lunedì 8 giugno 2015

Magistero e sensus fidei

di Andrea Grillo*

Una delle questioni più appassionanti, che emerge chiaramente dal dibattito intersinodale, potrebbe essere formulata in questi termini: come è possibile che il magistero ecclesiale sulla famiglia possa restare tanto “sordo” alle esigenze complesse della realtà familiare e arroccarsi in un mondo autoreferenziale, con una dottrina monolitica e una disciplina inadeguata non solo all’uomo, ma anzitutto al Vangelo? In altri termini, come può essere tanto grande la divaricazione tra dottrina ufficiale, sensus fidei e consensus fidelium?

Un codice senza lacune. Per rispondere a questa domanda, dobbiamo individuare, in due sviluppi ecclesiali del XX secolo, le radici remote e prossime della nostra peculiare condizione, che forse non ha eguali nella storia della Chiesa.

Da un lato, meno di 100 anni fa, nel 1917, entrava in vigore, per la prima volta nella storia della Chiesa, un Codice di diritto canonico. Con l’introduzione di questo “strumento”, l’approccio alle questioni giuridiche mutava di orizzonte. Entrava nell’esperienza ecclesiale non solo l’idea di un “corpus unitario”, contenente tutta la legislazione fondamentale della Chiesa, ma veniva introdotta anche l’esperienza di una “legge universale e astratta”, che non lasciava lacune o buchi: ogni questione veniva integralmente prevista, anticipata e risolta.


A priori si poteva pensare di avere, autorevolmente, una risposta per ogni domanda. Lo spazio della “discrezione” (e dell’ “economia”), pur non essendo superato, veniva fortemente ridotto e limitato. A questa “idea moderna di legge” dobbiamo sia la sparizione del criterio del “male minore” come soluzione delle questioni controverse, sia la “blindatura” del sistema e l’affermarsi del principio di “completezza del sistema giuridico”.

Un magistero “de universis”. Qualche decennio più tardi, con diverso intento, il concilio Vaticano II introduceva un nuovo paradigma magisteriale. Di esso importa qui sottolineare non tanto l’originalità dello stile o la profondità delle riscoperte, ma soprattutto la totalità profetica della competenza. Per la prima volta, nella storia della Chiesa, il magistero assumeva, in positivo, una competenza diretta su ogni sfera dell’esistenza del soggetto credente.

L’esercizio del magistero, che almeno fino al Vaticano I era consistito quasi solo in una duplice forma di linguaggio – quello del canone di condanna e quello della definizione dogmatica – ora assumeva il compito di dire, in positivo, l’esperienza della fede e la struttura della Chiesa, l’ascolto della parola e la celebrazione del culto, il lavoro dell’uomo e il suo tempo libero, i mass media e la formazione dei presbiteri, la libertà religiosa e la missione... Nulla restava esterno al magistero.

Questa era, allora, una totalità positiva, assunta profeticamente, nella crescente coscienza della “differenza” tra Chiesa e mondo, ma costituiva anche un precedente non privo di insidie: estendendo le competenze magisteriali a tutta la realtà, tale scelta avrebbe potuto essere usata, in futuro, come una formidabile autodifesa contro la realtà. Inventata per “riaprire le finestre” e far entrare aria fresca, avrebbe potuto essere usata, un domani, per “sprangare le porte” e vivere di aria condizionata e stantia.

Un sinodo “aperto”? Se oggi il sinodo dei vescovi trova difficoltà a “riconoscere” una realtà ad esso “esterna” – la vita irriducibile delle famiglie, la loro diversità, le loro gioie e le loro sofferenze – ciò è dovuto alla combinazione inattesa di una “totale blindatura del sistema giuridico” –, anche se pensato da Pio X come modernizzazione della Chiesa – e dall’estensione del magistero a ogni aspetto della vita del cristiano, che, da segno di profezia e di ascolto, diventa indizio di diffidenza e di sospetto.

Se, dal lavoro intersinodale, si sollevano questioni che riguardano l’autonomia della vita familiare, il riconoscimento del bene delle seconde unioni, la pluralità delle forme con cui trova origine la vita familiare..., davanti a tutto ciò è legittimo che si ponga una questione di fondo: è possibile che un “apparato”, che ha nel Codice uno strumento onnicomprensivo e nel magistero un principio di autorità coestensivo all’esistenza dei soggetti, possa “riconoscere” altro che se stesso? Potrà mai liberarsi davvero dell’autoreferenzialità una Chiesa che si rifugi, continuamente, nella legge blindata dal Codice e nell’autorità garantita dall’estensione del magistero conciliare?

Potrebbe essere una buona cosa comprendere ciò che è vivo e ciò che è morto – come si diceva un tempo – di queste due grandi esperienze della tradizione ecclesiale.

Sincronizzare la legge e i profeti... In particolare, per salvaguardare la preziosa tradizione giuridica, occorrerà metter mano ad una delicata riforma del Codice, che possa sincronizzare la comprensione del matrimonio canonico a una forma ecclesiale e ad una forma civile che abbiano acquisito il principio di “libertà di coscienza” non solo “prima” e “nel” consenso, ma anche “dopo” di esso.

La “storia del vincolo” dev’essere integrata in un sistema giuridico canonico che oggi non riesce a riconoscerla e che, per questo, è costretto a infinite finzioni, ipocrisie, giochi di prestigio, salti mortali, non solo per la salvezza delle anime, ma non raramente per salvare anzitutto se stesso.

Per salvaguardare, invece, il prezioso avanzamento che il Vaticano II ha consentito alla tradizione ecclesiale, occorre restituire al magistero i suoi “limiti naturali”. Potremmo dire, quasi come un paradosso, che la fedeltà al Vaticano II potrà essere garantita solo da un magistero che sappia “ascoltare” e “riconoscere” che il sensus fidei e il consensus fidelium rimane esteriore al servizio magisteriale.

Solo un magistero che non identifichi la Chiesa con se stesso sarà veramente al servizio del Vangelo e fedele al Vaticano II. Solo un tale magistero potrà dare ascolto con curiosità e interesse alle questioni nuove, inventare soluzioni veramente spirituali, accendere di speranza i cuori dei fedeli, ossia non perdere la tradizione nell’unico modo con cui le si resta fedeli: restando capaci di fare cose nuove.

Forse l’insistenza sulla “chiesa in uscita” e sul superamento dell’ “autoreferenzialità” – che risuona con tanta forza e fin dal principio nelle parole di papa Francesco – ha proprio qui la sua origine. Francesco sa bene che tutti i temi “conciliari” non sono compatibili con una Chiesa che non abbia a che fare con un altro “fuori da sé”, e che per questo abbia perduto la strada per – e la voglia di – uscire da sé.

*questo articolo è apparso su Settimana n. 22/2015 nella rubrica "Si/si-No/no-Do: questioni intersinodali / 9".

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