lunedì 20 luglio 2015

Il percorso penitenziale? Che cosa comporta?

di Basilio Petrà

La pessima fama di una soluzione onesta ma incapace di cogliere la realtà.

E' noto che negli ultimi decenni del secolo scorso è stata ufficialmente proposta una soluzione comunemente indicata come "soluzione fratello-sorella" per consentire ai divorziati risposati in situazione irreversibile d'essere assolti e ammessi all’eucaristia, escludendo lo scandalo.
E’ altresì noto che tale soluzione è quasi indicibile: è considerata una prova della sessuofobia cattolica giacché attribuisce ai rapporti sessuali un valore eccessivo o, come dice X. Lacroix, “un’importanza smisurata”.

Eppure, questa soluzione ha una storia interessante.
Nasce tra Ottocento e Novecento come soluzione di foro interno (tra confessore e penitente) per attenuare il rigore della prassi precedente che prevedeva la separazione delle persone in nuova unione e, se possibile, il ritorno alla precedente unione: in particolari e gravi circostanze, per assolvere e ammettere all’eucaristia si chiedeva solo la sospensione dei rapporti sessuali senza esigere la separazione, rimanendo sempre il principio di evitare lo scandalo.

La logica di tale soluzione era molto precisa: poiché nella dottrina cattolica l’unione sessuale era – ed è ancora oggi - considerata propria ed esclusiva degli sposi, la disponibilità delle persone in nuova unione ad accettare questa proposta indicava che essi riconoscevano di non essere veramente marito e moglie, proprio in quanto accettavano di rinunciare all’unica cosa che per la dottrina cattolica è propria ed esclusiva dei veri sposi. Questa soluzione di foro esterno è stata formalmente e pubblicamente estesa nel 1979 alla Chiesa italiana e ripresa a livello universale con Familiaris consortio, n. 84.

Ho indicato come "onesta" questa soluzione perché tenta una via pastorale di riammissione sacramentale che conserva e salvaguarda la visione cattolica della relazione tra esercizio della sessualità e matrimonio (per i battezzati il matrimonio sacramento). Non cade cioè nel rischio di incrinare la dottrina cattolica della sessualità aprendo una strada che legittimi l’esercizio della sessualità in una unione non autenticamente matrimoniale per due battezzati.

Bisogna riconoscere che non mostrano la stessa preoccupazione tutte le soluzioni che ritengono che un percorso penitenziale – in qualunque modo sia pensato - possa fare di una seconda unione un vero matrimonio tra battezzati, pur continuando a sostenere che è il primo legame quello sacramentalmente vero. Chiunque sostenga un cosa simile necessariamente implica che l’unione sessuale può essere considerata moralmente giusta anche fuori del matrimonio sacramentale – l’unico vero - tra due battezzati, purché si attui in un contesto che ha qualche elemento di oggettività matrimoniale (matrimonio civile? certificato di convivenza? convivenza stabile? ferma volontà di sposarsi appena possibile? ecc).
Affermazione difendibile ma che, come si sa, non corrisponde all’attuale dottrina della Chiesa; anzi, la incrina seriamente nella sua logica nuziale.

Soluzione dunque onesta, ma anche soluzione che può avere un valore solo per le persone che onestamente pensano alla seconda unione come un non vero matrimonio. Qualunque cosa si possa pensare, esistono di fatto coppie nelle quali le persone accettano una tale soluzione. E’ tuttavia certo che la maggior parte delle persone che vengono a noi in seconda unione sono convinte che la loro seconda unione è un vero matrimonio e che la prima unione, pur essendoci stata e permanendo nella sua traccia esistenziale ineliminabile, non ha più un significato di vero matrimonio per loro: è cioè finita come matrimonio.

Questo è il vero problema di qualsiasi pastorale dei divorziati risposati che tornano alla Chiesa, nei casi nei quali non si può applicare una via di nullità, di foro esterno o di foro interno che sia: c’è un modo non contraddittorio per riconoscere che la prima unione è finita?
Come si sa, la dottrina cattolica dice formalmente di no.

Eppure c’è un’affermazione della dottrina cattolica che è innegabile e consegnata ai Codici come anche alla teologia sacramentaria: la morte fisica del coniuge pone fine al vincolo naturale e sacramentale del matrimonio.
Uno sposo che muore con il corpo si spoglia anche del vincolo, anche se è chiaramente affermato che il vincolo sponsale va ben al di là del suo corpo e raggiunge lo spirito, anche se è dogma di fede che lo sposo non finisce con il corpo e che ci sarà la risurrezione dei corpi, anche se si annuncia continuamente che il vincolo sponsale cristiano è segno sacramentale del vincolo di Cristo e della Chiesa, un legame che vince la morte.

Ebbene, una dottrina che ha ammesso e ammette la fine "fisica" del rapporto come fine totale (naturale e sacramentale) del vincolo, pur nelle consapevolezze ricordate, dovrebbe ben essere in grado di comprendere (e pastoralmente riconoscere) che non è solo la morte fisica che può costituire la fine umana di un rapporto sponsale.
Ci sono tante vicende umane che dividono irreversibilmente e insanabilmente due sposi, vicende che hanno un sapore più amaro e funereo di tante morti che lasciano invece nel cuore riconoscenza, affetto indistruttibile, attesa fiduciosa di ritrovarsi di nuovo nella pienezza del Regno.

1 commento:

  1. Non sono assolutamente d'accordo sul finale dell'articolo.
    Solo la morte fisica costituisce la fine di un rapporto sponsale. Non giochiamo con le parole e i concetti cercando di dimostrare transitività che non esistono. Il Matrimonio è per la vita, e Matteo (22: 29,33 ) è chiaro.

    Il Matrimonio, che è Sacramento, non "muore", nemmeno se qualcuno insiste e continua a riipeterlo continuamente.

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