giovedì 1 ottobre 2015

E’ possibile un'«economia» cattolica per i matrimoni falliti?

di Basilio Petrà 


Molte volte e in vari momenti si è guardato a Oriente, alla prassi ortodossa dell’«economia» (della condiscendenza pastorale) nei riguardi dei matrimoni falliti, alla ricerca di una soluzione praticabile anche da parte della Chiesa cattolica. Se percorriamo rapidamente gli ultimi decenni, dai vescovi melchiti in Concilio ai padri sinodali del Sinodo del 1980, dal padre B. Häring fino ai recenti testi preparati per il Sinodo straordinario del 2014 e per il Sinodo ordinario del 2015 (cf. il n. 129 dell’Instrumentum laboris), troviamo numerosi riferimenti all’«economia», più o meno precisi, ma sempre ritornanti.Infatti, da quando è cresciuta nella Chiesa la consapevolezza dell’inevitabilità di tanti fallimenti coniugali e della necessità di dare a essi adeguate risposte pastorali, il modello ortodosso, che sembra mettere insieme affermazione dell’indissolubilità e possibilità di nuove nozze nella Chiesa, ha sempre attratto l’attenzione e talvolta anche l’invidia in alcuni cattolici.
Ciò ha quasi inevitabilmente portato anche ad alcune rapide letture della prassi ortodossa, facilitate per altro dal fatto che nell’Ortodossia molte sono le voci, pur nell’unità fondamentale.

E’ in ogni caso chiaro che alcune cose caratterizzano la prassi economica ortodossa: l’ideale coniugale (ovvero la acribeia, la forma coniugale nel disegno divino) è quello dell’unione di un uomo con una donna per sempre, anche oltre la morte; l’ammissione delle nozze vedovili si basa sull’economia pastorale dell’apostolo Paolo; le eccezioni matteane sono state considerate fin dall’inizio come vere eccezioni, cosicché il primo a consentire nuove nozze per una giusta causa (adulterio) è stato il Signore Gesù; l’indissolubilità è stata di conseguenza sempre pensata come un dono di grazia (nel senso orientale della grazia) da accogliere e da realizzare fedelmente ma che può essere ferito (e tradito) dal peccato e dalla fragilità dell’uomo; per economia sono state ammesse nel tempo altre giuste cause di divorzio; dato il carattere economico delle nuove nozze tanto dopo divorzio quanto dopo morte del coniuge, si è giunti all’esclusione assoluta delle quarte nozze nella Chiesa: c’è un limite all’accettazione che la Chiesa può esercitare nei confronti del fallimento morale e della fragilità dell’uomo altrimenti rischia semplicemente di accettare il male e l’imperfezione.

Da tutto questo appare chiaro che l’economia ortodossa è appunto un’economia "ortodossa": la sua modalità di articolazione è comprensibile solo nel contesto della teologia e della storia ortodosse e, come tale, non è applicabile in contesti diversi.

Il suo nucleo sostanziale, tuttavia, va al di là dell’identità ortodossa e connota anche la Chiesa occidentale; mi riferisco all’attitudine di condiscendenza pastorale che media tra verità ideale e realtà, tenendo conto della fragilità/del peccato dell’uomo e guardando al bene possibile delle persone nella loro concreta realtà. Basterebbe guardare alla storia del diritto canonico e della praxis confessarii occidentali per rendersi conto di quanto questo cuore economico sia ben presente anche nella tradizione occidentale.

La Chiesa cattolica dunque condivide il nucleo sostanziale dell’economia ortodossa ma, se vuole risolvere economicamente (con condiscendenza pastorale) la questione dei matrimoni falliti, deve elaborare una forma "cattolica" dell’economia che da una parte non rechi danno alla fede della Chiesa, dall’altra non ferisca radicalmente la visione cattolica del matrimonio e della vita sessuale.

Per la Chiesa cattolica, infatti, il matrimonio "naturale" dei battezzati è il sacramento; la vita sessuale poi è vera quando diventa l’espressione - attraverso il linguaggio del corpo - dell’amore degli sposi, della loro totale e reciproca donazione, della condivisione piena delle loro esistenze.

Ebbene, c’è un punto della visione cattolica del matrimonio che è tipicamente suo – non ortodosso - e che potrebbe consentire l’applicazione attuale di una opportuna attitudine economica. Secondo la dottrina cattolica tradizionale il legame coniugale sacramentale consumato è sciolto dalla morte. Con la morte fisica di uno dei due coniugi il vincolo è distrutto, viene a finire: chi rimane può risposarsi quante volte è necessario; chi non rimane non ha più alcun legame autenticamente coniugale.

Il vincolo coniugale infatti non va oltre la morte fisica di uno dei coniugi. Molti cattolici – laici e non - non ne sono consapevoli ma basta andare a vedere alcuni autorevolissimi testi - emanati da Giovanni Paolo II sulla base della tradizione - per rendersi conto della forza di tale dottrina cattolica: Codice di diritto canonico, can.1141; Codice dei canoni delle Chiese orientali, 853. Alla base di tale dottrina vi è storicamente la prassi pastorale paolina ma anche l’idea medievale che considerava essenzialmente il matrimonio cristiano in fieri come un contratto tra battezzati finalizzato alla procreazione. Come si sa, questa idea contrattuale è rimasta dominante nel Codice di diritto canonico del 1917 e nella teologia fino alla soglia del Concilio Vaticano II.

Ebbene, oggi la Chiesa non insegna più che il matrimonio cristiano è un contratto tra battezzati in ordine alla procreazione; insegna che esso è la donazione personale totale e reciproca dei coniugi nell’amore coniugale, segno dell’amore di Cristo e della Chiesa, una donazione tesa all’unità più grande tra le persone dei coniugi (unidualità). Oggi possiamo dunque ben dire che la morte fisica non distrugge per sé la donazione tra le persone perché le persone vivono oltre la morte e sono destinate alla risurrezione.

Il ruolo decisivo attribuito tradizionalmente alla morte e il cambiamento della comprensione del matrimonio offrono lo spazio per la possibile realizzazione di una "economia cattolica".

La Chiesa cattolica cioè potrebbe per economia considerare l’interruzione causata dall’irreversibile frattura esistenziale e relazionale tra i coniugi come equivalente all’interruzione determinata dalla morte fisica di un coniuge applicando ad essi una modalità di trattamento simile. Dovrebbe esserci però una differenza: tale economia andrebbe attuata entro un percorso di conversione e di accompagnamento pastorale delle persone che vengono dal fallimento coniugale, un percorso non uniforme ma modulato sulle storie personali e di coppia.

La determinazione della irreversibile frattura esistenziale potrebbe essere affidata agli stessi organi che secondo le regole procedurali aggiunte ai recenti motu proprio di papa Francesco hanno il compito di condurre “l’indagine pregiudiziale o pastorale” (art. 2), un’indagine presumibilmente già tesa anche a valutare l’irreparabile fallimento della prima unione richiesta dagli stessi motu proprio.

Si tratterebbe di vera economia, di un’economia vera e "cattolica", del tutto compatibile con la teologia, la prassi e la storia cattoliche.

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