteri stringenti a proposito dello stato di vita e della maturità affettiva, umana e spirituale.
Più in generale si ritiene che sarebbe importante prevedere nel quadro della formazione dei futuri presbiteri una migliore preparazione in materia di comunicazione. Il modello stesso di prete ad alcuni fa problema. Altri sottolineano il punto delicato di presbiteri venuti da fuori, che devono familiarizzarsi con la cultura e la realtà delle famiglie della nostra diocesi. Al di là della formazione che è loro destinata, occorrerebbe prevedere in anticipo contatti con gruppi di fedeli (famiglie, coppie...) per facilitare l’inserimento nella realtà locale.
24. Si è consapevoli che il rapido evolversi della nostra società esige una costante attenzione al linguaggio nella comunicazione pastorale? Come testimoniare efficacemente la priorità della grazia, in maniera che la vita familiare venga progettata e vissuta quale accoglienza dello Spirito Santo?
(24) Nei secoli (e talvolta fino ai nostri giorni) quando la Chiesa parla di vocazione ha in mente solo il sacerdozio ministeriale e la vita religiosa. Sarebbe auspicabile che la vocazione al matrimonio venisse riconosciuta come vocazione, come chiamata di Dio e carisma insostituibile nella missione della Chiesa. Con tale valorizzazione, la vita familiare potrà essere maggiormente «progettata e vissuta quale accoglienza dello Spirito Santo».
Se consideriamo l’annuncio del Vangelo della famiglia nei diversi contesti, l’altissima percentuale di coppie divorziate e divorziate risposate è un dato di fatto; ora, l’annuncio del Vangelo in questi specifici contesti non deve forse significare prima e sopra tutto accoglienza misericordiosa senza equivoci e sostegno, anziché dito puntato moralizzatore? Per le persone che vi sono coinvolte il divorzio costituisce generalmente un fallimento e una ferita, ma il messaggio che viene loro trasmesso è equivoco: voi siete pienamente membri della comunità ecclesiale, tuttavia non potete ricevere i sacramenti dell’eucaristia e del perdono. Non occorrerebbe forse sviluppare una teologia pastorale che tenga maggior conto della realtà delle coppie divorziate-risposate, come pure delle famiglie ricomposte che ne risultano?
25. Nell’annunciare il Vangelo della famiglia come si possono creare le condizioni perché ogni famiglia sia come Dio la vuole e venga socialmente riconosciuta nella sua dignità e missione? Quale «conversione pastorale» e quali ulteriori approfondimenti vanno attuati in tale direzione?
26. La collaborazione al servizio della famiglia con le istituzioni sociali e politiche è vista in tutta la sua importanza? Come viene di fatto attuata? Quali i criteri a cui ispirarsi? Quale ruolo possono svolgere in tal senso le associazioni familiari? Come tale collaborazione può essere sostenuta anche dalla denunzia franca dei processi culturali, economici e politici che minano la realtà familiare?
(25-26) In Lussemburgo, come in altri paesi, attualmente non vi sono movimenti che in modo specifico si dedicano alla famiglia come tematica fondamentale, né all’interno della Chiesa cattolica né in altre sfere sociali. Alcune iniziative di ispirazione cristiana lanciate all’inizio degli anni Ottanta su impulso del sinodo diocesano, come l’Azione familiare e popolare (AFP) o il Centro di pastorale familiare, oggi non esistono più. All’interno della Chiesa lussemburghese esistono il movimento delle donne cattoliche (ACFL) e il movimento degli uomini cattolici (KMA), due movimenti dell’Azione cattolica che intervengono di tanto in tanto su questo o quell’argomento legato alla famiglia, ma senza tuttavia essere interlocutori strutturali dello stato lussemburghese in materia di questioni familiari.
Per contro la Confederazione Caritas Lussemburgo riveste un ruolo importante nell’ambito dell’assistenza sociale alle famiglie. Strutturalmente essa è molto presente a livello sociopolitico e gode di riconoscimento in questo campo da parte delle pubbliche autorità. È una voce ascoltata quando si tratta di definire le politiche sociali in Lussemburgo.
La politica sociale dei vari governi, di primo acchito, non può essere giudicata «contro la famiglia». Come le si può rimproverare di investire molto sulla custodia dell’infanzia, quando è noto che la maggior parte dei genitori deve oggi lavorare fuori casa? Tale politica si basa inoltre su valori di eguaglianza delle opportunità. Si osserva che il sistema pubblico che si fa carico dell’infanzia permette la mescolanza sociale e l’apprendimento delle lingue in un paese che conosce un forte tasso d’immigrazione. I sussidi familiari, i congedi speciali per motivi familiari testimoniano un sistema sociale generoso, anche se perfettibile.
La critica della Chiesa lussemburghese non potrà dunque vertere sul sistema assistenziale ma piuttosto sul sistema in generale, che è fondato su di una fede fondamentale nel sistema economico capitalista della crescita infinita, il quale relega la questione familiare in secondo piano. Fare posto alla famiglia richiede una riflessione su un altro modello di società, un modello duraturo che ricollochi al centro l’umano. In futuro la Chiesa in Lussemburgo dovrà trovare alleanze fra i movimenti che desiderano uscire dalla logica del «tutto economico».
La Chiesa sostiene una visione che vuole dare spazio alle famiglie, spazi di incontro, sia a livello privato (la famiglia che ha tempo per sé), sia a livello sociale (le famiglie si incontrano per uno scambio reciproco). Un’esigenza che avrà conseguenze su tanti ambiti della società.
