domenica 5 luglio 2015

Conosciamo davvero l'ortodossia?

di Basilio Petrà

L’Instrumentum laboris dedica il n. 129 alla “peculiarità della tradizione ortodossa”. Esso suona così: “Il riferimento che alcuni fanno alla prassi matrimoniale delle Chiese ortodosse deve tener conto della diversità di concezione teologica delle nozze. Nell’Ortodossia c’è la tendenza a ricondurre la prassi di benedire le seconde unioni alla nozione di “economia” (oikonomia), intesa come condiscendenza pastorale nei confronti dei matrimoni falliti, senza mettere in discussione l’ideale della monogamia assoluta, ovvero dell’unicità del matrimonio. Questa benedizione è di per sé una celebrazione penitenziale per invocare la grazia dello Spirito Santo, affinché sani la debolezza umana e riconduca i penitenti alla comunione con la Chiesa”.
Bisogna dire tuttavia che di peculiare in queste poche righe c’è il modo di trattare la tradizione ortodossa, giacché la sua descrizione mescola alcune cose vere a una sostanziale incomprensione di essa.
E’ vero certamente che la concezione teologica ortodossa delle nozze non è uguale a quella cattolica.
E’ vera anche l’idea dell’unicità del matrimonio, nel senso che il matrimonio nel disegno di Dio sarebbe per sempre (eterno) e tra un uomo e una donna: questo non ha però a che fare solo con i matrimoni falliti (nel senso del divorzio) ma anche con i matrimoni vedovili: ambedue i tipi di matrimonio sono imperfetti rispetto all’unicità e per questo non sono consentiti oltre le terze nozze a differenza di quanto fanno i cattolici per i quali la morte costituisce la semplice fine del matrimonio come vincolo naturale e sacramentale (si vedano i nostri due codici canonici, il CIC e il CCEO).
Per questa imperfezione ci sono alcune preghiere penitenziali iniziali.
La benedizione ortodossa delle seconde nozze (identica per vedovi e divorziati) è oggi del tutto uguale alla benedizione delle prime nozze e tanto nelle prime che nelle seconde incoronazione e benedizione sono identiche. Incoronazione e benedizione conferiscono il pieno carattere misterico alla celebrazione.
Il ministro del matrimonio, cioè il sacerdote, unisce le destre dei due sposi e li incorona. Chi ha scritto l’ultima frase dicendo che la benedizione delle seconde nozze “è di per sé una celebrazione penitenziale” è dotato di molta fantasia: forse non ha mai letto il corrispondente rituale né ha partecipato a un tale matrimonio.

La volontà di ricondurre poi all’economia ecclesiastica tutta la prassi delle seconde nozze occulta un fatto largamente noto a chi si occupa di tali cose: tutta la tradizione orientale, greca e non, considera da sempre le eccezioni matteane (Mt 5,32; 19,9) come vere eccezioni e dunque ritiene che lo stesso Signore Gesù abbia consentito le nuove nozze al coniuge innocente nel caso di adulterio (così è interpretata la parola greca porneia).

Per questo motivo, tra l’altro, la tradizione ortodossa distingue tra l’indissolubilità ontica o ontologica e l’indissolubilità morale.
Già nella prima edizione del mio La Chiesa dei Padri. Breve introduzione all’Ortodossia (EDB 1998, 73) - a settembre in una nuova edizione - ebbi occasione di scrivere: “Anche per questo motivo l’indissolubilità è sempre stata interpretata in Oriente come indissolubilità morale (il matrimonio non «deve» essere sciolto) e non come indissolubilità ontologica (il matrimonio «non può» ontologicamente essere sciolto da nessun potere umano)”.

Come si sa Giuseppe Angelini ha presentato (cf. anche l'ultimo numero della rivista Il Regno 6/2015) come novità questa distinzione: in realtà, di nuovo c’è solo il fatto che un cattolico introduce questa distinzione dimenticando che per secoli e secoli la tradizione latina ha accusato quella orientale di andare proprio per questo contro la dottrina evangelica e apostolica.

3 commenti:

  1. Grazie, don Basilio!
    don Marco Paleari

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  2. Caro don Basilio,
    grazie per la chiarificazione storico-teologica.

    Verrebbe però da dire che la classica e bizantina distinzione tra indissolubilità morale e indissolubilità ontologica forse non può trovare vera comprensione in un contesto sociale in cui la realtà non è molto distinta dalla pratica.
    Se la distinzione tra le due indissolubilità può essere una 'soluzione' forse però può non essere e non è 'pastoralmente' opportuna visto che la maggior parte delle persone crederebbero che da una parte si affermerebbe un principio e dall'altra si suggerirebbe una scappatoia...

    La mentalità contemporanea forse non reggerebbe l'urto: non sarebbe, dunque, meglio offrire una reinterpretazione del concetto di indissolubilità? La tradizione orientale, pur avendo trovato un buon equilibrio in passato, non potrebbe essere oggi solo una testimonianza storica che indichi 'la possibilità' più che una soluzione teologica in senso contemporaneo?

    In ogni caso, grazie per il suo intervento!

    Umberto


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  3. Giuseppe Angelini ha esposto la distinzione tra indissolubilità morale e indissolubilità “fisica” segnalando che in un suo vecchio saggio, datato 1975, si era già pronunciato sull’argomento esponendo le stesse riflessioni. La “novità” non è tale, e non lo è prima di tutto per l’autore, ma risale a quarant’anni fa. Angelini argomenta sull’indissolubilità, stringendo un confronto tra due concezioni all’interno della teologia cattolica, con un rapidissimo cenno (almeno nella relazione presentata a Milano, in Facoltà Teologica lo scorso 11 maggio) alla tradizione ed alla teologia ortodossa sul matrimonio senza, volutamente, approfondire il punto anche perché il contesto non lo chiedeva, né lo chiedeva la relazione a lui affidata. L’accenno, anche se brevissimo, serve a comprendere meglio il discorso del teologo che si “posiziona” sull’idea morale di indissolubilità a partire da una concezione “pratica” della teologia morale - e non solo della teologia del matrimonio - che vede al centro delle nozze la volontà e l’agire degli sposi nei quali si media, necessariamente, la grazia del sacramento. Per la teologia ortodossa, secondo Angelini, non si tratterebbe di una concezione morale di indissolubilità, ma di una variante “mistica” della stessa concezione “fisica” cattolica. Questa, sempre secondo Angelini, è favorita dal difetto di pensiero circa la coscienza morale, per cui si ignora il concorso del consenso libero, e dunque della fede, alla conoscenza (o coscienza) dell’indissolubilità stessa. Bianca Maggi

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