giovedì 23 luglio 2015

Sulla comunione spirituale 1

di card. Marc Ouellet

L'11 luglio Avvenire ha pubblicato due riflessioni del card. Ouellet sulla comunione spirituale. Nella prima "esamina ciò che la tradizione biblica, patristica e teologica ha detto a proposito della differenza tra comunione spirituale e comunione sacramentale, soffermandosi in particolare su san Paolo, s. Agostino, s. Tommaso. E poi sintetizzando quanto ribadito dal concilio di Trento". Qui la prima riflessione (red.). 
“Alcuni Padri hanno sostenuto che le persone divorziate e risposate o conviventi possono ricorrere fruttuosamente alla comunione spirituale. Altri Padri si sono domandati perché allora non possano accedere a quella sacramentale. Viene quindi sollecitato un approfondimento della tematica in grado di far emergere la peculiarità delle due forme e la loro connessione con la teologia del matrimonio”.

La proposizione n. 53 del Sinodo straordinario sulla famiglia chiede un approfondimento della tematica della comunione spirituale e sacramentale e del suo rapporto con la teologia del matrimonio. L’invito è dunque rivolto ai teologi perché forniscano ai pastori la luce indispensabile per un coerente e fruttuoso orientamento pastorale.

Prima di entrare nel merito dell’applicazione di questa distinzione al caso che ci interessa, richiamiamo innanzitutto la tradizione della Chiesa cattolica a questo proposito, che sembra essere sprofondata nell’oblio. Ai nostri giorni, la facilità con la quale tutti si comunicano ha fatto dissolvere in molti il senso spirituale profondo della comunione eucaristica.

Un certo desiderio di partecipazione attiva sul piano sociale ha soppiantato l’esigenza un tempo fortemente percepita dello stato di grazia per accostarsi alla comunione. Ecco perché occorre richiamare l’insegnamento della tradizione cattolica sulla distinzione e l’unità tra la comunione sacramentale e la comunione spirituale così come è stato compreso e trasmesso nel corso dei secoli.

Sin dalle origini san Paolo è intervenuto con tutta chiarezza sulle disposizioni richieste per mangiare e bere degnamente il corpo e il sangue del Signore: “Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,28-29).
Tra queste disposizioni risaltano in primo piano la carità e l’unità che facevano difetto tra i Corinti ai quali egli rivolge quest’avvertimento. Al capitolo precedente l’Apostolo indica il fondamento di queste disposizioni: “E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane” (1Cor 10,16-17). L’Apostolo unisce così inseparabilmente il corpo eucaristico di Cristo e il suo corpo ecclesiale.

Sant’Agostino prolunga questa dottrina paolina dell’unione spirituale al corpo sacramentale ed ecclesiale di Cristo: “Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen”.

Tanto egli descrive la virtù unitiva di questo sacramento, tanto insiste sulle disposizioni per un’autentica comunione spirituale: “Mangiare questo cibo e bere questa bevanda, vuol dire dimorare in Cristo e avere Cristo sempre in noi. Colui invece che non dimora in Cristo, e nel quale Cristo non dimora, né mangia la sua carne né beve il suo sangue, ma mangia e beve a propria condanna un così sublime sacramento, essendosi accostato col cuore immondo ai misteri di Cristo, che sono ricevuti degnamente solo da chi è puro”.

Nel suo commento sul Levitico, Origene parla nello stesso senso descrivendo la comunione spirituale dell’anima santa come un cibarsi del Verbo: “Dunque il luogo santo è l’anima pura. In questo luogo ci è comandato di mangiare il cibo della parola di Dio. Giacché non conviene che un’anima non santa riceva parole sante: ma, se si purifica da ogni sozzura della carne e dei costumi, allora, divenuta luogo santo, prenda come cibo di quel pane che discende dal cielo”.

San Tommaso d’Aquino raccoglie la Tradizione apostolica e patristica e l’arricchisce per mezzo delle sue caratteristiche distinzioni tra cui quelle che noi cerchiamo di meglio comprendere. Egli le elabora in dettaglio trattando del cibarsi del sacramento nella quaestio 80 della III pars, articoli da 1 a 12. Ecco un estratto dell’undicesimo articolo: "[…] si può ricevere questo sacramento in due modi: spiritualmente e sacramentalmente. Ora, è chiaro che tutti sono tenuti a comunicarsi almeno spiritualmente: poiché ciò significa incorporarsi a Cristo, secondo le spiegazioni date. La comunione spirituale però include il desiderio di ricevere questo sacramento, come si è già osservato. Perciò senza il desiderio di ricevere questo sacramento non ci può essere salvezza per l’uomo".