27. Come favorire una relazione fra famiglia, società e politica a vantaggio della famiglia? Come promuovere il sostegno della comunità internazionale e degli stati alla famiglia?
(27) La Chiesa deve accompagnare le famiglie, sostenerle a livello spirituale e materiale quando richiesto. Questo comporta un quotidiano lavoro di base che può dare legittimità alla Chiesa allorquando prende la parola sulle tematiche relative alla famiglia.
A livello degli stati e a livello delle istanze internazionali tale parola ecclesiale fatica a essere intesa. È il momento di aprirsi alla loro critica, di accettare la riflessione sulle materie che sono oggi considerate l’ostacolo principale al dialogo. Cosa si rimprovera alla Chiesa? La visione della natalità, l’opposizione all’uso del preservativo di fronte all’epidemia di AIDS, il rifiuto di accettare l’omosessualità e una certa ambiguità in relazione alla questione del «genere» sono argomenti che devono essere ridiscussi alla luce delle scienze umane e della teologia.
Una posizione più essenzialmente ispirata alla parola di Dio permetterà di rinsaldare la visione cattolica sulla famiglia su basi più largamente condivise dai fedeli. Ciò avrà come conseguenza che la parola della Chiesa troverà anche un altro tipo di accoglienza a livello di istanze internazionali.
b. Guidare i nubendi nel cammino di preparazione al matrimonio (nn. 39-40)
28. Come i percorsi di preparazione al matrimonio vanno proposti in maniera da evidenziare la vocazione e missione della famiglia secondo la fede in Cristo? Sono attuati come offerta di un’autentica esperienza ecclesiale? Come rinnovarli e migliorarli?
(28) In questo nostro tempo è importante proporre un percorso di preparazione al matrimonio che formi e sostenga la maturazione spirituale e umana. Già molti giovani ricevono la confermazione a un’età più matura; occorre a questo punto proseguire con una visione dell’iniziazione cristiana che vada al di là della preparazione ai sacramenti, che sia una vera proposta di costruzione della propria identità alla luce del Vangelo e che integri i progetti personali in una prospettiva globale di vita alla sequela di Cristo.
29. Come la catechesi di iniziazione cristiana presenta l’apertura alla vocazione e missione della famiglia? Quali passi vengono visti come più urgenti? Come proporre il rapporto tra battesimo, eucaristia e matrimonio? In che modo evidenziare il carattere di catecumenato e di mistagogia che i percorsi di preparazione al matrimonio vengono spesso ad assumere? Come coinvolgere la comunità in questa preparazione?
(29) La domanda 29 chiede quanto segue: «In che modo evidenziare il carattere di catecumenato e di mistagogia che i percorsi di preparazione al matrimonio vengono spesso ad assumere? Come coinvolgere la comunità in questa preparazione?».
Ora, cosa s’intende con «evidenziare il carattere di catecumenato e di mistagogia dei percorsi di preparazione al matrimonio»? «Evidenziare» agli occhi di chi? Dei beneficiari stessi? È inutile! Non è necessario dire ai destinatari che l’itinerario ha un carattere catecumenale, si tratta piuttosto di proporre loro un percorso in cui la preparazione al matrimonio sia l’occasione di entrare in contatto in modo significativo con il kerigma.
Allora, agli occhi di chi va evidenziato questo carattere catecumenale? Agli occhi di qualche responsabile che avrebbe bisogno di sapere che la preparazione al matrimonio ha un carattere catecumenale e mistagogico? In tal caso, saranno i frutti a mettere in evidenza che gli sposi hanno vissuto un reale cammino di iniziazione.
Trattandosi del carattere catecumenale della preparazione al matrimonio, non si può forse affermare che, se la Chiesa giudica positivo proporre un tale cammino, esso è in funzione della specificità del matrimonio cristiano? Ora, questa specificità sta essenzialmente nel fatto che i nubendi, impegnandosi l’uno nei confronti dell’altro, riconoscono e accettano di divenire per mezzo del proprio amore l’immagine stessa dell’amore di Dio per l’umanità. Essi assumono dunque la veste di testimoni dell’amore di Cristo nel mondo d’oggi. Di conseguenza, non sarebbe meglio evitare di fare di questo percorso un tempo di apprendimento della vita di coppia? Essi la conoscono già, quasi tutti vivono insieme da tempo e molti hanno già dei figli. Ugualmente occorrerebbe evitare assolutamente di fare di questi incontri un’occasione intempestiva di insegnamento riguardo al magistero della Chiesa sulla coppia, sulla famiglia e sul matrimonio.
Piuttosto, nella logica di offrire una preparazione al matrimonio – più oltre si vedrà che sarebbe preferibile uscire da questa logica «di offerta di servizio» – non sarebbe meglio approfittare della presenza e disponibilità dei nubendi per aiutarli prima di tutto a scoprire la fonte divina del loro amore (poiché Dio è l’Amore, ogni amore viene da Dio), poi a scoprire che «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici», e così via. In breve, che questo tempo di preparazione al matrimonio sia un cammino di avvicinamento esperienziale al Vangelo, senza cui è illegittimo pretendere di essere testimoni dell’amore di Cristo... Sta qui l’essenza della catechesi...
Come coinvolgere la comunità?
