giovedì 16 luglio 2015

Ciò che è duro non necessariamente è giusto

di Andrea Grillo*

Con una bella citazione tratta da sant’Agostino, p. Jean-Miguel Garrigues ha risposto alle contestazioni che gli sono state mosse dopo la nota intervista rilasciata a Civiltà Cattolica. Negli stessi giorni, il card. W. Kasper, a sua volta, rispondeva, su Stimmen der Zeiten, alle critiche che aveva ricevuto per i suoi importanti interventi pre e postsinodali.Mi pare importante osservare una prima cosa. Entrambi questi importanti teologi sottolineano un dato decisivo: dal momento in cui papa Francesco ha voluto che si discutesse apertamente sulla condizione della teologia del matrimonio e sulle sue difficoltà, è impossibile obiettare a chi interviene di “oltrepassare” una “dottrina e disciplina acquisita”.

Il primo punto che dobbiamo acquisire è che, a causa di nuove questioni e di nuove prospettive, non si dà, oggi, una dottrina e una disciplina “acquisita” che sia adeguata all’esperienza degli uomini e alla parola di Dio.

35 anni dopo
Anzi, il buon senso, oltre che la tradizione, dovrebbe suggerire un’ulteriore considerazione. A suo tempo – ossia quasi 35 anni fa e in seguito ad un precedente Sinodo dei vescovi – l’esortazione apostolica Familiaris consortio (FC) intervenne mutando una serie di condizioni dottrinali e disciplinari, e non di secondo piano. L’affermazione della “non-separazione dei divorziati risposati dalla Chiesa” e la considerazione di una serie di “vie” per sancire la loro “comunione ecclesiale” rappresentò, obiettivamente, una novità per quei tempi.

Ora non è affatto chiaro perché, 35 anni dopo, la Chiesa dovrebbe “tener ferma” quella posizione, anziché proseguire nel suo approfondimento e nella sua evoluzione.
Se la disciplina è cambiata allora, perché non dovrebbe cambiare anche oggi?

Su questo punto una serie di interventi, oltre a quelli già citati, in particolare di G. Angelini e di A. Fumagalli (cf. ultimo numero de Il Regno) aiutano a considerare questa come la posizione più lucida e più promettente.

Ma ritengo che un terzo contributo debba essere considerato decisivo, almeno di fronte al lavoro che il sinodo ordinario dovrà iniziare ad ottobre: ed è la lucidissima lettura che un vescovo come J-P. Vesco ha proposto nel suo piccolo capolavoro Ogni amore vero è indissolubile.
Il libro, infatti, giustifica la propria rilettura delle questioni riguardanti i divorziati risposati proprio a partire dall’inadeguatezza della dottrina e della disciplina di FC.

Diciamolo chiaramente: la questione non si potrà risolvere se non si supereranno le risposte di FC 83-84, che oggi appaiono inadeguate e addirittura contraddittorie con la dottrina ecclesiale.

Vesco presenta sinteticamente le quattro vie con cui FC riteneva di poter affrontare la questione: ossia la “separazione della seconda coppia”, il “digiuno eucaristico”, l’“astensione dagli atti propri dei coniugi” e la “domanda di riconoscimento della nullità del primo matrimonio”.

Com’è evidente, ognuna di queste “vie” ha le sue parziali giustificazioni e le sue ragioni. Ma tutte e quattro, se pretendono di esaurire le modalità pastorali con cui la Chiesa può rispondere alle “forme di vita” attuali, diventano una pietra di inciampo e una distrazione rispetto alla serietà delle questioni che i “divorziati risposati” propongono alla dottrina e alla disciplina ecclesiale.

Se il Sinodo ordinario volesse semplicemente “confermare” questa disciplina ecclesiale, “tenendola per ferma” in modo rigido, perderebbe ogni giustificazione del proprio ruolo e diventerebbe un’incomprensibile conferma di una Chiesa solo autoreferenziale, sorda verso la realtà e cieca di fronte alle nuove opportunità di comunione che proprio queste forme di vita nuova offrono alla considerazione di tutti.

Nuova disciplina
Sarebbe paradossale che il papa, il quale vuole superare l’autoreferenzialità ecclesiale, accettasse un’impostazione clericale e anaffettiva della disciplina matrimoniale.

È stato ancora mons. Vesco, con assoluta lucidità, a indicare una via non traumatica, ma ricchissima, per uscire da questa impasse: da un lato, una rilettura dell’“indissolubilità dell’amore naturale”, dall’altro, una ricomprensione del canone 915 del Codice di diritto canonico – superando le strettoie mentali ed esperienziali degli ultimi decenni – permetterebbero, fin da subito, quella prassi di penitenza che potrebbe pensare le “seconde nozze” non come adulterio continuato, ma come rottura di un’alleanza che può trovare una sua faticosa riconciliazione e anche rendere possibile un nuovo inizio, che Dio può benedire.

Come ha detto sant’Agostino – e come sa chiunque appartenga alla tradizione in modo lucido e non rigido – «ciò che è duro non necessariamente è giusto». Considerare oggi le vite dei battezzati, che hanno visto morire il loro matrimonio e che hanno avuto la grazia di vivere un nuovo inizio di comunione, come «persistenza ostinata nel peccato grave» è uno scandalo per la ragione e un’offesa non solo alla tradizione di misericordia, ma anche all’autorevolezza giuridica di un ordinamento.
Non è un caso che mons. Vesco abbia potuto scrivere cose tanto lungimiranti avendo esercitato – prima di diventare padre domenicano – il mestiere dell’avvocato. Comprende bene egli, in modo molto più diretto, i punti deboli di un “assetto disciplinare” che è diventato incapace di rapportarsi al reale e che è costretto a sempre maggiori “finzioni”, pur di non perdere potere. Cincischiare nel difendere tale impostazione ingiusta e inutilmente dura è solo tempo perso, che non può rendere un servizio né all’esperienza degli uomini, né alla parola di Dio.

La disciplina di FC 83-84, con la sua impostazione inadeguata, non solo non contribuisce a risolvere il problema, ma è parte del problema stesso. Se i padri conciliari non sapranno riconoscere la problematicità – sistematica e giuridica – di questa impostazione, difficilmente potranno dare soluzione al problema.
Poiché, come ricorda Aristotele, «è una forma di rozzezza non distinguere tra ciò che deve essere ricercato e ciò che non deve esserlo», non accorgersi che la disciplina stabilita da FC 83-84 non è una soluzione ma una parte non piccola del problema, sarebbe una forma di “rozzezza” con cui non sapremmo collocarci all’altezza della tradizione. Se l’Instrumentum laboris non è, almeno in questo caso, di grande aiuto – proprio per la ripetuta insistenza con cui si richiama a questa disciplina inadeguata – abbiamo però, già pronti, gli strumenti per evitare questa pericolosa apaideusìa (ignoranza).

*questo articolo è apparso su Settimana n. 28/2015 nella rubrica "Si/si-No/no-Do: questioni intersinodali / 12"

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