lunedì 7 settembre 2015

Per un nuovo modo di essere Chiesa

di Christian Hennecke*


Aspettiamo il Sinodo, aspettiamo nuove vie della pastorale familiare, aspettiamo una via per confrontarci con le fragilità e le rotture nella vita delle famiglie oggi – e cerchiamo nuovi approcci circa la domanda delle coppie omosessuali.
Ma l’Instrumentum laboris, il documento che traccia il percorso fra il Sinodo straordinario dell’anno scorso e quello che verrà, e raccoglie le nuove scoperte, domande e sfide, ci fa vedere soprattutto un’altra cosa: noi cristiani ci troviamo in mezzo a un rovesciamento culturale ed ecclesiale che richiede, al di là degli schemi consueti, una nuova creatività per ridire la nostra tradizione, rinnovarla profondamente – e questo ci chiede una vera conversione del cuore e della mente.
Come in una lente focale, troviamo nelle sfide del Sinodo tutte le sfide dell’attuale situazione ecclesiale che si trova in una società globale che si sta man mano emancipando dalle radici cristiane europee verso una "postmodernità".

Imparare ad ascoltare
Ascoltare le istanze di questa nuova situazione, non è affatto facile. Ascoltare quello che veramente muove gli uomini. Perché spesso ascoltiamo con un filtro, con una specifica visione del mondo e una specifica precomprensione. Ma allora ascolto quello che voglio ascoltare. Davanti a noi abbiamo dunque la sfida di lasciarsi sfidare radicalmente come cristiani.
E’ la sfida che lancia già al concilio Vaticano II la Gaudium et spes quando, al numero 44, sprona i cristiani a imparare anche dagli avversari per poter capire il proprio messaggio sempre più profondamente, per dirlo in modo più adeguato. Si capisce che ci vuole un discernimento degli spiriti, come già Gaudium et spes 11 propone, ma questo discernimento è profondo, e deve distinguere non solo gli spiriti del mondo, ma anche quelli della Chiesa.
Non potrebbe essere che talvolta noi mischiamo lo spirito cristiano con abitudini e schemi di pensiero passati che – certo – erano una espressione risuscita della tradizione in quei tempi, ma oggi? Questa sfida di distinguere fra contenuto del Vangelo e pensiero teologico, sempre storico, ci sfida radicalmente ad ascoltare i segni dei tempi – e rileggerli alla luce del Vangelo.

Misericordia
I primi questionari del Sinodo straordinario offrivano, per esempio in Germania, un panorama interessantissimo: da una parte i cristiani cattolici – e quelli che hanno risposto erano i più impegnati – condividono in modo straordinario i valori cristiani dell’etica cattolica, dall’altra parte non condividono le conseguenze che sembrano derivarne direttamente in quanto giudizi morali: l’atteggiamento verso matrimoni falliti, verso nuove nozze si distingue nettamente dalla dottrina consueta.

Che significa? Se poi si guarda alla spinosa questione dei divorziati risposati, si deve dire che questa problematica tocca oramai la maggioranza della famiglie tedesche – e al di là del desiderio di vivere un solo matrimonio, è chiaro che la pastorale della misericordia è già una prassi responsabile diffusa.

Cosa significa tutto questo? Si intravede una straordinaria consonanza fra papa Francesco e la sua immagine dell’ospedale da campo e il sensus fidei di tanti cristiani. E ci si domanda se i temi e i livelli della discussione attuale siano ben calibrati. E’ chiaro che nessuno ritiene la dottrina falsa. Non si deve cambiare la dottrina, non si devono trovare nuove regole.
Ma l’approccio di una prassi dell’amore (e nient’altro è la misericordia che si nutre dal mistero pasquale) deve essere ricompreso, ed è la “dottrina” che sottosta a ogni dottrina.

Sembra che non sia sempre chiaro: Il mistero della morte e risurrezione è la rivelazione della misericordia che salva l’uomo e lo porta verso la piena umanità che protologicamente ed escatologicamente si esprime nei valori cristiani, nei principi che a loro volta non possono riflettere la storia fragile dell’uomo ma vogliono orientarla verso la verità piena.

In questo mondo, vista la storia umana fragile e fratturata, la verità funziona solo come via, come via della misericordia, come dice Gesù, che rivela l’amore come abbraccio di ogni rottura e la conduce verso la meta della salvezza. Infatti, la forma mentis della scolastica riflettuta nella teologia morale spesso non riesce a ripensare il mistero delle storie di frattura. Probabilmente partendo da una tale teologia si rischia di sottovalutare il dramma pasquale della salvezza, e allora è la misericordia che riesce a tracciare la strada verso la pienezza mentre i principi orientano questo cammino.