La parte finale della domanda è probabilmente più importante di tutto il resto: come coinvolgere la comunità in questa preparazione? Abbiamo già cominciato a rispondere parlando di una comunità cristiana che sia luogo di costruzione dell’identità cristiana. Ciò non vale soltanto per i genitori e la loro responsabilità nell’educare alla fede. Ogni volta che si ha una richiesta di sacramenti, sempre dovrebbe esservi un legame con la comunità cristiana. Infatti, forse la domanda andrebbe formulata in questo modo: «Come rendere membri della comunità cristiana le persone che chiedono di sposarsi in Chiesa?». E se questa riformulazione può apparire troppo radicale, tentiamo una formulazione più morbida: «Come fare affinché la vita della comunità cristiana sia tale che quanti chiedono di sposarsi in Chiesa possano trovare gusto a parteciparvi?».
È in questo dunque che la comunità cristiana viene direttamente interpellata, non per un coinvolgimento particolare in uno specifico percorso di preparazione al matrimonio (ad esempio, il contatto con la comunità nel quadro di una serie di incontri di fine settimana), ma in un senso molto più fondamentale: che la maniera in cui la comunità cristiana vive e si sviluppa permetta di scoprire la specificità del matrimonio cristiano attraverso un’esperienza di vita comunitaria.
In questo modo la domanda è sostanzialmente reinquadrata: non si tratta più di «incontri di preparazione al matrimonio», ma di un progetto d’amore portato avanti da una comunità di cui si è membri o si auspica di diventarlo... è tutta un’altra cosa!
Questo fondamentale cambiamento di prospettiva, in cui la parrocchia non è più «dispensatrice di servizi» – in questo caso un servizio di preparazione al matrimonio –, ma è il luogo di scoperta della propria specifica vocazione alla vita coniugale, potrà essere percepito da molti come un’utopia. Tuttavia, non è forse questa l’unica direzione possibile, per la pastorale del matrimonio come per tutto il resto? Non ci è forse richiesto, e a brevissimo termine, di uscire da percorsi focalizzati su di un singolo tema, per comprendere invece ogni forma di scoperta in un progetto globale e organico? Nella situazione attuale, qualunque altra strada sembra non portare ad alcun risultato.
c. Accompagnare i primi anni della vita matrimoniale (n. 40)
30. Sia nella preparazione che nell’accompagnamento dei primi anni di vita matrimoniale viene adeguatamente valorizzato l’importante contributo di testimonianza e di sostegno che possono dare famiglie, associazioni e movimenti familiari? Quali esperienze positive possono essere riportate in questo campo?
31. La pastorale di accompagnamento delle coppie nei primi anni di vita familiare – è stato osservato nel dibattito sinodale – ha bisogno di ulteriore sviluppo. Quali le iniziative più significative già realizzate? Quali gli aspetti da incrementare a livello parrocchiale, a livello diocesano o nell’ambito di associazioni e movimenti?
(30-31) Per l’accompagnamento delle coppie durante i primi anni di vita familiare sono da sviluppare specifici incontri e attività, nel rispetto dei ritmi della vita familiare e professionale. Molte coppie riprendono contatto con la Chiesa al momento dell’arrivo dei figli. Si presenta così l’occasione per ritrovare un rapporto regolare con queste famiglie al fine di accompagnarle al meglio sul loro cammino.
32. Quali criteri per un corretto discernimento pastorale delle singole situazioni vanno considerati alla luce dell’insegnamento della Chiesa, per cui gli elementi costitutivi del matrimonio sono unità, indissolubilità e apertura alla procreazione?
33. La comunità cristiana è in grado di essere pastoralmente coinvolta in queste situazioni? Come aiuta a discernere questi elementi positivi e quelli negativi della vita di persone unite in matrimoni civili in maniera da orientarle e sostenerle nel cammino di crescita e di conversione verso il sacramento del matrimonio? Come aiutare chi vive in concubinaggio* a decidersi per il matrimonio?
[ * La versione italiana dei Lineamenta riporta: «Come aiutare chi vive nelle convivenze a decidersi per il matrimonio?» (Regno-doc. 5,2015,23). Nella versione francese compare invece la parola concubinage (concubinaggio), che si è scelto di mantenere, poiché la risposta fa riferimento a quel termine – ndt ].
34. In maniera particolare, quali risposte dare alle problematiche poste dal permanere delle forme tradizionali di matrimonio a tappe o combinato tra famiglie?
(32-34) La società contemporanea, compresa la maggior parte dei cristiani, accetta senza problemi che un uomo e una donna possano vivere come coppia prima del matrimonio, o ancora che scelgano di vivere insieme senza tuttavia pensare al matrimonio civile o religioso. Può trattarsi di coppie all’inizio di un impegno per la vita, o di coppie che di nuovo assumono un impegno dopo un precedente fallimento.
Questa situazione si può spiegare con motivazioni diverse: mancanza di una certa stabilità economica, disoccupazione, desiderio che la coppia sia più consolidata per assicurarne la durata. Spesso si tratta di coppie credenti, anche vicine alla comunità cristiana, e che non hanno un atteggiamento di rifiuto della fede. Il fatto di vivere insieme è spesso considerato una garanzia di maturazione prima di impegnarsi definitivamente per la vita. In questo senso, la parola concubinage (concubinaggio), anche se giuridicamente corretta, è rivoltante; esprime una sorta di giudizio di valore inaccettabile per i nostri contemporanei.
