domenica 18 ottobre 2015

Ascoltare e abbassarsi per servire

di Stefania Falasca*

Non è stata una semplice commemorazione dei cinquant’anni del Sinodo quella svoltasi nell’Aula Paolo VI. Con il suo intervento nel mezzo di questo Sinodo, seguendo la via della sinodalità come dimensione costitutiva della compagine ecclesiale, papa Francesco ha portato tutti a ri-contemplare le fondamenta, il cuore del mistero stesso della Chiesa e della sua missione nel mondo.
E quindi quei dinamismi che la rendono imparagonabile a ogni organizzazione umana. Che cos’è una Chiesa in ascolto? Qual è l’importanza delle Chiese locali, il ruolo dei vescovi e quello del papa?

Anzitutto Francesco ha voluto ribadire il significato della sinodalità. Perché, come ha sottolineato, «quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è contenuto tutto in questo camminare insieme, laici, pastori, Vescovo di Roma». Il Sinodo, «preziosa eredità del Concilio» e ripreso dal Vaticano II, altro non è che l’espressione della sinodalità della Chiesa antica.

La collegialità e la sinodalità rimandano infatti alla natura apostolica propria della Chiesa. E solamente nella cornice di questa natura si comprende il senso e la prospettiva ecclesiale indicati dal Papa. Dunque non è una scelta personalistica e discrezionale, un optional o un escamotage organizzativo, ma è il dinamismo proprio che lo Spirito Santo infonde alla Chiesa di Cristo e attraverso cui la guida fin dal principio.

Una sinodalità che riguarda e coinvolge in primis l’intero popolo di Dio, la moltitudine dei battezzati, i quali perciò non possono essere considerati una mera massa a cui impartire istruzioni. Riprendendo la Lumen gentium papa Francesco sottolinea quanto già aveva espresso nell'Evangelii gaudium sul popolo di Dio che «è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile "in credendo"».
Il sensus fidei, dice Francesco, impedisce perciò «di separare rigidamente tra "Ecclesia docens" ed "Ecclesia discens", giacché anche il gregge possiede un proprio "fiuto" per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa». Il cammino sinodale inizia pertanto ascoltando il popolo di Dio, che «pure partecipa alla funzione profetica di Cristo».

Così il Sinodo dei vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. E così una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire perché è un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo "Spirito della verità" per conoscere ciò che Egli dice oggi alle Chiese».

Nel seno della Chiesa e dentro il «santo popolo di Dio» i vescovi fanno parte come pastori, ossia come servitori e testimoni. Attraverso la sinodalità si comprende quindi anche lo stesso ministero gerarchico. «Se capiamo che, come dice san Giovanni Crisostomo, Chiesa e Sinodo sono sinonimi, capiamo pure che nella Chiesa è necessario che qualcuno "si abbassi" per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino». 

La loro unica autorità è il servizio. I vescovi perciò non sono dei rappresentanti come i deputati in Parlamento. «La fede non può essere rappresentata ma solo testimoniata», come ha pure ricordato il cardinale di Vienna Christoph Schönborn nel suo intervento, che è da leggere in parallelo con questo di Francesco.

E, in un simile orizzonte, lo stesso successore di Pietro altri non è che il “Servus servorum Dei", custode del deposito della fede, chiamato a pronunciarsi come «Pastore e Dottore di tutti i cristiani», non a partire dalle sue personali convinzioni, ma come supremo testimone della "fides totius Ecclesiae" e garante dell’unità. Così il fatto che il Sinodo agisca sempre «non solo cum Petro, ma anche sub Petro, non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell’unità».

Questo è l’orizzonte di autentica conversione pastorale e missionaria entro cui considerare anche il Sinodo attuale. Non il frutto di un’ingegneria istituzionale, ma l’essere docili davanti all’operare di colui che è «artefice al medesimo tempo della pluralità e dell’unità, lo Spirito Santo». Solo così si condivide la stessa esperienza che gli apostoli vissero a Gerusalemme al loro primo Concilio.

* pubblicato da Avvenire 18.10.2015.

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