Individualismo estremo?
Quale ermeneutica usa l’Instrumentum laboris per descrivere la situazione attuale? Può sorprendere che si dia quasi per scontato che la famiglia del passato sembri migliore di quella del presente. Nonostante la valorizzazione di alcune istanze, la prospettiva sembra paragonare la situazione con un ideale che si trova nel passato. Ma è davvero così, ci sono stati tempi passati migliori per la famiglia? Sarebbe troppo semplice. Ed è proprio vero che viviamo in un mondo egoista e superindividualista?
Una visione della storia che individua un’età dell’oro non è adeguata, neanche se si guarda il tranquillo Dopoguerra. L’ambivalenza e la fragilità traspare in ogni tempo. Vero è che come in tutti i tempi il messaggio cristiano potrebbe illuminare le verità che emergono per poter inculturarsi nell’oggi e offrire vie nuove.

Si vede chiaramente che mancano le categorie giuste per discernere i segni dei tempi. Come possiamo sviluppare una visione cristiana del mondo che riesce a interpretare le fratture e fragilità nella luce del mistero della frattura che Gesù ha vissuto?

Partendo da un'interpretazione pasquale della storia non si cade nel rischio di offrire soluzioni parallele, offrendo “nuovi principi”, rimanendo nella logica di un paradigma che aspetta soluzioni che giustificano o non giustificano l’agire. Viviamo in un tempo che deve imparare a leggere i principi non come direttive giustificanti o scomunicanti, ma come origine che dà orientamento alle vie biografiche degli uomini. Rimane la domanda principale di come noi – la Chiesa – riusciamo ad accompagnare le vie di ogni uomo e di ogni rapporto vissuto nella prospettiva della sua pienezza di vita che – vale per ciascuno – aspetta di essere sanata e diventare completa. Come possiamo far sperimentare a ogni uomo ed ad ogni rapporto che Dio vuole benedire e nutrire il vero amore.

Verso un nuovo modo di essere Chiesa
Il Sinodo e le sue discussioni attorno alla dottrina matrimoniale e la sua applicabilità in un mondo sempre fragile e ambivalente mostrano soprattutto che cerchiamo un nuovo modo di essere Chiesa.
In mezzo alle discussioni c’è anche il rapporto fra magistero e prassi dei cristiani, fra istituzione e popolo di Dio. E’ sempre riduttivo pensare con un paradigma sopra-sotto, autorità e obbedienza, ecclesia discens ed ecclesia obbediens.
Al di là delle convinzioni “conservatrici” o “progressiste”, si deve oltrepassare questa idea di Chiesa preconciliare. Non è il magistero la stella attorno al quale gira tutta la vita della Chiesa. Non ci rendiamo conto che questa idea conduce al fuorigioco teologico? Il magistero gioca un ruolo importante nel “network” della Chiesa che oggi come mai riflette la vitalità dello spirito creativo e umanizzante, pure in mezzo agli sbagli e agli esperimenti non riusciti: il suo ruolo sarà quello di dare testimonianza dell’origine e rendere possibile il confronto del Cristo presente nelle sfide attuali.

Come Papa Francesco ultimamente ha dimostrato con la sua enciclica Laudato si’. Così può orientare tutto il popolo di Dio. Il magistero diventa efficace se noi riusciamo a pensare la Chiesa prima di tutto come popolo di Dio in cammino insieme a tutta l’umanità verso la presenza salvatrice dell’amore che è Cristo.

Così lo vede ovviamente il papa quando scrive nella Evangelii gaudium (n 87): “Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza!”

In questo cammino insieme con tutti accade il futuro della Chiesa. Ancora papa Francesco: “La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’a­more (cf. 1Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita miseri­cordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osia­mo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa 'coinvolgersi'. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginoc­chio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: 'Sarete beati se farete questo' (Gv 13,17)".

Niente da aggiungere. Si va verso una nuova cultura dell’essere Chiesa. E non solo al Sinodo, ma in tutta la Chiesa. E come rischia di essere attraente per qualcuno fare del Sinodo sulla famiglia una battaglia sull’ortodossia... Tuttavia questa è solo una tentazione! Si tratta di un ben più alto valore: cerchiamo di tracciare una nuova immagine di Chiesa. E il Sinodo fa vedere tutto questo come in una lente focale.

* Teologo moralista; traduzione dal tedesco a cura di Iacopo Scaramuzzi

Nessun commento:

Posta un commento