Una pastorale d’accompagnamento delle coppie che vivono insieme al di fuori del matrimonio si fa allora sempre più necessaria. Situazioni come un battesimo, una prima comunione, un lutto e così via sono altrettante occasioni per accogliere queste persone e farsi prossimo di chi molto spesso si sente ignorato dalla Chiesa. Tenendo conto che il «vero amore tra marito e moglie (...) si manifesta in espressioni diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e dei tempi» (Gaudium et spes, n. 49; EV 1/1475; cf. Gaudium et spes, n. 52,3), l’accompagnamento pastorale di queste coppie deve assumere come criteri di base una comprensione del matrimonio in quanto processo, come pure una concezione della sessualità come azione umana per mezzo della quale le coppie, «prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l’intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono» (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). Inoltre, la questione delle relazioni prematrimoniali merita un nuovo approccio più adatto a questa nuova realtà.
Potrebbe anche rivelarsi fruttuosa una valorizzazione delle tappe precedenti la celebrazione del matrimonio, specialmente, ad esempio, la benedizione del fidanzamento, in vista di un cammino che conduca al matrimonio canonico. L’impegno del fidanzamento in quanto promessa di un impegno definitivo è previsto dalla liturgia; non necessita di passi burocratici, né parrocchiali né civili. È una benedizione sacramentale (cf. Sacrosanctum Concilium, nn. 60 e 79), non un sacramento.
La vita in comune si svolge con le scelte consapevoli della coppia in cammino verso il matrimonio. Nel quadro della pastorale giovanile, come nel quadro delle catechesi familiari e intergenerazionali, occorrerà promuovere maggiormente la vocazione al matrimonio.
d. Curare le famiglie ferite (separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali) (nn. 44-54)
35. La comunità cristiana è pronta a prendersi cura delle famiglie ferite per far sperimentare loro la misericordia del Padre? Come impegnarsi per rimuovere i fattori sociali ed economici che spesso le determinano? Quali passi compiuti e quali da fare per la crescita di questa azione e della consapevolezza missionaria che la sostiene?
(35) Sì, la Chiesa deve prendersi cura delle famiglie ferite seguendo tuttavia il criterio del «non giudicare». L’opera pastorale dovrà essere condotta con l’arte dell’accompagnamento che si nutre della misericordia sull’esempio di Gesù Cristo. Purtroppo la pratica della misericordia da parte della Chiesa sembra in tanti casi limitata, addirittura manchevole. Qui si dovrebbero trovare strade per proseguire una vita cristiana. I membri delle comunità sono chiamati non a giudicare ma ad adempiere al proprio ruolo in questo accompagnamento.
36. Come promuovere l’individuazione di linee pastorali condivise a livello di Chiesa particolare? Come sviluppare al riguardo il dialogo tra le diverse Chiese particolari cum Petro e sub Petro?
(36) È evidente che entrare nel campo della famiglia significa addentrarsi in un ambiente profondamente segnato dalla cultura e dalla storia. La comprensione antropologica del concetto di famiglia non è la stessa in Lussemburgo, in Giappone o in Benin – esempi presi a caso, per segnalare la diversità delle esperienze umane. La Chiesa particolare deve essere attenta alla recezione dei testi del magistero, vegliando affinché ne sia compreso e ricevuto lo spirito da parte dei fedeli. Di conseguenza appare utile che i testi del magistero siano testi che propongono una riflessione sull’essenza della parola di Dio in uno spirito di universalità, invitando tuttavia le Chiese particolari a svolgere un’opera di inculturazione. Le linee pastorali devono farsi carico delle esigenze e dei problemi della Chiesa locale, rimanendo comunque fedeli alla parola di Dio.
È in questo senso che la Chiesa in Lussemburgo, nel contesto della recezione della Humanae vitae, aveva sottolineato l’importanza per i credenti di fare affidamento sulla propria coscienza come riferimento morale ultimo: «Le spiegazioni dottrinali sul modo di vivere la vita coniugale non possono essere che sostegno alla decisione o agli orientamenti per la coscienza dei coniugi». Questa proposta di approccio al testo del magistero permetteva, nel 1969, alla Chiesa in Lussemburgo, di ricevere bene il testo dell’enciclica. Tale aiuto alla lettura, che metteva in primo piano la coscienza dei battezzati dinanzi alle esigenze della vita coniugale, rispettava la fedeltà al magistero della Chiesa universale, e tuttavia proponeva un approccio che facilitava la recezione presso i fedeli. Le Chiese locali hanno bisogno di libertà per scegliere i mezzi migliori per far fruttificare il portato della Chiesa universale presso i propri fedeli. Queste esperienze delle Chiese locali permettono a loro volta, attraverso una dinamica di scambio e di dialogo, di affinare la comprensione della parola di Dio nella sua dimensione universale.
37. Come rendere più accessibili e agili, possibilmente gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità? (n. 48).
(37) La seguente risposta è stata stilata dall’Officialité del Lussemburgo [Tribunale diocesano di prima istanza – ndt] in riferimento alle procedure di riconoscimento dei casi di nullità.
A proposito dell’accessibilità
(a) Occorre migliorare l’informazione per quan-to riguarda la procedura e la sua esistenza. A tale scopo possono essere utili il sito Internet della diocesi come pure un opuscolo esplicativo per le parrocchie.
