sabato 12 settembre 2015

Cottier: dottrina non significa rigorismo


Riprendiamo qui la sintesi che Iacopo Scaramuzzi ha curato dell'intervista che  il teologo pontificio emerito, il domenicano svizzero George Cottier, ha rilasciato a La Civiltà Cattolica. La sintesi è apparsa su Vatican Insider del 30 luglio scorso (ndr).

«Nel rigorismo è insita una brutalità che è contraria alla delicatezza con cui Dio guida ogni persona». Parola del cardinale Georges Cottier, domenicano, teologo pontificio emerito (fu nominato a questo ruolo da Giovanni Paolo II e confermato da Benedetto XVI), in un’intervista al direttore della Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, che, in vista del Sinodo e del Giubileo, è incentrata sul tema della misericordia e appare sul prossimo numero del quindicinale dei Gesuiti, che nei mesi scorsi ha già intervistato un altro teologo domenicano, padre Jean Miguel Garrigues.

«La misericordia è dottrina. È il cuore della dottrina cristiana», afferma il porporato svizzero. «Solamente una mentalità ristretta può difendere il legalismo e immaginare misericordia e dottrina come due cose distinte. In questo senso la Chiesa, ai nostri giorni, ha compreso che nessuno, qualunque sia la sua posizione, può essere lasciato solo. Dobbiamo accompagnare le persone, giusti e peccatori».

Per Cottier, «sembra che la gente oggi non senta più il bisogno del matrimonio, lo slancio dell’impegno pubblico a vita. Il vivere in coppia sembra ormai un fatto privato, sempre aperto al possibile cambiamento». Dal punto di vista cristiano, il matrimonio è «l’elevazione di un’istituzione naturale alla dignità di sacramento. Essa non indica che si aggiunga una modalità soprannaturale a una realtà che resta sostanzialmente naturale; significa invece che la sacramentalità conferisce a questa realtà, che si presenta quindi come causa materiale, una forma nuova, un’essenza, un’identità nuova. Ci si può chiedere – prosegue il Teologo – se alcuni rappresentanti dell’autorità ecclesiale non abbiano agito sotto l’influenza di quella prima concezione, come se ciò a cui si dovesse badare in primo luogo fosse il sostegno che si ritiene che le strutture legislative della società temporale debbano fornire ai cristiani nella loro fedeltà propriamente ecclesiale». Ciò che preoccupa di più il Teologo svizzero, a ogni modo, «è il fatto che non si è intrapreso nulla che sia veramente innovativo a livello propriamente ecclesiale, per attuare una pastorale nuova di preparazione al sacramento del matrimonio che risponda alla gravità della crisi, mentre la pratica attuale è divenuta insufficiente, e spesso ha più l’apparenza di una formalità che di un’educazione a un impegno che duri tutta la vita».

Quanto alla formula «divorziati risposati», «di natura canonica», essa «non è felice», per il Teologo domenicano: «È troppo generica e si applica a situazioni fondamentalmente diverse. Indica il fatto che una o più persone, divorziate da un matrimonio sacramentale, indissolubile, hanno contratto un matrimonio civile. Questo secondo matrimonio non annulla il primo, né si sostituisce a quello, che resta l’unico matrimonio e che la Chiesa non ha il potere di sciogliere. Il giudizio pastorale non può ignorare l’origine di ciascuna di queste due unioni. È una questione di semplice equità». Cottier descrive due casi molto diversi che si fanno ricadere nella formula «divorziati risposati», quello di una persona abbandonata dal proprio coniuge che conserva l’affidamento dei figli e incontra una compagnia che gli presta aiuto e sicurezza e con cui contrae un matrimonio civile e quello di una persona sposata con figli già adolescenti che «incontra una persona più giovane e brillante, si lascia trasportare dalla passione, abbandona la propria famiglia, divorzia e contrae un matrimonio civile» con la quale «si inserisce in una vita parrocchiale»: «Sono casi differenti. Nel secondo c’è uno “scandalo”, nel primo invece si percepisce il peso della solitudine, la difficoltà di andare avanti, la debolezza, una necessità, persino, di una compagnia». E «in linea generale, per ogni situazione la giustizia richiede che si tenga conto di alcuni fattori importanti»: «Il dovere nei confronti del primo coniuge abbandonato e che spesso resta fedele al suo impegno sacramentale», «i diritti dei figli nati dal primo e legittimo matrimonio» («È strano che questo aspetto abbia attratto così poco l’attenzione del Sinodo del 2014, almeno nella misura in cui ne hanno parlato i media»).

Serve, invece, un «giudizio di prudenza»: «Credo – afferma Cottier – che la soluzione di alcuni problemi dovrebbe provenire dal giudizio prudenziale del vescovo. Lo dico non senza esitazione e dubbi, vista la divisione dei vescovi. Questo mio giudizio si applica prima di tutto a certe situazioni dove c’è una seria probabilità di nullità del primo matrimonio, ma per la quale è difficile fornire prove canoniche». Più in generale, «in forza della sua missione pastorale, la Chiesa deve mantenersi sempre attenta ai mutamenti storici e all’evoluzione delle mentalità. Non certamente per sottomettervisi, ma per superare gli ostacoli che si possono opporre all’accoglienza dei suoi consigli e delle sue direttive».

Per Cottier, «si devono rispettare le coordinate esistenziali della vita spirituale delle persone. Nel rigorismo – afferma il Teologo pontificio emerito – è insita una brutalità che è contraria alla delicatezza con cui Dio guida ogni persona».

Da questo punto di vista, «non vi è dubbio – afferma Cottier – che l’Anno della Misericordia illuminerà i lavori del Sinodo del 2015 e ne impronterà lo stile. Ci sono persone rimaste scandalizzate dalla Chiesa, donne e uomini che, a causa di un giudizio negativo emesso in maniera impersonale e privo di anima, si sono sentiti allontanati, rigettati in maniera grave.

Qui la responsabilità dei confessori è grande. Sempre e comunque, qualunque giudizio si esprima, esso deve essere presentato e spiegato in un linguaggio che faccia intendere chiaramente la sollecitudine materna della Chiesa. Papa Francesco insiste sulla bellezza e la gioia della vita cristiana che la Chiesa deve presentare. Attraverso la voce dei suoi pastori – conclude Cottier – la Chiesa deve sempre lasciare intendere di essere guidata dalle esigenze della misericordia divina».

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