lunedì 31 agosto 2015

Si rischia la miopia e l'ingiustizia

di Basilio Petrà
Il Pontificio consiglio per la famiglia ha dato alle stampe il volume che raccoglie relazioni e interventi interdisciplinari in vista del Sinodo. S'intitola Famiglia e Chiesa, un legame indissolubile, LEV 2014. E’ un bel volume di 552 pagine (cf. la presentazione che P. Sequeri ne ha fatto per il CTV; ndr), ben curato e al quale hanno contribuito a vario titolo alcun nomi tra i più prestigiosi della teologia cattolica odierna (specie italiana).

Particolare interesse ha suscitato la proposta della via discretionis (è la forma latina di quella via del discernimento pastorale che già da non pochi anni è stata proposta), presentata formalmente da Giampaolo Dianin, con chiarezza e onestà. Tale via dovrebbe portare in alcune circostanze ad ammettere ai sacramenti i cristiani battezzati in seconda unione dopo la prima unione valida e sacramentale.

Il motivo per cui mi chiedo se non sia piuttosto – nella forma qui presentata - una via in-discretionis spero apparirà chiaro alla fine, dopo aver detto qualcosa sui rischi di essa.

Innanzitutto il rischio della miopia.
Come si sa, la miopia è quel difetto per il quale non si vedono bene gli oggetti lontani; metaforicamente, indica l'insufficiente valutazione delle conseguenze di un’azione. Ebbene, la via discretionis (com'è specialmente presentata alle pp. 540-545) appare miope quando afferma l’accettazione pacifica (anzi “unanime”) del fatto che la ”seconda unione” non è “un’unione sacramentale” e sembra proporre il “secondo legame” come dotato di un “profilo antropologico e sponsale importante soprattutto quando si apre alla vita” tale da consentire la liceità dei rapporti sessuali e dunque ultimamente, almeno per questo aspetto, l’assoluzione sacramentale e l’ammissione ai sacramenti.

Ciò significa che con tale via la Chiesa ammetterebbe la validità ecclesiale di fatto delle nuove unioni tra due battezzati purché riconducibili a quel “profilo”, in un modo o in un altro. Anche se tale posizione giunge solo al termine del percorso pastorale (qualunque sia la sua scansione) essa legittima una valutazione morale positiva dei rapporti sessuali del secondo legame ogni qual volta si dia un “profilo antropologico e sponsale importante”. Il termine “importante” non è chiaro; tuttavia, si può presumere che indichi anche il fatto di essere ‘importante’ nella percezione della coppia.

Ora, se tali conseguenze fossero lucidamente previste e assunte, non sarebbe corretto parlare di miopia; se, però, come pare, tali conseguenze non sono molto considerate allora si può correttamente parlare di miopia. Mi sia permessa un’annotazione: se questa prospettiva – ancorché miope - fosse recepita nella Chiesa cattolica, i confessori potrebbero accogliere in modo assai più sereno persone viventi in esperienze “importanti” di coppia.

Il rischio poi della ingiustizia può emergere chiaramente se si considera che in questo volume è ben poco presente un personaggio che la Chiesa non dovrebbe dimenticare e che peraltro il Sinodo non dimentica: il coniuge rimasto fedele

Supponiamo due sposi: Anna e Gerardo. Cresciuti nei gruppi parrocchiali, si sposano con un bel matrimonio in chiesa. Dopo dieci anni, pur avendo figli, Gerardo si separa, poi divorzia unendosi civilmente a Giovanna con la quale ha anche un figlio. Ad un certo punto sente (sentono) il bisogno di recuperare un rapporto con la Chiesa e cerca (cercano) di poter essere riammessi ai sacramenti.
Intanto, Anna è rimasta fedele, prega ogni giorno per suo marito, padre dei suoi figli ma anche unita a lei dinanzi a Dio. Così le insegna la Chiesa. Poi un giorno viene a sapere che la stessa Chiesa ha riammesso Gerardo alla comunione riconoscendo il significato antropologico-sponsale della nuova unione. Va dal sacerdote che li ha sposati e gli chiede: posso cercare allora anch’io una nuova unione ? Cosa dovrà rispondere il sacerdote a nome della Chiesa ?

Per chi scrive queste righe se il sacerdote risponde di no, sarà ingiusto (sia pure a nome della Chiesa); se risponde sì, farà una cosa buona ma sarà in contraddizione con la dottrina della Chiesa che continua a dire ad Anna di essere unita nel sacramento con Gerardo. Evidentemente, se la scelta è tra l’ingiustizia e la contraddizione, qualcosa non funziona.

Miopia e ingiustizia sono inevitabili fino a che non viene affrontata adeguatamente la questione dell’indissolubilità del matrimonio cattolico, della sua realtà e della sua retorica. Questo limite appare chiaro nel volume, che partito con l’intenzione di unificare la dottrina del matrimonio oltre ogni dualismo genera di fatto nuovi problemi e nuove contraddizioni.

1 commento:

  1. Ringrazio il prof. Petrà delle sue precise e acute osservazioni; anche io sono riuscito a leggere il volume in questione che contiene brillanti intuizioni e prospettive anche sul fronte del rapporto fede e sacramento, e su quello altrettanto spinoso della generazione. Se non intendo male la riflessione di Petrà, egli domanda quale “cittadinanza” e riconoscimento dare sia alla nuova unione (rischio della “miopia”), sia al coniuge rimasto fedele (rischio dell’ingiustizia) nella prospettiva espressa dal prof. Dianin.
    Circa la prima questione, il problema credo sia capire se al prossimo Sinodo ci saranno i margini per uscire dalla alternativa secca “ottimo – insufficiente” in riferimento al segno del legame uomo-donna, per prendere in considerazione realisticamente la possibilità di un legame “sufficiente”; nel volume appare limpida la possibilità di “ampie manovre” nel solco della Tradizione cattolica, come già avvenuto peraltro all’indomani del precedente Sinodo del 1980 (alcune “soluzioni pastorali” lì proposte, furono vere novità, cioè fino al 1979 semplicemente non c’erano!).
    Per capire invece la seconda questione posta dal prof. Petrà, credo sia necessario riformulare la domanda che egli pone in bocca ad Anna; io credo che l’inizio di nuova unione non stia nel campo della “ricerca”, piuttosto dell’”accadimento”, cioè la domanda non può essere “Posso cercare anch’io una nuova unione”, ma: “Sta accadendo che mi sto innamorando di nuovo”, di fronte alla quale, credo, il sacerdote è chiamato ad offrire elementi utili per un discernimento, il cui esito spetta solo ad Anna.
    Io credo che il coniuge che rimane fedele alla promessa data all’altro che non c’è più, perseverando oggi con fatica e gioia nella sua intenzione (si, gioia, altrimenti in quella scelta c’è qualcosa che non torna!), stia dando forma alla “sua” vocazione: cioè lui ritrova se stesso in quella scelta, difficile e festosa come ogni altra vocazione. Il problema, mi sia consentito, è che non ho ancora letto o ascoltato un separato fedele o un sacerdote che accompagna queste persone, essere lieto del fatto che in vista del Sinodo sulla Famiglia, ci si stia interrogando a più livelli su questioni che toccano coppie in nuova unione, quasi che, ad esempio, se si ammettessero ai Sacramenti queste coppie, fosse “tolto qualcosa” a loro. Non è forse questo un segno di risentimento verso altri da sé che “tradisce” (questo si!) una scelta fatta non per vocazione, ma per altri motivi?
    Per il resto non posso che condividere le consuete prospettive lungimiranti e promettenti del prof. Petrà.

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