mercoledì 2 settembre 2015

La fine del matrimonio secondo il papa


di Basilio Petrà
Come sempre, anche nel corso dell’udienza del 5 agosto, papa Francesco ha tenuto un breve discorso, riprendendo il filo delle sue riflessioni sulla famiglia, interrotto alla fine di giugno. Lo ha ripreso in modo preciso e per certi aspetti sorprendente: “Dopo aver parlato, l’ultima volta, delle famiglie ferite a causa della incomprensione dei coniugi, oggi vorrei fermare la nostra attenzione su un’altra realtà: come prenderci cura di coloro che, in seguito all’irreversibile fallimento del loro legame matrimoniale, hanno intrapreso una nuova unione”.
Molti hanno notato la novità, in bocca di un papa, di questo tipo di linguaggio. In effetti esso non attribuisce la connotazione del “fallimento irreversibile” all’unione coniugale, cosa molte volte e da molti detta, ma al “legame matrimoniale”.
La distinzione può sembrare irrilevante; in realtà, secondo la disciplina attuale del matrimonio cattolico il legame matrimoniale non può fallire: o c’è o non c’è. E non può fallire perché nel matrimonio valido esso indica un vincolo oggettivo tra i due che rimane qualsiasi cosa accada tra loro, tranne la morte. Il papa sembra pensare che le cose non stiano esattamente così e che lo stesso legame dunque può venir meno, indipendentemente dalla morte.

Non solo, il papa procedendo nella sua giusta sottolineatura che da molto tempo la Chiesa non considera scomunicati i divorziati risposati, ribadisce quanto ha appena detto sul fallimento coniugale in un modo che non può non colpire fortemente. Egli infatti dice: “Grazie all’approfondimento compiuto dai pastori, guidato e confermato dai miei predecessori, è molto cresciuta la consapevolezza che è necessaria una fraterna e attenta accoglienza, nell’amore e nella verità, verso i battezzati che hanno stabilito una nuova convivenza dopo il fallimento del matrimonio sacramentale; in effetti, queste persone non sono affatto scomunicate: non sono scomunicate!, e non vanno assolutamente trattate come tali: esse fanno sempre parte della Chiesa”.

Dunque, non solo fallisce il legame matrimoniale; per il papa fallisce anche il matrimonio sacramentale. Ma anche il matrimonio sacramentale valido non può propriamente fallire: può solo darsi o non darsi, almeno finché non si abbia la morte di uno dei coniugi. Il papa sembra pensare che si possa parlare di un venir meno del sacramento, indipendentemente dalla morte fisica di uno dei coniugi.

Se si considera che finora solo la morte fisica del coniuge è ritenuta causa del venir meno del legame matrimoniale e del matrimonio sacramentale, le parole del papa sembrano suggerire che l’effetto dell’irreversibile fallimento dell’unione coniugale possa essere considerato analogo a quello determinato dalla morte del coniuge.

Certo, tra fallimento dell’unione e morte fisica di uno dei coniugi c’è diversità: tuttavia, la situazione che ne deriva è simile, giacché in ambedue i casi diventa impossibile la continuazione intraterrena di una determinata unione. Anzi, per certi aspetti, l’effetto divisivo di alcune rotture umane tra coniugi è maggiore di quello causato dalla morte.

L’analogia implicata dalle parole del papa potrebbe aprire alla analogia dell’azione pastorale. La Chiesa cattolica, come si sa, pur sapendo che la morte non è la fine delle persone umane e che l’esistenza cristiana si compie pienamente nel Regno, consente tuttavia le nuove nozze dopo la morte del coniuge, seguendo da sempre la saggia decisione pastorale di Paolo.

La stessa saggezza pastorale la Chiesa potrebbe attuare nei confronti delle unioni che ad essa appaiono irreversibilmente fallite, aprendo alle persone coinvolte un futuro umanamente ed ecclesialmente pieno, in un serio contesto di conversione e di riconciliazione.

1 commento:

  1. Credo meriti molta attenzione ciò che ha detto il Papa in quell’udienza, ma anche ciò che non ha detto. Francesco ha parlato di coloro che, battezzati, "hanno stabilito una nuova convivenza dopo il fallimento del matrimonio sacramentale"; questa espressione sorprendente - "fallimento del matrimonio sacramentale" - non si trova nell'enciclica Familiaris Consortio (dove la parola "fallimento" è semplicemente assente, a meno che word mi tradisca!), non si trova nemmeno in questo senso nel Direttorio di Pastorale Familiare (al num. 104 c’è “fallimento”, ma il discorso è un altro). Sarebbe interessante ricercarne traccia nel magistero dei precedenti Pontefici.
    Trovo singolare questa espressione (ma anche “l’irreversibile fallimento del loro legame matrimoniale”), che, forse, raccoglie spinose questioni dibattute in questo tempo inter-sinodale da varie facoltà teologiche, anche pontificie: un matrimonio sacramentale è fallibile?
    Nelle parole del Papa, per riferirsi a coloro che “hanno intrapreso una nuova unione”, mancano espressioni presenti in abbondanza nei testi che ho indicato prima: tra le tante, Francesco non parla di divorziati risposati e situazioni matrimoniali irregolari; si è dimenticato?
    Guarda poi a questi “genitori” mettendosi dalla parte dei figli, per chiedere alla comunità cristiana “accoglienza” (ricordando il grande lavoro compiuto in questi decenni, dove per davvero la Chiesa “non è stata né insensibile né pigra”), perché queste coppie “non sono scomunicate”, cioè “fuori” dalla comunione ecclesiale, anche se purtroppo molti di loro si vivono così, e molti di noi li vivono così!
    Però mi chiedo: se dopo quasi 35 anni che è stato scritto e detto “non sono scomunicati”, abbiamo ogni tanto bisogno di ricordarlo, non sarà per caso che alcune scelte pastorali passate ci hanno condotto a pensare che, in realtà, non è così?

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