Il Dottore Angelico si sforza in seguito di precisare, senza necessariamente contrapporre, la comunione sacramentale e la comunione spirituale poiché esse sono ordinate l’una all’altra.

Il modo perfetto dunque di ricevere l’eucaristia si ha quando uno riceve il sacramento in modo da riceverne l’effetto. Capita però a volte, come si è già detto, che uno sia impedito di ricevere l’effetto di questo sacramento: e allora la comunione eucaristica è imperfetta. Come dunque il perfetto si contrappone all’imperfetto, così la pura refezione sacramentale in cui si riceve solo il sacramento senza il suo effetto si contrappone alla refezione spirituale in cui si riceve l’effetto di questo sacramento, che unisce spiritualmente l’uomo a Cristo per mezzo della fede e della carità.

La differenza di cui qui egli parla riguarda colui che si comunica sacramentalmente con le giuste disposizioni spirituali e percepisce di conseguenza l’effetto spirituale del sacramento, e colui che si comunica solo sacramentalmente senza percepirne i frutti poiché manca delle disposizioni di fede e di carità. La sua risposta alle obiezioni precisa ancora la stessa cosa: “La refezione sacramentale che giunge a quella spirituale non le si contrappone, ma è inclusa in essa”.

In breve, ci sono un modo perfetto e un modo imperfetto di comunicarsi: il modo perfetto identifica comunione sacramentale e spirituale, dove la prima nutre la seconda; il modo imperfetto è sia quello della comunione sacramentale senza l’effetto spirituale in mancanza di disposizioni, sia ancora la comunione spirituale di desiderio (in voto) senza la comunione sacramentale a motivo d’un qualsiasi impedimento.
Teresa di Gesù esortava le sue figlie a questa pratica proficua: "Figliuole mie, quando ascoltate la S. Messa senza accostarvi alla comunione, procurate di comunicarvi spiritualmente, e raccoglietevi in voi stesse. Questa pratica è assai vantaggiosa, e per essa vi accenderete di grande amore di Dio. Se da parte nostra si farà il possibile per meglio prepararci a riceverlo, Egli che nel far grazie ha un’infinità di mezzi a noi ignoti, non lascerà mai di compartircene qualcuna".

La tradizione cattolica si appoggia soprattutto sulla dottrina del Concilio di Trento a proposito della comunione eucaristica, in risposta alle posizioni protestanti. Essa distingue chiaramente tre casi: la comunione sacramentale di chi è in stato di peccato, che non è spirituale perché indegna; la comunione spirituale senza il cibarsi del sacramento; e la comunione perfetta, sacramentale e spirituale: "Quanto all’uso poi, i nostri padri distinsero giustamente e saggiamente tre modi di ricevere questo santo sacramento. Insegnarono, infatti, che alcuni lo ricevono solo sacramentalmente, come i peccatori; altri solo spiritualmente, e sono quelli che mangiando quel pane celeste solo con un atto di desiderio, per la fede viva, “che opera per mezzo della carità” [Gal. 5,6], ne traggono frutto e vantaggio; i terzi lo ricevono sacramentalmente e insieme spiritualmente [can. 8], e sono coloro che prima si esaminano e si preparano in modo da accostarsi rivestiti dell’abito nuziale a questa mensa divina [cf. Mt 22,11s]".

L’unità e la distinzione delle due forme di comunione non è sempre chiaramente percepita ai nostri giorni a motivo d’una certa banalizzazione della comunione da noi richiamata all’inizio, che è all’opposto della manchevole pratica della comunione sacramentale durata per secoli, che il giansenismo ha aggravato nei tempi moderni per eccesso di moralismo, ma che san Pio X ha efficacemente combattuto con la promozione della comunione frequente.

Influenzati da questi episodi, alcuni ritengono che la comunione spirituale sia un’alternativa insufficiente (ersatz) da proporre alle persone divorziate e risposate. Daremo risposta a ciò in un prossimo articolo alla luce dell’insegnamento da noi richiamato, che lascia intravvedere reali prospettive di misericordia ancora da scoprire.

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