(b) Occorre migliorare allo stesso tempo la formazione dei presbiteri e delle persone di riferimento nelle parrocchie sulle materie fondamentali, affinché questi possano utilmente orientare i fedeli che chiedono consiglio. In questo senso, l’Official [il vicario giudiziale – ndt] ha formato quanti si dedicano a preparare al sacramento del matrimonio. Vediamo tuttavia la necessità che la conoscenza del diritto matrimoniale sia maggiormente approfondita presso coloro che si impegnano nella pastorale familiare.
A proposito della celerità
(a) La celerità delle cause non dipende tanto dalla procedura, quanto dalla disponibilità di personale formato. Occorre dunque incoraggiare tutti i vescovi moderatori di tribunale a formare e mettere a disposizione del proprio tribunale un numero sufficiente di presbiteri e di laici. A nostro avviso, non è possibile da un lato lamentarsi per lo status quo riguardo alla dolorosa questione delle persone divorziate-risposate, e dall’altro lato non operare la scelta di destinare personale sufficiente al tribunale.
(b) In secondo luogo, si constata che uno dei motivi principali per la durata eccessiva di alcune cause sta nel fatto che un certo numero delle parti convocate, come pure molti testimoni nominati dalle parti, non sono disposti a collaborare con l’Officialité. Ciò è sicuramente dovuto alla secolarizzazione a causa della quale tanti non vedono l’importanza di un processo di nullità di matrimonio.
(c) La rapidità delle procedure potrebbe essere migliorata abrogando la seconda istanza automatica in caso di sentenza pro nullitate. Sussisterebbe una possibilità d’appello per la parte che si sente lesa e per il difensore del vincolo. Il risultato sarebbe l’eliminazione del secondo grado di giurisdizione per la maggior parte delle cause tranne le più problematiche.
(d) Quanto al «processo semplificato in caso di nullità notoria», occorre opporvi che innanzitutto non si vede quale potrebbe essere una nullità «notoria». L’esperienza mostra che spesso delle cause che all’inizio (al momento del colloquio previo con la parte richiedente) s’annunciano chiare, poi in fase d’istruzione si rivelano molto più complicate. Inoltre, nel caso di cause più evidenti di altre, l’esperienza del tribunale è che queste si concludono più rapidamente comunque.
(e) Uno sveltimento effettivo della procedura potrebbe aversi responsabilizzando maggiormente le parti fin dall’apertura del procedimento quanto al loro dovere di assicurarsi della disponibilità dei testimoni che propongono.

A proposito dell’agilità
È difficile cogliere il senso di questo termine quanto al procedimento canonico.
(a) Possiamo constatare che il nostro tribunale è assai agile quanto alla pratica delle audizioni:
– il personale del tribunale comprende cinque lingue diverse e inoltre i testimoni che non padroneggiano nessuna di queste lingue possono essere ascoltati da un officiante o un’assistente pastorale della loro comunità linguistica;
– vengono offerti orari oltre a quelli d’ufficio regolari per quanti non possono liberarsi in altri momenti;
– alcune audizioni si tengono anche nel presbiterio o al domicilio delle persone che hanno difficoltà a spostarsi.
(b) Si deve altresì osservare che il diritto canonico è lungi dall’essere «rigido»: si nota infatti che la giurisprudenza è in costante evoluzione e che nuovi capi di nullità trovano regolarmente espressione nei canoni del CIC o sono precisati dalla dottrina canonica.
(c) Quanto all’apertura di una «via amministrativa», va evidenziato il dilemma: che essa si faccia più rapida sacrificando dunque necessariamente le garanzie di rispetto della verità che offre la procedura più strutturata ma anche più completa della via giudiziaria, oppure che mantenga tali garanzie e in tal caso non si vede come potrebbe essere più rapida poiché dovrà necessariamente basarsi sulla medesima istruttoria, la tappa che richiede il tempo più lungo. D’altronde il carattere «amministrativo» non cambierà nulla poiché il vescovo diocesano non potrà comunque esercitare personalmente la propria responsabilità, come non esercita personalmente il proprio potere giudiziario. La rapidità di una eventuale via amministrativa dipenderà dunque, in ultima analisi, di nuovo dalla quantità di personale destinato a questi compiti, esattamente come è attualmente per i processi matrimoniali.
A proposito del costo
Va sottolineato che la procedura non può essere considerata dispendiosa e che il contributo richiesto è d’altronde lungi dal coprire i costi effettivi del processo. In particolare non è possibile alcun confronto con un divorzio, molto più costoso.
Riteniamo che la legislazione attuale, specialmente CIC can. 1649 e l’art. 305 del Codice civileregolino la questione in modo agile e molto soddisfacente.
38. La pastorale sacramentale nei riguardi dei divorziati risposati necessita di un ulteriore approfondimento, valutando anche la prassi ortodossa e tenendo presente «la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti» (n. 52). Quali le prospettive in cui muoversi? Quali i passi possibili? Quali suggerimenti per ovviare a forme di impedimenti non dovute o non necessarie?
(38) La maggior parte dei casi di fallimento matrimoniale si verifica per coppie validamente sposate, quando le circostanze della vita sono talmente mutate che la vita in coppia è divenuta insostenibile. Li obbligheremo a continuare a vivere insieme con tutte le conseguenze nefaste per quanti sono coinvolti, specialmente i figli? Impediremo loro di rifasi una vita in una nuova relazione? Sono questi gli autentici problemi pastorali che richiedono una scelta pastorale al di là del semplice ammorbidimento delle procedure.
