venerdì 11 settembre 2015

I 4 farmaci di Pierangelo Sequeri

di Andrea Grillo*


Nella bella sintesi offerta da Maria Elisabetta Gandolfi, sul n. 5 del Regno 2015,  con il titolo “Fidarsi” (p. 306 e su questo blog, ndr), appaiono le conclusioni che P. Sequeri ha tratto alla fine del Convegno di Milano dello scorso maggio. Potremmo considerarle quasi come un prezioso “tetrafarmaco” in vista del prossimo Sinodo. Esaminiamole e commentiamole per ordine:


a) Sulla potenza del vincolo morale
Il primo punto, che assume con lucidità il dibattito sulla differenza tra “indissolubilità fisica e indissolubilità morale”, sottolinea la sfida di una riproposizione della “parola data” come “vincolo” che passi necessariamente per una coscienza e una volontà più forte di una regola esteriore o di una sanzione pubblica. Scrivere nel cuore la “saldezza familiare” non può essere delegato soltanto alle “carte bollate”. Ma senza una riflessione adeguata su questa concezione “morale” della unione matrimoniale, e senza uscire dalle strettoie di una lettura “ontologico-disciplinare”, non si potrà venire a capo della questione nel mondo di oggi e di fronte alle nuove e prossime generazioni.

b) Non è mai come se non fosse successo niente
Se in ogni sacramento il fallimento è parte della sua possibilità (umana). Affermare questa logica, oggi, significa rischiarare tutte le questioni sorte dalla concentrazione di ogni “soluzione” nel riconoscimento di una “nullità originaria”. Se anche si riscontrano vizi di origine, non è mai come se non fossa successo niente. Su questo la Chiesa deve darsi, gradualmente, una cultura diversa. E può imparare anche qualcosa di importante proprio dal mondo, che ha elaborato le forme concrete – e realistiche – di relazione con questi “fallimenti”. Fronteggiare il fallimento, piuttosto che rimuoverlo o negarlo, è una condizione inaggirabile di ogni pastorale credibile. Altrimenti il rischio è quello di una chiesa non solo “auto-”, ma anche “retro-referenziale”. Capace di guardare solo indietro, e non avanti.

c) Il ruolo della teologia
Un compito delicato spetta alla teologia, che deve elaborare una teologia del matrimonio in grado di mettere in rapporto il “duplice affidamento” – della coppia al suo interno e della coppia a Dio – secondo delicati equilibri di fede e di esperienza, che nessuna norma può semplicemente sostituire o scavalcare. Il dialogo tra teologia e diritto canonico diventa essenziale, per evitare quelle forme di “interferenza” che generano solo false sicurezze o fredde indifferenze.

d) Una Chiesa all’altezza
Una Chiesa che sappia percorrere le prime tre tappe indicate, saprà essere all’altezza della propria missione, sfuggendo al pericolo di cadere sia nel “casuismo cattivo”, sia nel “casuismo buono”. Offrire, in altri termini, una lettura complessiva, credibile e misericordiosa, della vita familiare, diventa una sfida più complessiva alla presenza ecclesiale oggi nel mondo. La famiglia, posta come è a cavallo tra privato e pubblico, chiede la urgente elaborazione di linguaggi capaci di mediare la “comunione”, che ogni famiglia autentica sa che è “per sempre”, senza delegarne la espressione alla privatezza autoreferenziale o alla pubblicità senza coscienza.

Il “tetrafarmaco” suggerito da Sequeri può condurre lontano. Coglie i punti più urgenti del dibattito e li orienta alla loro più adeguata comprensione. Nell’“ospedale da campo” ecclesiale abbiamo bisogno di buoni farmaci.
Questi 4 dovremo tenerli sempre a portata di mano.

* Pubblicato il 14.8.2015 nel blog: Come se non e in uscita sul n. 31/2015 di Settimana nella rubrica "Si/si-No/no-Do: questioni intersinodali/12".

Nessun commento:

Posta un commento