venerdì 23 ottobre 2015

Con uno sguardo benevolo. Intervista a mons. Vesco

a cura di Maria Elisabetta Gandolfi

Da un'ampia conversazione avuta con mons. Jean-Paul Vesco op (cf. anche qui e qui i suoi due interventi in Aula), vescovo di Orano (Algeria), nella seconda settimana del Sinodo, traggo un passaggio particolarmente efficace sul rapporto tra la Chiesa e il mondo contemporaneo. Un filo conduttore che accompagnerà anche la Relatio finalis e l'eventuale intervento del papa a chiusura del Sinodo.
- La prossima settimana affronterete la III parte dell'Instrumentum laboris, quella forse più complessa, per via del fatto che s'addentra negli strumenti concreti della pastorale...
"A mio avviso è più importante la I parte dell’Instrumentum laboris perché lì emerge l'immagine che la Chiesa ha non solo della famiglia ma di tutto il mondo contemporaneo. Riusciamo a vedere oltre i lati negativi le potenzialità? Solo se la risposta è affermativa siamo in grado infatti di dire alle giovani generazioni, quelle magari più lontane dalla vita della Chiesa, che la Chiesa ha davvero una buona notizia per loro.
Inoltre, da questo sguardo emerge un secondo interrogativo: la Chiesa - nel suo insegnamento sul matrimonio e la famiglia - si rivolge ai cattolici o a tutti? Non abbiamo dubbi sul fatto che l’enciclica sull’ecologia o l’Evangelii gaudium si rivolgevano a tutti gli uomini; mentre per quanto riguarda la famiglia parliamo solo ai cattolici?
Un altro esempio è la cosiddetta "teoria del gender", che da alcuni è stata affiancata all'ISIS: posto che tutti noi siamo contrari a ciò che è ideologico, è davvero questo un filone di pensiero totalmente negativo o in fondo anche qui c’è una pista di ricerca da approfondire?"

- Forse talora si percepisce una Chiesa timorosa...
"Certamente c'è il desiderio di voler proteggere e mantenere la fede ma per farlo non basterà arroccarsi sul dato dottrinale, occorre praticare nel concreto uno sguardo benevolo sul mondo, in una parola praticare il Vangelo.
Esso non chiede solo di essere gentili, delicati, accoglienti. Ma di accompagnare. Fino a che punto? Nella società contemporanea l’accompagnamento non può significare porre dei limiti e dei divieti ma vivere una Chiesa liberante.
La Chiesa cattolica oggi non vive più un contesto di cristianità ed essa, dopo l'avvento dei diritti umani e della 
democrazia deve essere normativa in una forma diversa. Autorizzare o vietare oggi non funziona più e un Sinodo che si limita a ribadire ciò che è autorizzato o vietato non riesce ad annunciare pienamente la misericordia".

- Quale lezione può trarre dalla sua esperienza pastorale vissuta in un contesto musulmano e interreligioso?
"La mia Chiesa è fatta per lo più di emigranti, di famiglie regolari ma anche di donne incinte e sole, di coppie non sposate e di studenti provenienti dall'Africa subsahariana che, lontani dal loro paese, hanno relazioni affettive fuori dal matrimonio. Posso dire che possiamo incontrare le persone laddove sono se abbiamo una parola libera e misericordiosa. E se riusciamo a instaurare un rapporto personale, mettendoci in cammino su sentieri talora nuovi.
Nella mia diocesi, quando ho scritto il libro Tout amour veritable est indissoluble (Ogni vero amore è indissolubile, Queriniana, 2015), la reazione è stata di sorpresa per il tema di cui mi occupavo, apparentemente estraneo a un contesto fortemente interreligioso. Ma l'idea di indissolubilità non riguarda forse anche le famiglie musulmane?
Vivere la Chiesa immersa in una società musulmana, rende evidente che il Vangelo è annunciato in quel contesto lì, dove occorre prendere sul serio la fede dell’altro, dove si comprende che nell’amicizia è possibile uno scambio di fede che non significa necessariamente convertirsi. E' nell’incontro con questa diversità di fede che trovo qualcosa della mia. Il legame che si crea è molto forte".

Nessun commento:

Posta un commento