Infatti, l’ammorbidimento delle procedure di dichiarazione di nullità è soltanto una soluzione a mezza via che non si fa carico del fatto che anche in caso di validità del matrimonio, la promessa matrimoniale può non reggere, a lungo andare. È lo stesso quando si parla di proporre un «cammino penitenziale» davanti a una caduta, senza ammettere la possibilità umana del fallimento dell’impegno preso al momento della celebrazione liturgica del matrimonio.
Questa opzione non tiene conto a sufficienza delle nuove acquisizioni delle scienze umane e della teologia morale, che consentono di pensare a un vero «progresso» nella comprensione della fede e della tradizione cattolica, secondo la visione del Concilio: «Questa tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cf. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» (Dei Verbum, n. 8; EV 1/883).
La pastorale sacramentale dei divorziati risposati pone numerose sfide. Tutto dipende dalla porta d’entrata che si utilizza per avanzare su questo terreno. Il card. Martini ha proposto un approccio basato sulla seguente domanda: «Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?». Potrebbe entrare nella riflessione anche il modello ortodosso, riconosciuto dalla Chiesa cattolica, come base per futuri orientamenti pastorali e teologici.
I divorziati risposati hanno bisogno della comunità cristiana per rimettersi in piedi, per superare il difficile momento della separazione e del fallimento. Essi attendono che la comunità li sostenga anche quando ritrovano l’amore e, con esso, la voglia di continuare a vivere. Attualmente le porte restano penosamente chiuse. È dunque urgente rettificare questa pratica contraria al Vangelo e alla misericordia. Occorre ripensare la disciplina ecclesiastica verso i divorziati risposati, e permettere loro la comunione eucaristica come pure una seconda occasione nella vita di coppia. In questo, la Chiesa latina può imparare dalle altre Chiese cristiane, specialmente ortodosse, che sono molto meno rigoriste nei confronti dei cristiani risposati.

L’indissolubilità come «vocazione»
Analogamente alla vocazione religiosa, l’indissolubilità è una «vocazione» che comprende tutta la vita ed essa non è esente dal rischio della frustrazione. Nella stessa logica, se al momento del fallimento di una vocazione sacerdotale o religiosa – ove si rinviene il carattere sacramentale –, la Chiesa ammette la cessazione dei voti religiosi o delle promesse sacerdotali, compreso il celibato, essa potrebbe anche, nel caso di fallimento irreparabile del matrimonio, ammettere il divorzio e riconoscere una nuova unione come canonica e sacramentale. Questo è il problema fondamentale espresso al momento della votazione dei numeri 52 e 53 della Relatio Synodi a proposito della comunione ai divorziati risposati.
Papa Francesco invita a superare «i purismi angelicati», «i nominalismi dichiarazionisti», «i fondamentalismi antistorici», «gli eticismi senza bontà» e «gli intellettualismi senza saggezza», che finiscono per separare la dottrina dalla realtà (Evangelii gaudium, n. 231; Regno-doc. 21,2013,683) e sono alla base di un atteggiamento pastorale che, per timore del «totalitarismo del relativismo», non tiene conto né delle persone né dei processi reali e che rischia fortemente di diventare astorico e inumano.
Infine, per dare risposta alla questione dell’opportunità dell’ammissione dei divorziati risposati alla comunione eucaristica, basti richiamare il principio pastorale avanzato allaEvangelii gaudium: «L’eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Evangelii gaudium, n. 47; Regno-doc. 21,2013,650).
39. La normativa attuale permette di dare risposte valide alle sfide poste dai matrimoni misti e da quelli interconfessionali? Occorre tenere conto di altri elementi?
(39) Nessuna risposta.
e. L’attenzione pastorale verso le persone con tendenza omosessuale (nn. 55-56)
40. Come la comunità cristiana rivolge la sua attenzione pastorale alle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale? Evitando ogni ingiusta discriminazione, in che modo prendersi cura delle persone in tali situazioni alla luce del Vangelo? Come proporre loro le esigenze della volontà di Dio sulla loro situazione?
(40) A differenza della società civile, l’omosessualità non è argomento di dibattito in seno alla Chiesa cattolica in Lussemburgo. Non esiste nel paese alcuna comunità cristiana di persone omosessuali. Di primo acchito, pare che gli omosessuali non siano esclusi dalle comunità locali. Si deve tuttavia ammettere che per molti omosessuali la Chiesa non gioca alcun ruolo nella propria vita.
f. La trasmissione della vita e la sfida della denatalità (nn. 57-59)
41. Quali i passi più significativi che sono stati fatti per annunziare e promuovere efficacemente la apertura alla vita e la bellezza e la dignità umana del diventare madre o padre, alla luce ad esempio della Humanae vitae del beato Paolo VI? Come promuovere il dialogo con le scienze e le tecnologie biomediche in maniera che venga rispettata l’ecologia umana del generare?
(41) Va da sé che la sessualità umana, nella concezione contemporanea, implica il mutuo rispetto fra le persone, come pure la reciprocità nella relazione; è all’interno di questa relazione umanizzante che trova posto una procreazione responsabile, escludendo i due estremi: procreazione a ogni costo e rifiuto della procreazione.
