venerdì 3 luglio 2015

Sacramento o contratto? A confronto con W. Aymans

di Andrea Grillo*
Più volte, anche in questa rubrica, si è giudicato molto importante il fatto che possa aprirsi un dialogo più intenso e più franco tra teologia e diritto canonico, in vista di una comprensione più adeguata e più profonda delle questioni che interessano questa “fase intersinodale”.
Per questo ho letto con grande interesse le considerazioni che Winfried Aymans ha svolto, su L’Osservatore Romano del 9 giugno u.s. e che sono state opportunamente riportate dal Blog del Regno.

Il canonista tedesco solleva due questioni veramente importanti per il dibattito ecclesiale: da un lato il problema della “comprensione teologica” del matrimonio, e dall’altro quello della “rilevanza della fede” per il giudizio sulla validità del matrimonio. Sia il primo che il secondo tema vengono affrontati con sguardo ampio e con mano sicura. Ma ciò che colpisce, già ad una prima lettura, è il fatto che il retroterra teologico e pastorale del discorso sembra talmente ridotto e concentrato, da non assumere alcuna vera rilevanza per le soluzioni prospettate.

La “teologia” che Aymans chiama in causa sembra quasi soltanto una “messa in guardia di fronte all’influsso del pensiero moderno sul matrimonio”. Già il fatto di tradurre l’impulso che papa Francesco ha dato al dibattito sul matrimonio con questo parole riduttive mi pare piuttosto significativo.
Ma è comunque apprezzabile che il canonista raccolga la questione e ne rilanci la urgenza.

Vorrei allora soffermarmi su ciascuno di questi punti, mettendo in luce le buone ragioni di Aymans, ma anche le strettoie teologiche e sacramentali nelle quali il giurista – proprio in quanto giurista – sembra rimanere catturato.

Due ministri del matrimonio, anzi tre
Il primo punto su cui si sofferma Aymans è il seguente: se la tendenza del mondo moderno è stata quella di “secolarizzare” il matrimonio, non sarà forse che la dottrina canonica ecclesiale abbia dato un contributo non secondario a questa tendenza?
La questione, come si vede, è molto delicata. Di fatto, il predominio della categoria di “contratto” ha – secondo Aymans – emarginato l'azione di Dio rispetto all’azione dell’uomo/donna.
Per questo, riprendendo una antica tradizione, che Melchior Cano aveva a suo tempo proposto con autorità, vorrebbe recuperare un ruolo “costitutivo” della solenne dichiarazione che il ministro della Chiesa fa sul consenso dei coniugi.

In tal modo il sacramento avrebbe non due ministri, ma tre e si costituirebbe propriamente solo con la dichiarazione trinitaria del presbitero. Aymans coglie bene i limiti dell'identificazione tra contratto e sacramento.
Ma sembra orientarsi a fare, della dichiarazione del ministro ordinato, una sorta di “legge suprema” del matrimonio, e non l’apertura alla sua profezia e alla sua escatologia, al suo principio e al suo compimento.
Qui, a mio avviso, l'acuta osservazione di Aymans, si risolve in una “legge più alta”, ma non riesce a mantenere la differenza tra legge e Vangelo.

La “benedizione di Dio” non è una “legge più vincolante”, ma la verità di ogni legge in quanto “grazia”. Alla secolarizzazione moderna non si risponde con una “blindatura legale del matrimonio”, ma con una riscoperta della differenza tra legge e vangelo.

Fede oggettiva e fede soggettiva
L'irrilevanza della “fede” per il sacramento, in modo analogo a quanto già detto per l'invadenza del “contratto” nella tradizione post-medievale, sembra richiedere una revisione anche delle categorie giuridiche.
Anche in questo caso Aymans identifica bene la questione, ma sembra trattarla, ancora una volta, mediante un approccio troppo rigido e poco articolato.
Se la fede dei soggetti diventasse rilevante – dice Aymans – allora andremmo incontro ad una “deriva soggettiva”. A una riduzione oggettivistica, che è tipica della tradizione, verrebbe contrapposta una deriva soggettivistica. Indipendentemente dalla fede, tutti i matrimoni sono validi, ma se la fede diventasse rilevante, tutti i matrimoni potrebbe risultare invalidi.

Questo modo di ragionare discende da un uso teologicamente troppo semplicistico del termine “fede”, che il diritto non ha ancora sufficientemente articolato. Fede oggettiva e fede soggettiva sono gli estremi – quasi disumani – di un vasto campo di “fede intersoggettiva”, al cui interno lavora precisamente la “pastorale”, anche del matrimonio. Che ha bisogno dei due “concetti estremi” come punti di fuga e come casi limite, ma che incontra, concretamente, solo forme intermedie della fede, che strutturano i soggetti e le comunità e ai quali i pastori di oggi debbono saper rispondere in modo “non estremistico”.
La saggezza pastorale non può restare troppo a lungo su questi puri estremi senza perdere completamente se stessa e la propria intelligenza del reale.

Il senso di una nuova collaborazione
I due rilievi sollevati dal canonista sono dunque pertinenti.
Ma il modo con cui vengono affrontati e risolti risulta insoddisfacente.

Se il diritto canonico interpreta Cristo come “supremo legislatore” e legge la fede nella semplice antitesi tra “oggettivo” e “soggettivo”, anziché risolvere i problemi, ottiene solo l’esito di complicarli.

Ha ragione il canonista a rivendicare una “ministerialità della presidenza” all’interno del matrimonio: ma questo non è per assicurare un “eccesso comunitarista”, ma per salvaguardare la “sporgenza del dono sul compito”.
Il ruolo del “prete”, nel matrimonio, è anzitutto “pre” e “meta” giuridico.

Allo stesso modo, il fatto che il “discorso sulla fede” si sposti, inevitabilmente, in ambito ecumenico, sembra perdere di vista la questione fondamentale, ossia che la “fede”, prima che oggettiva o soggettiva, è una dimensione intersoggettiva della ecclesia, sulla quale il diritto non ha potere, ma che può, pacatamente e acutamente, riconoscere.
La teologia del contratto e quella del sacramento non s'identificano. Questo punto della tradizione merita un supplemento di riflessione, sia da parte degli esperti di sacramenti, sia da parte degli esperti di contratti.

*questo articolo è apparso su Settimana, n. 26/2015 nella rubrica "Si/si-No/no-Do: questioni intersinodali / 11".

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