lunedì 14 settembre 2015

I motu proprio, i fallimenti, i processi

di Basilio Petrà

Il processo ordinario e il processo breve sono davvero necessari?
Per capire questa domanda è utile partire un po’ da lontano andando al vecchio can. 1676 del CIC, ancora in vigore fino al prossimo 8 dicembre 2015, che così suona: “Il giudice prima di accettare la causa ed ogniqualvolta intraveda una speranza di buon esito, faccia ricorso a mezzi pastorali, per indurre i coniugi, se è possibile, a convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale (coniugalem convictum)”.
Questo canone del codice latino è identico al vecchio can. 1362 del CCEO (codice orientale) con l’unica differenza che invece di "convivenza coniugale" si dice "il consorzio della vita coniugale (consortium vitae coniugalis)".

Il senso del canone è abbastanza chiaro: il giudice è tenuto a fare tutto il possibile – supposta una speranza di buon esito - perché, anche se il matrimonio è nullo, possa essere convalidato e ristabilito sul piano della convivenza.
In altre parole, l’idea sottesa al canone è che, anche se il matrimonio fosse nullo o ci fosse un serio dubbio di nullità, nel caso sia possibile convalidarlo il giudice deve cercare di farlo.
C’è sotto una logica del tutto coerente con la convinzione che la nullità sostanziale di un matrimonio può essere talvolta sanata o rimediata dalla volontà pur sempre coniugale dei due sposi.

Questi due canoni, in forza dei due motu proprio di papa Francesco emanati il 15 agosto e recentemente pubblicati, sono stati integralmente sostituiti da altri due canoni, esattamente coincidenti, il nuovo canone 1675 del Codice latino e il nuovo canone 1361 del Codice orientale.
Il testo suona così: “Il giudice, prima di accettare la causa, deve avere la certezza che il matrimonio sia irreparabilmente fallito, in modo che sia impossibile ristabilire la convivenza coniugale (Iudex, antequam causam acceptet, certior fieri debet matrimonium irreparabiliter pessum ivisse, ita ut coniugalis convictus restitui nequeat)".

Il giudice, dunque, prima d'istruire la causa di nullità deve essere certo che il matrimonio sia finito: la formula latina (pessum ire) indica la distruzione o la fine di una cosa; la versione italiana "irreparabilmente fallito" ha lo stesso significato. Si sottolinea, tra l’altro, che la prova evidente di tale fallimento è che non è possibile ristabilire la convivenza (convictus).

Con i due motu proprio dunque il giudice ha innanzitutto il compito di stabilire l’irreparabile fallimento del matrimonio.

Considerate le regole procedurali aggiunte in calce ai motu proprio s'intende probabilmente che tale certezza è raggiunta attraverso l’indagine pastorale o pregiudiziale, una cosa nuova e di grande valore specie se verrà sottolineato il suo senso pastorale e non verrà ridotta a un'indagine giudiziaria un po’ meno ufficiale e formale.

Alla luce di questa annotazione ci si può chiedere se sia davvero necessario fare tutto il processo - ordinario o breve che sia - per stabilire la nullità.

Ci si chieda infatti: la nullità eventualmente stabilita per processo o la validità eventualmente riaffermata attraverso il processo cambierà forse il fatto stabilito in partenza e con certezza che il matrimonio è irreparabilmente fallito? Evidentemente no. Anzi, c’è il rischio che per evitare di riaffermare valido un matrimonio che è chiaramente finito si sforzino i casi di nullità all’estremo come sembra intuirsi dagli esempi fatti alla regola procedurale 14 §1: la giuridizzazione del matrimonio diventerebbe così piena.

E allora, sarebbe molto meglio per la Chiesa se invece d'impegnarsi nei processi – che configurano sempre giuridicamente la materia matrimoniale, brevi o lunghi che siano - prendesse atto della fine del matrimonio, l’irreparabile fallimento (o come diceva papa Francesco nell’udienza del 5 agosto: “irreversibile fallimento del legame matrimoniale”, “fallimento del matrimonio sacramentale”) e dedicasse le proprie forze ad aiutare pastoralmente i fedeli in difficoltà perché camminino verso il futuro, sanando per quanto possibile le ferite del passato, vivendo più intensamente la propria fede nella Chiesa, attuando responsabilmente la nuova unione nella consapevolezza certo del proprio peccato ma anche nella speranza fiduciosa di poter realizzare nella Chiesa una nuova esperienza significativa di quella comunione d’amore che è il senso "unitrinitario" della vita dell’uomo.

Se un matrimonio è irreparabilmente finito, la cosa migliore è prenderne atto, sanare le ferite e i feriti di qualunque parte, preparare un futuro più serio, più profondamente ecclesiale, più autenticamente vissuto nella luce del Vangelo.

Nessun commento:

Posta un commento