Lungi da un biologismo naturale, gli esseri umani sono chiamati a non comportarsi «come conigli» (papa Francesco). La procreazione responsabile è stata ben stabilita fin dal concilio Vaticano II (cf. Gaudium et spes, n. 50), ed è sotto questa luce magisteriale che «l’apertura alla vita» dell’amore coniugale deve essere rivisitata. Il riferimento all’Humanae vitae come base minima non può essere il criterio di discernimento; soprattutto se ci rammentiamo la «non recezione» che questa enciclica ha avuto presso il popolo credente.
Infatti, in quel documento di papa Paolo VI sono presenti i criteri, già forniti dal Concilio, che sono stati recepiti: la dignità dell’atto della procreazione, la responsabilità degli sposi nell’accoglimento dei figli; mentre invece la comprensione ivi delineata della sessualità umana, così come dei mezzi di regolazione della natalità, è per contro ampiamente non recepita dal sensus fidei del popolo cristiano. Senza timore, occorre essere onesti davanti a questo fatto ecclesiale della non recezione del magistero papale da parte del popolo di Dio e riconoscere che l’insistenza su questo insegnamento fa più male che bene all’azione pastorale della Chiesa nei confronti delle coppie.
Si tratta dunque di accrescere il rispetto reciproco all’interno della relazione matrimoniale, ove l’amore coniugale è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dalla sessualità (cf.Gaudium et spes, n. 49). È in questo contesto che trova posto l’apertura alla procreazione, ma come una decisione presa nell’armonia della coppia e nel rispetto della libertà di coscienza in vista di una paternità/maternità responsabile; ciò oltrepassa largamente il solo vissuto della biologia umana in quanto riproduzione.
L’atto sessuale manifesta il «mutuo e pieno amore» degli sposi (ivi). Imporre l’apertura alla procreazione come norma di ogni intimo atto sessuale della coppia manifesta un’incomprensione per la vita intima di una coppia, vita che è «consacrata da un sacramento di Cristo» (ivi) e la cui liceità non dipende dalla sola procreazione come ricorda il Concilio stesso (cf. Gaudium et spes, n. 50,3).

Sui metodi di regolazione della natalità
Inoltre, occorre superare l’insegnamento della Humanae vitae che vede l’artificiale come fondamentalmente antinaturale e non voluto da Dio. Infatti, più naturale all’uomo, per il fatto di essere stato creato creatore (cf. Gen 1,27s), è superare la natura e fare un ricorso responsabile all’opera delle sue mani (Tommaso d’Aquino). In questo senso, il rifiuto di ogni metodo di regolazione della natalità che abbia come unico argomento il fatto di essere non naturale o artificiale contraddice la natura stessa dell’uomo. Fondati spesso sull’astinenza e sulla meccanica, i metodi detti naturali sono lungi dal rispondere alla realtà delle coppie e divengono in tanti casi un ostacolo per una piena vita sessuale degli sposi. Questa è la causa fondamentale dell’abbandono di tali metodi da parte delle coppie cristiane. Restare attaccati a questi metodi che si sono spesso rivelati inefficaci e non profittare delle scoperte e del sapere delle scienze che l’uomo ha sviluppato è come voler rinunciare oggi ai vaccini o agli antibiotici poiché anch’essi sono artificiali!
Ancora una volta s’impone il «principio di realtà»: l’utilizzazione dei mezzi contraccettivi è generalizzata nelle coppie cristiane, che vi vedono un aiuto allo sviluppo sessuale nella propria vita di coppia. Dare valore alla sessualità nella coppia come espressione dell’amore verso l’altro – come fa il Concilio (cf. Gaudium et spes, n. 51,3) – comporta offrire alle coppie i mezzi per vivere questa dimensione in modo non colpevolizzante. Perché continuare a privare le coppie di questo aiuto, fornito dall’intelligenza umana, che permette loro una migliore padronanza della procreazione in quanto genitori responsabili e di essere così liberati dall’angoscia e dalla frustrazione che spesso scaturisce dall’utilizzazione dei metodi «naturali»?
Pastoralmente, occorrerebbe anche chiarire meglio la paternità responsabile secondo i criteri forniti dal Concilio (cf. Gaudium et spes, n. 50). Continuare a identificare la dottrina della «trasmissione responsabile della vita» con la proibizione dei metodi contraccettivi artificiali non farà altro che allargare lo scarto fra la morale sessuale dei manuali e il vissuto delle coppie cristiane e della società in generale.
«Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite» (Intervista a papa Francesco a cura di A. Spadaro, in La Civiltà cattolica, Quaderno 3918, (2013)3, 449-552).
42. Una maternità/paternità generosa necessita di strutture e strumenti. La comunità cristiana vive un’effettiva solidarietà e sussidiarietà? Come? È coraggiosa nella proposta di soluzioni valide a livello anche socio-politico? Come incoraggiare all’adozione e all’affido quale segno altissimo di generosità feconda? Come promuovere la cura e il rispetto dei fanciulli?
(42) Tutto ciò che è trasmesso dalla Chiesa riguardo alla sessualità viene oggi avvertito come un’intrusione nella vita privata delle persone. Un fatto che la maggioranza percepisce negativamente. Occorrerà tuttavia accompagnare le persone verso una responsabilità anche nel campo della sessualità e della vita affettiva. Temi come la pianificazione familiare, la genitorialità responsabile, il valore dell’uomo ecc. sono da promuovere da parte della Chiesa, per proteggere i valori umani.
La solidarietà fra famiglie può essere un modo cristiano per dare valore alla famiglia. Le famiglie hanno oggi bisogno di un continuo sostegno per consentire loro di affrontare tante sfide. Ogni cristiano è chiamato a impegnarsi a esercitare la propria influenza per farsi meglio carico delle famiglie. Nella nostra società è difficile accorgersi delle miserie familiari, poiché spesso la facciata è bella e non vi sono molte possibilità di scorgere la realtà che vi sta dietro. La nostra società non è abbastanza aperta in relazione alle famiglie d’accoglienza – vi sono 200 bambini che ne stanno attendendo una.
La promozione del matrimonio come vocazione è stata per lungo tempo in subordine rispetto a quella della vocazione presbiterale, e dunque occorrerà investire nella promozione della vocazione al matrimonio e alla famiglia. Nella società lussemburghese, il tasso di natalità è basso, il che riflette anche il ruolo delle famiglie e dei figli in Lussemburgo. Avere figli è una scelta personale.
43. Il cristiano vive la maternità/paternità come risposta a una vocazione. Nella catechesi è sufficientemente sottolineata questa vocazione? Quali percorsi formativi vengono proposti perché essa guidi effettivamente le coscienze degli sposi? Si è consapevoli delle gravi conseguenze dei mutamenti demografici?
(43) Non è certo possibile negare i mutamenti demografici che investono il mondo occidentale. Il Lussemburgo vive anch’esso tali mutamenti, con una natalità ben al di sotto del tasso minimo per il mantenimento della popolazione. Ma la domanda che si pone è: cosa può farci la Chiesa?
In generale, le coppie impegnate in una vita di fede sono aperte alla vita, che trasmettono con generosità. Si desidera convincere dell’importanza di avere figli persone che hanno un legame solo molto tenue o addirittura nessun legame con la Chiesa? Nella domanda vi è già la risposta. In Occidente, e dunque in Lussemburgo, la Chiesa non ha più alcuna influenza significativa sulla popolazione in generale, e ancor meno per questioni tanto intime come la decisione di procreare. D’altronde, le coppie cristiane che hanno un numero di figli più elevato della media non lo fanno per rispettare l’insegnamento della Chiesa, ma per una pulsione interna, radicata nel Vangelo, che li spinge a dare la vita per amore.
44. Come la Chiesa combatte la piaga dell’aborto promuovendo un’efficace cultura della vita?
(44) In Lussemburgo l’aborto è stato recentemente oggetto di una nuova legislazione, che in particolare accorda ai minori il diritto di abortire senza consenso dei genitori, sopprimendo l’obbligo di una seconda consultazione da parte della donna incinta e favorendo il fatto che l’aborto, così banalizzato, venga sempre più percepito in seno alla nostra società come un metodo di contraccezione fra gli altri.
A più riprese la Chiesa in Lussemburgo ha alzato la voce nel corso di questo iter legislativo con prese di posizione pubbliche per difendere la dignità della vita umana fin dai suoi inizi e per sottolineare la necessità di una seconda consultazione obbligatoria che possa aiutare la donna a prendere la sua decisione in anima e coscienza. Vi sono organizzazioni vicine alla Chiesa che offrono diverse forme di sostegno alle donne incinte, giovani e meno giovani, per rendere loro più facile la scelta per la vita. Aggiungiamo a questo proposito che la questione dell’aborto appare spesso legata a evidenti deficienze in termini di educazione affettiva.
45. Svolgere la loro missione educativa non è sempre agevole per i genitori: trovano solidarietà e sostegno nella comunità cristiana? Quali percorsi formativi vanno suggeriti? Quali passi compiere perché il compito educativo dei genitori venga riconosciuto anche a livello socio-politico?
(45) Nessuna risposta.
46. Come promuovere nei genitori e nella famiglia cristiana la coscienza del dovere della trasmissione della fede quale dimensione intrinseca alla stessa identità cristiana?
(46) Ritorniamo ancora con queste domande particolari al medesimo tema: non si tratta del tentativo di inculcare un insegnamento particolare riguardo alla coppia e alla famiglia in persone che non hanno alcun legame specifico con Cristo, il Vangelo e la comunità cristiana. È un modo di vedere il problema che ha qualcosa di artificiale.
Questo ambito dell’amore coniugale e dell’educazione dei figli è troppo intimamente esistenziale per impegnare decisioni sulla semplice base di un insegnamento ricevuto ex cathedra. Occorre dunque capovolgere il paradigma, fare in modo che l’intimità con Cristo, che la Chiesa deve saper proporre, irrighi ogni dimensione della vita e si ripercuota così sul modo di vedere la relazione amorosa, coniugale, genitoriale. In questa prospettiva, tutte le domande qui avanzate si vedono rischiarate di una luce diversa: la Chiesa non agirà nei confronti di coppie che non conosce, ma al contrario la comunità cristiana guiderà verso e nella vita coniugale persone che avranno scoperto in seno a questa comunità la propria identità di discepoli di Cristo.
Certo siamo ancora molto lontani da tutto ciò, ma se non ci si propone un simile orizzonte, e se non si prendono già ora delle decisioni che orientino in questo senso, si continuerà a perpetuare il modello che ci ha trascinato nella situazione pericolosa nella quale si trova oggi la Chiesa d’Occidente.

* Pubblicato in Regno-doc. 21-22,2015,20  del 1.6.2015.

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